ELEZIONI-BRASILE: Le donne vogliono cambiare le regole del gioco

RIO DE JANEIRO, 29 settembre 2006 (IPS) – Attivisti e legislatori che chiedono pari opportunità per le donne in Brasile, e riforme politiche per garantirle, sono già preparati a ricevere una delusione, dato che le liste dei candidati alle elezioni generali di domenica prossima non lasciano intravedere svolte importanti sulla limitata rappresentatività delle donne in politica.

E' del 1997 la legge sulle quote entrata in vigore in Brasile, secondo la quale ciascun partito deve avere tra i suoi candidati al Congresso almeno il 30 per cento di donne. Ma secondo le statistiche della corte elettorale solo il 14 per cento dei candidati alla Camera dei deputati sono donne.

Benché nessun partito abbia raggiunto la quota stabilita, la legge non prevede alcuna conseguenza. E se anche i partiti rispettassero le quote, secondo gli attivisti i risultati non sarebbero molto diversi. Questa misura ha le gambe corte, secondo il movimento delle donne, come dimostra la lenta ascesa nella rappresentatività delle donne al Congresso, che sembra si sia addirittura fermata.

Domenica prossima i brasiliani dovranno eleggere un presidente, governatori dello Stato e legislatori, e 513 deputati parlamentari nazionali oltre a 27 degli 81 membri del Senato.

Nell’attuale legislatura, le donne occupano solo nove seggi al Senato e 42 alla Camera.

Nella lista dei 168 paesi classificati dall’Unione inter-parlamentare secondo il numero di donne nella legislatura, il Brasile è al 122esimo posto, con la percentuale più bassa in America Latina – il 9,1 per cento – simile ad Haiti, e largamente superato da Cuba e Argentina, ai primi posti nella regione con il 36 e il 33,6 per cento rispettivamente.

“Mancano le condizioni oggettive” in termini di formazione politica, fondi, e pubblicità, che permetterebbero alle donne di competere sullo stesso piano degli uomini, sostiene Luiza Erundina, deputata parlamentare del Partito socialista brasiliano (PSB).

Le quote sono solo una “raccomandazione formale”, ha detto all’IPS.

E le donne non hanno poi “l’autonomia per avanzare le loro candidature”, poiché dipendono dalla leadership del partito, che quasi sempre è dominata da “uomini sessisti”, ha aggiunto.

Per tentare di ridurre gli svantaggi per le donne, Erundina ha presentato una proposta di legge nel 2002 per destinare il 30 per cento dei fondi del partito a misure intese ad ampliare la rappresentatività delle donne nelle istituzioni politiche, oltre a garantire che alle candidate donne venga riservato il 30 per cento dello spazio concesso da radio e televisioni ai partiti politici in campagna elettorale.

Ma la riforma decisiva necessaria ad estendere la rappresentatività delle donne al Congresso è l’adozione di un sistema di “liste chiuse”, nel quale vengano votate le liste del partito, invece che i singoli candidati, e sono poi i partiti a stabilire la posizione dei candidati nelle loro liste. Con questo sistema, simile a quello di Argentina e Uruguay, vengono eletti i candidati in cima alla lista.

In Brasile, invece, gli elettori votano per i singoli candidati, e questo significa che se anche i partiti iscrivono il 30 per cento di candidate donne, sta ai votanti decidere quante donne vengono elette. Secondo i critici, ciò alimenterebbe le lotte interne indebolendo l’unità del partito, e rendendo difficile ai nuovi arrivati, comprese molte delle donne, farsi largo nel sistema.

Il movimento delle donne sostiene inoltre che, con le liste chiuse, le candidate donne devono essere collocate in posizioni eleggibili – ad esempio, sempre al secondo posto nella lista – perché si riesca ad aumentare al 50 per cento la percentuale delle donne nella Camera bassa del Congresso.

E se questa raccomandazione incontra resistenze, le donne potrebbero essere collocate al terzo posto di ogni lista, assicurandosi così un terzo dei seggi, il che comporterebbe un graduale aumento nella loro rappresentatività, sostiene Erundina, sindaco, dal 1989 al 1992, di San Paolo, la maggiore città del Brasile.

Le riforme elettorali sostenute dalle donne attiviste, deputate e senatrici nell’attuale legislatura, che votano in blocco sui temi che riguardano le donne, includerebbero il finanziamento pubblico alle campagne elettorali eliminando i contributi privati dai quali sono sempre dipesi i candidati in Brasile.

Le campagne finanziate dai fondi privati rappresentano “la privatizzazione della politica”, alimentano la corruzione, rafforzano l’influenza delle élite economiche e gli interessi acquisiti, e favoriscono i candidati che sono in grado di attirare i fondi, generalmente perché difendono gli interessi dei donatori, afferma il Centro femminista di studi e assistenza (Centro Feminista de Estudos e Assessoria CFEMEA), in un dossier sulla “prospettiva femminista sulle riforme politiche”.

L’organizzazione non governativa (Ong) con sede a Brasilia, che sostiene proposte di legge in favore delle donne al Congresso, difende “azioni positive”, come quella proposta da Erundina, per assicurare il 50 per cento della partecipazione delle donne nella Camera dei deputati.

Dal 2002 le donne rappresentano la maggioranza dei votanti in Brasile, con l’attuale 51,5 per cento dei votanti del paese, accentuando lo squilibrio di genere nel governo.

La legge sulle quote “è stato un passo positivo”, contribuendo ad aumentare la presenza delle donne nel governo e nella leadership dei partiti politici; ma “siamo lontani dal nostro obiettivo di parità”, sostiene Sonia Wright, scienziata politica del progetto “Donne e democrazia” promosso da tre Ong di Recife – capitale dello stato settentrionale di Pernambuco – con l’obiettivo di aumentare la partecipazione delle donne in politica.

Uno dei fattori responsabili della sottorappresentazione delle donne sarebbe il femminismo stesso, secondo Wright, “che non ha combattuto abbastanza per una democrazia rappresentativa”, dando invece priorità alla “democrazia partecipativa, (e) confondendo il movimento delle donne con la sinistra”.

L’unità delle parlamentari donne in ciò che è stato sprezzantemente definito il “tavolo del rossetto”, esiste solo nel Congresso nazionale, e non si estende sul piano statale e municipale, ha aggiunto.

Le donne in politica oggi sono ancora piuttosto isolate l’una dall’altra, e serve più dialogo tra le donne consigliere comunali, legislatrici nazionali e funzionarie dell’esecutivo, e con i diversi consigli per i diritti delle donne, sostiene Wright.

La rappresentatività politica delle donne è limitata su tutti i livelli. Solo quattro donne ministro siedono nel gabinetto del presidente Luiz Inácio Lula da Silva, ossia appena l’11 per cento del totale. E solo due dei 27 stati brasiliani, e il 7,5 per cento di tutte le città e i paesi sono governati da donne, e meno del 13 per cento dei consiglieri comunali del paese e membri delle assemblee legislative nazionali sono donne.

Una serie di scandali sulla corruzione che hanno offuscato, a partire dallo scorso anno, la credibilità di tutti i politici, in particolare i parlamentari, sull’intero spettro politico hanno creato le condizioni favorevoli alla riforma politica, secondo Erundina e Wright.

I tempi sono maturi per lottare per delle leggi che siano meno sfavorevoli per le donne, nonostante la forte resistenza dei partiti dominati dagli uomini sessisti, osserva Erundina, che evidenzia gli ostacoli affrontati dalle proposte da lei presentate in Parlamento.

“Le donne che vogliono fare attività politica hanno di fronte una giornata lavorativa tre o quattro volte più faticosa”.