SALUTE-KENYA: Rompere il silenzio sull’aborto

Joyce Mulama, 6 settembre 2006 (IPS) – Alle comunità locali è stato chiesto di essere protagoniste del cambiamento, rompendo il silenzio sugli aborti illegali che favoriscono la mortalità infantile in Kenya.

In Kenya l’aborto è illegale, ed è consentito solo nel caso in cui la vita della donna sia a rischio.

Nonostante la presenza di leggi che condannano tale pratica, l’interruzione della gravidanza indesiderata è una pratica diffusa, e donne e ragazze continuano a morire per le complicazioni degli aborti insicuri.

Uno studio nazionale del 2004 stima che ogni anno in Kenya vi sono 300.000 interruzioni di gravidanza, e circa 20.000 ricoveri in ospedale di donne e ragazze per complicazioni legate all’aborto.

L’aborto viene effettuato in segreto, ma alle comunità è stato chiesto di rompere il silenzio per cambiare i comportamenti negativi legati a questa pratica.

“Ogni volta che si parla di aborto, spesso ci sono dei pregiudizi. Coloro che praticano l’aborto vengono chiamati in ogni modo, anche diavoli. Non sono diavoli, ma membri delle nostre comunità. Le nostre donne e ragazze hanno delle gravidanze indesiderate e le portano a termine, e alcune di esse muoiono”, ha riferito Joachim Osur, direttore dei programmi di assistenza presso la Family Health Options Kenya (FHOK).

Il suo gruppo, un’organizzazione non governativa (Ong) con sede a Nairobi, fornisce servizi per la salute riproduttiva in tutto il Kenya.

“Se si potessero incoraggiare le comunità a parlare apertamente e fare in modo che ricevano le corrette informazioni sulla salute riproduttiva, anche su come gestire gli aborti insicuri, potremmo evitare i casi di mortalità materna”, ha osservato Osur.

Le statistiche ufficiali mostrano che dal 30 al 50 per cento di tutte le morti materne sono direttamente attribuibili all’aborto insicuro. Secondo il Sondaggio nazionale sulla salute demografica del 2003, la mortalità materna in Kenya registra oggi 414 morti ogni 100.000 nati vivi.

“Per ottenere buoni risultati, bisogna sempre coinvolgere le comunità. E anche per affrontare in modo adeguato il problema delle morti materne, le comunità devono parlare. Sono loro che sanno cosa succede, dove e come. Per gestire questo problema (l’aborto) hanno i loro metodi tradizionali”, ha detto Josephine Moyo di Ipas, un gruppo finanziato dagli Usa che sostiene i diritti della salute riproduttiva delle donne.

“Alcuni di questi metodi possono essere pericolosi, ha proseguito. Per questo bisogna incoraggiare (le comunità) a condividere le loro esperienze, così da poter avere una giusta informazione sulla salute riproduttiva, compresa la ricerca di assistenza medica in caso di complicazioni legate all’aborto insicuro”.

Alcuni metodi tradizionali di operare l’aborto prevedono l’uso di erbe, radici e foglie che vengono inserite nella vagina per rimuovere il feto, per mano di erboristi o levatrici.

Se effettuata con imprudenza, l’overdose può risultare fatale per la donna o la ragazza. Le eventuali complicazioni, come una eccessiva perdita di sangue o la perforazione dell’utero, che erboristi o ostetriche tradizionali non riescono a gestire, possono uccidere le pazienti.

Mentre si intensifica la campagna per coinvolgere le comunità ad affrontare il problema degli aborti insicuri, piano piano si comprende l’efficacia di una simile iniziativa.

Uno studio diffuso all’inizio di questo mese evidenzia come la partecipazione della comunità può aiutare a cambiare i comportamenti delle persone e la loro risposta al problema degli aborti insicuri.

Lo studio, “Sperimentare le strategie a livello comunitario per ridurre le gravidanze indesiderate e gli aborti insicuri nel Kenya occidentale”, è il risultato di una ricerca condotta a Suba, un’area remota del Kenya occidentale, tra il 1999 e il 2004, per capire se le comunità potessero essere efficaci nel ridurre le morti legate all’aborto.

Dallo studio è emerso che le comunità di Suba erano in grado di ridurre questo tasso di mortalità. Questo in seguito ad un programma di educazione della popolazione, e di formazione della comunità informale di operatori sanitari per le misure di primo soccorso alle donne che portassero a termine la gravidanza, da indirizzare tempestivamente alle cliniche più vicine dotate di personale medico qualificato.

“C’è stato un calo significativo nella mortalità legata all’aborto, dall’87 per cento del 2001/2002 al 13 per cento nel 2003/2004”, si legge nello studio, che è stato condotto dall’ufficio regionale del Centre for the Study of Adolescents con sede negli Usa, il Pacific Institute for Women’s Health degli Usa e il Kenya Medical and educational Trust, un’organizzazione non governativa.

Oltre ad affrontare le questioni dell’aborto insicuro, gli esperti della salute riproduttiva hanno sottolineato l’importanza di prevenire le gravidanze indesiderate mediante un maggiore uso dei contraccettivi.

Il Kenya ha sofferto una carenza di contraccettivi, che è stata attribuita alla diffusa incidenza di aborti nel paese.

I donatori, che prima finanziavano pacchetti di misure contraccettive in Kenya, hanno dirottato i fondi altrove. “Tutta l’attenzione è andata all’Hiv/UAids, e la pianificazione familiare è passata in secondo piano”, ha osservato Solomon Orero, un ginecologo di Nairobi.

L’anno scorso, il governo del presidente Mwai Kibaki ha stanziato 2,7 milioni di dollari in misure anticoncezionali e altri servizi per la salute riproduttiva, per la prima volta nella storia del Kenya. Ma questo intervento, concesso per l’anno finanziario 2005/06, appare solo come una goccia in un oceano.

Non è ancora chiara la somma che verrà spesa per la salute riproduttiva, in particolare per gli anticoncezionali.

Secondo Osur, il FHOK, che da solo soddisfa il tre per cento dei servizi per la salute riproduttiva del paese, spende più di 2,7 milioni di dollari all’anno per misure contraccettive e altri servizi per la salute riproduttiva.