Roma, 30 ottobre 2006 (IPS) – Le comunità di pescatori che hanno vissuto per secoli di pesca e prodotti silvestri nell'arcipelago del Chiloè, in Cile meridionale, hanno iniziato ad abbandonare la loro terra. Non sarebbe impossibile per loro restare, malgrado le condizioni difficili, ma l'ambiente non è più in grado di sostenerle.
Anche per le comunità del Nord Africa che per secoli hanno vissuto intorno alle oasi, è iniziato l'esodo. Gli antichi popoli indigeni sono i rifugiati di oggi.
Luoghi difficili, ma comunque in grado di sfamare le comunità locali, che per secoli hanno modellato l'ambiente sviluppando nuove tecniche per il loro sostentamento, e non solo.
Secondo alcuni agricoltori, il Chiloè ha dato al mondo la patata.
Oggi che quelle condizioni difficili stanno diventando quasi impossibili, molti di questi luoghi hanno bisogno di aiuto. È questo il messaggio lanciato dall'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO) delle Nazioni Unite, che con il sostegno del Fondo mondiale per l'ambiente ha avviato nel 2002 un'iniziativa mondiale per proteggere i Globally Important Agriculture Heritage Systems (GIAHS).
Lo studio condotto dalla FAO ha identificato circa 200 sistemi agricoli minacciati da cambiamenti climatici, impoverimento rurale, esodo verso le aree urbane, esclusione delle economie locali dal mercato globale, e altri fenomeni analoghi.
“Questi sistemi agricoli possono garantire sicurezza alimentare a due milioni di persone in tutto il mondo e potenzialmente l'umanità intera potrebbe averne bisogno in futuro”, ha detto all'IPS Parviz Koohafkan, direttore della divisione sviluppo rurale della FAO e coordinatore del progetto GIAHS.
“Il settantacinque per cento dei poveri rurali vive grazie all'agricoltura, ed è depositario di tecniche agricole importantissime. Tuttavia, la globalizzazione è una grossa sfida per l'agricoltura e i piccoli coltivatori; l'umanità rischia di perdere questi patrimoni, se non ce ne prendiamo cura”.
Durante i quattro anni della sua fase preparatoria (2002-2006), il progetto GIAHS ha identificato sette siti pilota in Perù, Cile, Cina, Filippine, e nelle oasi del Magreb in Tunisia, Marocco e Algeria.
In Marocco, “il 36 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà”, ha detto all'IPS Noureddine Nasr, responsabile del sito GIAHS nel Magreb. “La pressione demografica sulle risorse naturali delle oasi e la povertà intrinseca minacciano l'ecosistema”.
Molti continuano ad abbandonare queste aree per tentare di raggiungere l'Italia o altri paesi europei da rifugiati.
Nei prossimi sette anni (2007-14) il progetto GIAHS lavorerà insieme alle comunità indigene per mettere in pratica i nuovi metodi di conservazione individuati dalla ricerca condotta finora.
“A livello locale, il nostro obiettivo è l'empowerment delle comunità indigene, che devono poter riconoscere l'importanza del loro patrimonio, per se stessi prima che per il resto dell'umanità”, ha detto Koohafkan. “perché prima di essere uno strumento per produrre cibo, l'agricoltura è un modo di vivere”.
Secondo Koohafkan, i gruppi indigeni spesso non sono nemmeno consapevoli dei tesori che custodiscono. “Il nostro obiettivo è aiutarli a capire e valorizzare ciò che hanno e a difendere i loro diritti, per evitare che i governi si assicurino la proprietà intellettuale su quei prodotti sottraendoli di fatto ai coltivatori, come spesso accade”.
L'esperienza dei primi cinque progetti pilota e la sfida rappresentata dall'eventuale allargamento di questo programma sono state al centro del forum internazionale di tre giorni (dal 24 al 26 ottobre) sui sistemi agricoli tradizionali tenutosi nella sede FAO a Roma. L'incontro ha riunito agricoltori, scienziati e rappresentanti dei gruppi indigeni arrivati da tutti i continenti.
I progetti pilota hanno avuto un'importanza fondamentale. “Nell'area nella quale abbiamo lavorato negli ultimi quattro anni, lo standard di vita è estremamente basso”, ha detto all'IPS Mario Tapia, coordinatore del progetto in Perù.
Il sito si trova nell'area meridionale delle Ande peruviane e comprende la zona che va dal Machu Picchu a 1.900 metri sul livello del mare, fino al lago Titicaca, a 3.800 metri. Il percorso collega due municipalità molto diverse fra loro e quattro comunità di 1.800 famiglie contadine.
Il progetto, in collaborazione con il gruppo ambientalista peruviano Consejo Nacional del Ambiente, ha l'obiettivo di preservare le tecniche agricole antiche utilizzate per secoli in questi luoghi.
“Esiste un collegamento diretto tra l'esaurimento delle risorse naturali o la scomparsa delle biodiversità e le sfide globali come l'esodo verso le città o altri paesi”, ha detto all'IPS Mario Tapia. “Aumentare i profitti dalla terra può servire ad arginare l'emigrazione, come dimostra chiaramente la nostra esperienza in Perù: grazie ad una partecipazione più diretta delle comunità locali alla conservazione della terra, l'emigrazione permanente si è ridotta del 20 per cento, e del 50 per cento quella temporanea (coloro che lasciano il proprio paese per circa due anni)”.
Alipio Canahua, specialista in agricoltura andina, ha detto all'IPS che in questa regione “c'è carenza di cibo per sei mesi all'anno”, e che l'obiettivo del progetto GIAHS è “dimezzare questo deficit nei prossimi due anni”.
Fondamentale è il contributo delle donne, “custodi della conoscenza sui semi”, ha proseguito Canahua. “Mentre gli uomini si spostano sempre più spesso nelle grandi città in cerca di lavoro, le donne restano a casa e riscoprono le tradizioni culinarie che altrimenti andrebbero perdute. Sono loro a tenere in vita la biodiversità”.
Il progetto GIAHS si pone l'obiettivo di identificare dai 100 ai 150 sistemi tradizionali in tutto il mondo, e creare un patrimonio agricolo mondiale (World Agriculture Heritage) riconosciuto, per garantire la sostenibilità di questi sistemi eco-agricoli.

