ISTANBUL, 27 luglio 2007 (IPS) – La Turchia ha un esercito potente, che in nome dei suoi poteri costituzionali non si fa troppi scrupoli riguardo a qualsiasi intromissione, diretta o indiretta, nella politica, preservando così la repubblica secolare da minacce sia esterne che interne. Adesso però, nonostante l’alta considerazione di cui gode tra la popolazione, la sua presenza costante in politica comincia a essere messa in discussione.
Le forze armate hanno rovesciato con un colpo di stato due governi eletti legittimamente, nel 1960 e nel 1980, ma hanno poi ripristinato un governo civile. Nel 1998, hanno anche fatto cadere, con minacce d'intervento, un governo d’ispirazione islamica.
Stavolta sono tornate a dire la loro, anche se senza carri armati in giro per la città. In ciò che è stato definito un “avvertimento on-line” (e-warning), una dichiarazione diffusa a mezzanotte sul suo sito web, l’esercito ha parlato di una crescente minaccia islamica, appena qualche ora dopo la nomina, da parte del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) di matrice islamica al governo, del ministro degli esteri Abdullah Gul come candidato alla presidenza.
Il governo, per rivalersi sull’esercito, ha sostenuto che lo Stato maggiore, che risponde al primo ministro, non può essere lasciato andare a ruota libera. Ma non ha voluto, o non ha potuto, disciplinare le forze armate.
Dopo l’avvertimento on-line, Gul non è riuscito ad ottenere la necessaria maggioranza di due terzi in parlamento. Gul è noto per le sue passate idee islamiche, e perché la moglie indossa il velo islamico, vietato negli impieghi pubblici.
Quindi, l’assemblea legislativa si è sciolta. Le elezioni parlamentari si sono tenute tre mesi prima del previsto, e il partito al governo ha vinto con una valanga di voti.
Il punto è cosa succederà adesso. Secondo alcuni, è stato l’ultimo intervento verbale dell’esercito a provocare la valanga di consensi in favore dell’AKP del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Il partito è salito dal 34 al 46 per cento dei voti, e ha 342 deputati nella camera di 550 seggi. Gli mancano 25 voti per poter nominare un presidente.
“Amo l’esercito. È solido, onesto, efficiente”, ha dichiarato Veysel Yucel, attivista di base dell’AKP a Istanbul. “Ma il suo posto è in caserma. Il Parlamento dovrebbe eleggere il presidente senza interferenze”.
Erdogan ha definito i risultati “un riflesso nazionale dell’ingiustizia nei confronti di Gul”.
Devlet Bahceli, capo del Partito d’azione nazionale, il gruppo di estrema destra che è tornato in parlamento con il 14 per cento dei voti, ha dichiarato che “le pressioni extra-parlamentari” hanno aiutato il partito al governo a guadagnare dei voti che altrimenti non avrebbe ottenuto.
Secondo Cengiz Candar, opinionista del quotidiano finanziario Referans, le elezioni parlamentari del 22 luglio sono state una sorta di “referendum” sull’avvertimento on-line dell’esercito, o “e-coup”, che ha impedito al parlamento di eleggere il presidente. “Con voce decisa, la nazione turca dice no all’intromissione dell’esercito in politica”, ha scritto. “Il ruolo delle armi nella politica turca è finito”.
Un altro commentatore, Hasan Cemal del quotidiano nazionale Milliyet, ha definito l’esito delle elezioni “l’avvertimento on-line” (“avvertimento elettorale”) della popolazione nei confronti dell’esercito. Lo Stato maggiore non ha commentato i risultati.
Ma non tutti caldeggiano un ruolo ridotto dell’esercito. L’analista Gulsun Erdim, esperto in risorse umane, ha detto all’IPS: “Suggerire all’esercito di non intervenire in politica è come chiedergli di non fare il suo lavoro. Il suo mandato è proteggere la costituzione e la repubblica laica. Perciò deve parlare e agire quando necessario”.
La Turchia è la seconda principale potenza militare del Trattato del Nord Atlantico (Nato) dopo gli Stati Uniti, con oltre 500.000 soldati. Il servizio militare è obbligatorio.
L’esercito gode di un’indipendenza quasi totale dal governo. È lui a fissare il proprio budget, e non deve rendere conto delle sue dichiarazioni a nessuna autorità civile. Con il suo avvertimento on-line, ha annunciato pubblicamente di essere un partito interessato alle elezioni presidenziali, per garantire che la legge islamica non prevalga sui valori della laicità.
L’esercito è stato irreprensibile – almeno pubblicamente. Anche adesso, le critiche sono scarse e tenui, in un paese dove quasi nessuno sfugge ai violenti attacchi dei media.
Alle dichiarazioni dell’AKP, sia di Erdogan che di Gul, che giuravano fedeltà al sistema laico, l’esercito ha replicato chiedendo di vedere i fatti al di là delle parole.
Dall’altra parte, il governo dell’AKP ha tentato di ridurre il forte potere delle forze armate, anche menzionando gli esempi di autorità civile rispetto all’esercito dell’Unione europea, a cui la Turchia spera di unirsi come prima nazione musulmana.
Finora, il governo è riuscito a nominare un civile come segretario generale del Consiglio nazionale di sicurezza: un gruppo di alte cariche governative e militari sotto il comando del presidente che, in passato, provenivano esclusivamente dai ranghi militari.
Ma l’esito delle elezioni non ha risolto la questione di quest'occasionale impasse militare-civile. Non ha risposto alla domanda su cosa l’esercito dirà o farà se il partito al potere tornerà a nominare Gul, e se il candidato che nella precedente legislatura non era stato accettato dall’esercito, questa volta dovesse prevalere.
Erdogan, favorito da un sensazionale trionfo elettorale, è sotto pressione dall’elettorato per rimanere vicino a Gul. Ha dichiarato pubblicamente che stava a Gul decidere se presentarsi, e anche che lui era aperto ad altri candidati del suo partito. Se il nuovo parlamento non riuscisse ad eleggere un presidente entro il 30 agosto, ci si riproverà.
Da quando il governo di matrice islamica è salito al potere nel 2002, tra il governo dell’AKP e l’esercito ci sono stati talora dei contrasti.
L’esercito lamenta le crescenti tendenze islamiche, in una società che è stata costruita sul laicismo da quando la Turchia è diventata repubblica, nel 1923. Le forze armate hanno espulso alcuni ufficiali accusati di propaganda islamica dentro l’esercito. Il primo ministro, che deve accettare o respingere le espulsioni, le ha finora assecondate, osservando che gli accusati dovrebbero avere il diritto di obiettare.
Di recente, governo e esercito si sono divisi anche su come gestire le crescenti violenze provenienti dai ribelli del Partito dei lavoratori curdi (PKK), passati in Iraq e rifugiatisi poi in Turchia. L’esercito preme per un’incursione unilaterale oltre confine, mentre il governo si è finora tirato indietro su questa possibilità, decisamente respinta anche da Stati Uniti e Unione europea.

