EGITTO: Israele è contro la pace?

IL CAIRO, 16 aprile 2007 (IPS) – Il rifiuto israeliano dell’iniziativa di pace araba, rilanciata al summit arabo dello scorso marzo, ha suscitato le aspre critiche degli osservatori egiziani. Sebbene il primo ministro israeliano Ehud Olmert abbia poi richiesto dei colloqui di pace con i capi di stato arabi “moderati”, secondo quasi tutti i commentatori politici locali Tel Aviv vorrebbe avere la botte piena e la moglie ubriaca.

“La risposta di Olmert è stato un tentativo di normalizzare le relazioni senza rispondere alle richieste dell’iniziativa”, ha detto all’IPS Mohamed Basyouni, ex ambasciatore egiziano in Israele e presidente della commissione per gli affari arabi nel Consiglio della Shura (la camera alta del parlamento egiziano). “È stata una manovra totalmente inaccettabile, come mettere il carro davanti ai buoi”.

Il piano di pace arabo lanciato per la prima volta su iniziativa dei sauditi al vertice arabo di Beirut nel 2002, propone il pieno riconoscimento arabo di Israele in cambio di alcune richieste fondamentali avanzate dai palestinesi.

I termini dell’accordo prevedono che le capitali arabe estendano le relazioni diplomatiche allo Stato ebraico, in cambio del ritiro totale di Israele dai territori occupati nel 1967. Il piano chiede una “soluzione equa” alla questione dei profughi palestinesi in base alle risoluzioni dell’Onu, e l’istituzione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme est.

Attualmente, Egitto, Giordania e Qatar sono gli unici paesi arabi a mantenere aperte relazioni diplomatiche con Israele.

Dopo essere stata rifiutata cinque anni fa dal primo ministro israeliano di allora Ariel Sharon, l’offerta è stata rimessa sul tavolo dei negoziati al vertice arabo del mese scorso a Riyadh. Secondo la dichiarazione congiunta alla chiusura del vertice il 29 marzo, gli Stati arabi “hanno riconfermato la loro adesione all’iniziativa di pace araba così come offerto al vertice di Beirut nel 2002, in tutti i suoi elementi”.

La dichiarazione prosegue sollecitando il governo israeliano e i cittadini di Israele ad accettare l’offerta “e cogliere l’opportunità di riavviare il processo di negoziato”.

Prima del vertice, gli arabi avevano subito un certo grado di pressioni da parte degli Usa, riguardo alle concessioni su alcuni punti chiave.

Il 24 marzo, il segretario di Stato Condoleezza Rice ha visitato la città egiziana di Aswan, dove ha incontrato i rappresentanti di Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, denominati il “quartetto arabo”. Rice ha anche incontrato il presidente egiziano Hosni Mubarak, e i capi dell’intelligence dei quattro paesi.

Secondo la stampa locale, l’obiettivo di questo tour della Rice nella regione – il settimo negli ultimi due mesi – è di sollecitare gli arabi a moderare le loro richieste, in particolare quelle inerenti alle frasi “diritto al rimpatrio” e “ritiro totale”. Rice, che ha garantito il proprio “impegno personale” a migliorare le prospettive di una risoluzione pacifica, sembra abbia chiesto agli Stati arabi di “andare incontro” a Israele.

Malgrado le pressioni Usa, tuttavia, i rappresentanti arabi non hanno voluto modificare in nessun modo le linee di fondo dell’iniziativa.

“L’Egitto è impegnato nell’iniziativa araba, così com’è”, ha detto il ministro degli Esteri Ahmed Aboul-Gheit il 25 marzo in una conferenza stampa congiunta con la Rice. “Ci auguriamo che gli israeliani diano una risposta positiva e riavviino i colloqui di pace in base a questa offerta”.

Ma come il suo predecessore Sharon, Olmert ha alla fine respinto l’offerta, dichiarando alla stampa israeliana il 30 marzo che il rientro dei profughi palestinesi in Israele era “fuori questione”, per poi proporre un vertice con i capi dei paesi arabi “moderati”, riferendosi a Egitto, Giordania e alcuni Stati del Golfo, come l’Arabia Saudita.

Rice ha apprezzato la proposta di Olmert, definendo un passo “positivo” il suo appello per una conferenza regionale.

Ma gli osservatori locali hanno definito la risposta del primo ministro israeliano una “tattica per temporeggiare”, intesa solo a impedire dei progressi sulle questioni centrali. “L’appello di Olmert per una conferenza di pace è stato solo un diversivo, una manovra per tergiversare”, ha detto all’IPS Gemal Kemal, analista politico e vice caporedattore del quotidiano ufficiale al-Misaa. “Gli israeliani si sono rifiutati anche solo di discutere del problema dei profughi”.

Abdel-Halim Kandil, caporedattore del settimanale dell’opposizione al-Karama, ha espresso lo stesso parere. Secondo lui, l’appello di Olmert di colloqui diretti con i leader arabi rappresentava un tentativo di incoraggiare la tendenza verso una normalizzazione diplomatica senza offrire niente in cambio.

“Vogliono fare dei passi avanti nella normalizzazione senza realmente discutere dei diritti dei palestinesi, come specificato nell’iniziativa”, ha detto Kandil all’IPS, che ha poi proseguito attribuendo l’intransigenza del primo ministro israeliano alla “perdita di prestigio di Israele sulla scia della guerra in Libano, e al conseguente indebolimento della posizione di Olmert nel paese”.

Gli osservatori egiziani non sono stati meno critici verso gli sforzi della Rice di indebolire le richieste sostanziali dell’iniziativa prima che cominciasse il vertice di Riyadh.

“In sostanza, la Rice ha cercato di portare gli arabi a riconoscere Israele attraverso una normalizzazione senza un qui pro quo”; ha scritto l’autorevole opinionista Salama Ahmed Salama sul quotidiano filo-governativo al-Ahram.

Secondo Kandil, l’obiettivo della visita della Rice era “mobilitare i paesi arabi moderati” contro la presunta crescente influenza dell’Iran nella regione. “Questo è dimostrato dal fatto che la Rice ha incontrato anche i capi della sicurezza e dell’intelligence, confermando che gli Stati arabi sono diventati semplici strumenti di applicazione della politica Usa”, ha detto Kandil.

Secondo Kamal, tuttavia, il Cairo ha ancora delle carte da giocare.

“Se Israele si mantenesse ferma sulla sua posizione continuando a rifiutare l’offerta, i paesi arabi potrebbero tentare di mettere il paese in imbarazzo davanti all’Onu”, ha spiegato. “Per di più, un’eventuale decisione del Cairo di fermare questa tendenza verso la normalizzazione con Tel Aviv non sarebbe difficile, e godrebbe di un ampio sostegno popolare”.

Kemal ha poi aggiunto: “Israele teme questo passo, poiché sarebbe difficile tornare indietro”.

Basyouni ha segnalato che il 18 aprile è previsto un incontro tra gli 11 ministri degli esteri dei paesi arabi, per un incontro di follow-up sulle prospettive dell’iniziativa presso la sede della Lega araba al Cairo.

“Esiste un piano per l’attuazione dell’iniziativa araba”, ha detto Basyouni. “Dopodiché, aspetteremo una risposta da Israele. Ma non aspetteremo per sempre”.