RIO DE JANEIRO, 25 maggio 2007 (IPS) – Il Brasile sta sottovalutando un’ottima occasione per potersi affermare come grande potenza 'ambientale' nei negoziati per controllare la minaccia del riscaldamento globale, secondo ambientalisti e analisti.
Nella lista nera dei cinque paesi che producono la maggiore quantità di gas serra, il Brasile è un caso unico, dal momento che le sue emissioni di gas serra dipendono dalla deforestazione.
Una drastica riduzione della deforestazione sarebbe possibile anche solo rafforzando ciò che è già politica ufficiale: arginando cioè lo sviluppo delle attività agricole e minerarie che devastano illegalmente la foresta pluviale amazzonica. Ma l’amministrazione del presidente Luiz Inácio Lula da Silva rifiuta di impegnarsi sugli obiettivi specifici di riduzione delle emissioni, che finora sono obbligatori solo per 35 paesi industrializzati.
Il Brasile vuole prima consolidare il principio della “responsabilità comune ma diversificata”, menzionata nel Protocollo di Kyoto alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che stabilisce traguardi legalmente vincolanti solo per i paesi industrializzati, i maggiori responsabili dell’emissione dei gas serra accumulati nell’atmosfera. Riguardo alle foreste naturali, il Brasile ha modificato la sua posizione. In un primo momento, aveva rifiutato di essere incluso nei meccanismi creati dal Protocollo di Kyoto nel 1997 e attuati nel 2005, che permettono alle nazioni industrializzate di adempiere alla parziale riduzione delle proprie emissioni in altri paesi ottenendo crediti per il carbonio.
Ma l’anno scorso, Brasilia ha proposto la creazione di un fondo costituito da donazioni volontarie per indennizzare gli sforzi dei paesi in via di sviluppo di ridurre il tasso di deforestazione, rispetto alle medie storiche. Il risarcimento sarebbe proporzionale al volume di emissioni di gas serra evitate grazie a queste iniziative.
Includere le foreste native nei negoziati “è un passo avanti, ma di fatto non aiuta a creare un meccanismo economico forte e legalizzato”, dato che il Brasile sta promuovendo un fondo volontario, invece che una formula per estendere il protocollo internazionale sul cambiamento climatico, connessa a certificati validi sul mercato del carbonio, ha spiegato all’IPS Mark Lutes, esperto dell’organizzazione non governativa brasiliana Vitae Civilis.
Ciò che oggi manca al Brasile sono dei negoziatori coraggiosi, indipendenti dal Ministero degli esteri, come erano negli anni ’90, così che il paese possa tornare ad avere un ruolo di leadership sulle tematiche ambientali, ha aggiunto.
Il Brasile ospitò nel 1992 il “Vertice della terra” (Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo), svolgendo un ruolo chiave nei negoziati sul Protocollo di Kyoto.
Il brasiliano Luiz Gylvan Meira ebbe un ruolo fondamentale nel far approvare il principio della responsabilità diversificata, e anche un’altra proposta, poi adottata, veniva dal Brasile: quella del “meccanismo dello sviluppo pulito”, secondo cui i progetti finanziati dai paesi industrializzati per ridurre le emissioni di gas serra nelle nazioni in via di sviluppo avrebbero ricevuto certificazioni che potevano essere scambiate o vendute sul mercato del carbonio.
Oggi, però, la strategia diplomatica del Brasile, che dà priorità al commercio e punta ad ottenere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, sta bloccando le iniziative per l’ambiente, osserva Lutes.
L’esperto osserva poi che la questione del cambiamento climatico in Brasile rientra nelle competenze dei Ministeri della Scienza e tecnologia e degli Esteri, e non del Ministero per l’ambiente.
L’alleanza strategica del Brasile con Cina, India e altri paesi del Sud, che è stata rafforzata in particolare dai colloqui multilaterali del Doha Round dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), impedisce al Brasile di agire da solo sulla questione del cambiamento climatico, e di avanzare proposte che potrebbero portare ad accordi più ambiziosi in questo campo, secondo l’esperto.
Ma la proposta del Brasile sulle foreste “non rappresenta una posizione rigida”, quanto piuttosto un’idea da discutere apertamente con tutti. Potrebbe portare ad un risultato finale “che si discosta dalla proposta iniziale del Brasile”, ha detto Joao Paulo Capobianco, segretario esecutivo (vice ministro) del Ministero per l’ambiente. ”Il Brasile non sarebbe poco propenso ad accettare dei traguardi, se venisse rispettato il principio della responsabilità comune ma diversificata – e cioè, se i paesi storicamente responsabili delle emissioni intensificassero il loro contributo a mitigare il riscaldamento globale”, ha detto Capobianco all’IPS.
”Mitigare il cambiamento climatico”, l’ultimo rapporto dell’IPCC (Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico), pubblicato lo scorso 4 maggio, evidenzia due settori chiave in cui il Brasile potrebbe contribuire enormemente ad invertire il trend delle emissioni di gas serra: prevenire la deforestazione, e promuovere l’uso della bioenergia.
Il Brasile non ha traguardi obbligatori da raggiungere, ma la Convenzione sul clima “non esime nessun paese dall’adottare un comportamento responsabile sul tema”, e il paese potrebbe adottare degli “obiettivi nazionali volontari”, secondo Luis Piva, coordinatore della campagna sul clima di Greenpeace in Brasile.
Ciò rafforzerebbe la sua posizione nel patteggiamento della seconda fase del Protocollo di Kyoto, che prevede di definire degli obiettivi da raggiungere dopo il 2012, ha aggiunto.
Il Brasile non ha ancora una politica nazionale sul cambiamento climatico, che consideri “fondamentale eliminare la deforestazione, così come correggere il corso della base energetica del paese, che nei prossimi anni tenderà a diventare più sporca a causa del maggiore uso di carburanti fossili, in particolare del gas naturale”, ha detto Piva all’IPS.
Inoltre, il Brasile diventerà probabilmente un grosso esportatore di etanolo, e “la sua capacità istituzionale potrebbe non riuscire ad impedire che l’aumento previsto nella produzione agricola per i biofuel incrementi simultaneamente la deforestazione”, ha aggiunto.
Il Brasile ha tutto ciò che serve per diventare una potenza ambientale, con le sue foreste pluviali tropicali, l’acqua e l’abbondante biodiversità, ma è “incapace di assumere una leadership morale attiva nei negoziati”, ha scritto Rubens Ricupero, ex segretario generale della Conferenza Onu su commercio e sviluppo (Unctad), in un articolo pubblicato domenica scorsa sul quotidiano Folha de São Paulo.
Il Brasile, sostiene Ricupero, ha “adottato una politica incentrata sulla crescita economica, senza considerare il fatto che nessuno sviluppo è possibile su un pianeta torrido, e mezzo morto”.

