ECUADOR: L´eruzione espone gli indigeni alla povertà

QUITO, 25 agosto 2006 (IPS) – Mentre il vulcano Tungurahua, 150 chilometri a sud di Quito, ricopriva letteralmente l´ambiente circostante di una cenere densa, l´eruzione esponeva l´Ecuador ai disastri naturali e alla povertà estrema, nei luoghi abitati dalla maggior parte delle comunità indigene andine di questo paese.

Dieci villaggi vicini al vulcano sono stati bombardati da rocce, lava e cenere, e sono stati evacuati. Più di 5.000 persone hanno perso la casa e il raccolto, mentre la polvere trasportata dal vento si è abbattuta su un milione di abitanti urbani e rurali, danneggiando 40.000 ettari di raccolto di frutta e ortaggi. Sette persone sono morte e si parla di oltre 30 dispersi.

L´ultimo ciclo di eruzioni del vulcano è iniziato nel 1999, aumentando di intensità poco più di un mese fa, il 14 luglio, quando con una grande esplosione sono fuoriusciti nell´area circostante magma, lava, cenere e gas. La situazione era tranquilla fino all´eruzione del 16 agosto, che l´Istituto di geofisica del paese definisce come la più imponente dal diciottesimo secolo.

A El Altar, comunità oggi devastata dalla lava e dal magma, qualche giorno prima Dolores Chicaiza, l´indigena più anziana, aveva detto all´IPS. “Grazie al ruggito di Mama Tungurahua, governo e stampa si sono finalmente accorti della nostra povertà”.

Con il boato profondo del vulcano e il movimento del terreno in sottofondo, Chicaiza esprimeva il proprio rispetto per Mama Tungurahua, come gli indigeni Quechua chiamano il vulcano. “Lei grida il suo dolore per le nostre terre povere e asciutte, nell´interesse dei nostri porcellini d´India, delle nostre galline e di noi stessi”, ha aggiunto.

“Qui solo due cose sono fortemente radicate — noi, e le nostre cipolle. Siamo sopravvissuti per 500 anni e continueremo, con o senza il vulcano; anche la cipolla è forte e può sopravvivere su terreno arido, esposta al freddo, alla cenere, alle macerie e agli attacchi di Mama Tungurahua, che ricorda alle autorità che esistiamo quando loro se ne dimenticano”, ha proseguito la campesina.

La donna era irremovibile quando affermava che la sua famiglia – così come la maggior parte della comunità – non sarebbe andata in uno dei rifugi improvvisati.

“Noi restiamo qui. Quando mio figlio mi ha detto che gli avevano consegnato la chiave di una stanza in un rifugio municipale per la sua famiglia, ho detto che non sarei partita, e lo stesso le sue figlie. La terra si muove, ma noi e le cipolle abbiamo radici forti”, diceva Chicaiza, poco prima che una nube di cenere a forma di fungo uscisse dal vulcano e il rumore si interrompesse per qualche secondo.

Curiosi locali e stranieri avevano fatto trekking nel villaggio per “visitare il vulcano e la sua gente”, come se fosse uno spettacolo.

Alcuni metri più avanti, Dioselinda Sisa, con i suoi figli di uno, tre e quattro anni, aveva detto di non avere paura, perché il vulcano per lei è come un nonno – uno che ogni tanto racconta delle storie e qualche volta brontola. Tuttavia, ammetteva, “di notte i bambini piangono quando ruggisce così”.

I suoi occhi tristi e tranquilli osservavano la grande nuvola grigia esplodere e versare rapidamente la sua cenere sulle piccole fattorie della regione.

“L´altro giorno, quando il vulcano ha eruttato, ha seminato macerie e magma fin qui, e abbiamo dovuto correre per ripararci nelle case. Abbiamo riunito i porcellini d´India per farli rientrare. Bisogna portare in salvo gli animali. È stato come uno sparo fortissimo – ci ha colpito le orecchie, ma poi è passato. Alla fine tutto passa”, diceva, guardando i suoi bambini.

A distanza, sulla destra del Tungurahua, un´altra vetta vibrava con un diverso tipo di bianco – la neve.

Cinquanta metri più in là, una donna dava qualche rifiuto a due maiali; legati a un palo, gli animali reagivano nervosamente ai rumori del vulcano.

Secondo Ángel Chicaiza, il peggio non è non poter nutrire o proteggere gli animali che danno loro il sostentamento. “Non abbiamo mai avuto molto, ma adesso abbiamo ancora meno”, diceva con un tono che non chiedeva pietà, ma rifletteva il suo cuore greve.

Nella comunità nessuno si è lamentato, e nessuno ha chiesto assistenza alle autorità.

Secondo Ángel, “È come quando il governo non ci concede credito né aiuto per seminare o allevare i nostri porcellini d´India. Oppure quando non abbiamo acqua per i nostri raccolti o medici per combattere tutte le malattie che ci sono qui”.

Però nulla li aveva preparati agli avvenimenti della notte del 15 agosto, quando sono scappati con gli altri membri della comunità, di fronte a quella insolita attività del vulcano. Grazie a questa decisione, sono sfuggiti alle rocce e alla lava.

Lunedì, quando il vulcano si era relativamente calmato, la popolazione di El Altar è tornata per valutare i danni. Hanno trovato mucche, porcellini d´India, galline e maiali morti, i raccolti di cipolle bruciati nella cenere, e i tetti di metallo corrugato delle loro case bucati dalle pietre del Tungurahua.

Per anni il direttore dell´Istituto di geofisica Hugo Yépez aveva avvertito dell´urgenza per l´Ecuador di istituire programmi di prevenzione e preparazione al disastro in zone a rischio per fenomeni naturali come l´eruzione del Tungurahua.

Secondo Yépez, gli sforzi non si dovrebbero limitare a trasferire le comunità vicino al vulcano; dovrebbero piuttosto prevedere misure come la costruzione di alloggi sicuri, anche più lontano dal vulcano in modo che possano resistere a un´eruzione, data la vulnerabilità dimostrata dall'ultimo incidente.

Un´eruzione vulcanica o un terremoto possono certamente provocare danni peggiori in Ecuador anziché in Giappone, perché gli edifici sono inadeguati, non vengono avviate iniziative di prevenzione, gli animali non hanno un posto dove rifugiarsi e ai campesinos mancano tecniche per conservare acqua e medicine per sé e per il bestiame. Tutti questi fattori aumentano ulteriormente la vulnerabilità del paese, osserva Yépez.

Luis Macas, presidente della Confederazione delle nazionalità indigene dell´Ecuador e candidato presidenziale, sostenuto dai movimenti indigeni e da altre organizzazioni sociali, concorda sul fatto che questi disastri naturali portano allo scoperto la povertà dei nativi.

“Ho visitato decine di volte comunità vicine allo Tungurahua; gli indigeni sono sempre stati poveri, e questo non cambierà, a meno che il paese non attui delle modifiche fondamentali”, ha dichiarato.

“La povertà è finita improvvisamente sotto i proiettori a causa del vulcano, che ha attirato l´attenzione delle autorità nazionali e dei media. Molti degli indigeni hanno solo questi poveri appezzamenti di terreno, per questo non vogliono abbandonarli”, ha detto Macas.

Il ministro degli interni Antonio Andretta ha dichiarato che gli effetti dell´eruzione sono “talmente drammatici e hanno conseguenze tali che il governo dovrà dare la precedenza alle questioni più urgenti”.

“È un problema nazionale che deve essere affrontato come una grave realtà”, ha aggiunto.

Il ministro della salute Guillermo Wagner ha dichiarato in televisione che un altro problema è “l´attaccamento alla terra” dimostrato dalla popolazione che, malgrado il rischio e la distruzione, vuole tornare alle proprie comunità.

Il governo ha fornito non solo aiuto materiale alle vittime, ma anche équipe mediche per curare la popolazione colpita, ha proseguito Wagner.

I primi rapporti dell´Istituto di geofisica riferiscono che la nube di cenere prodotta dall´eruzione del 16 agosto ha raggiunto la stratosfera, con un diametro di 280 chilometri. I gas, le rocce e il magma emessi dal Tungurahua sono saliti fino a otto chilometri di altezza.

L´ultimo rapporto dell´Istituto di geofisica, pubblicato lunedì, mantiene un elevato stato di allerta perché, malgrado la relativa calma, il periodo di attività non è finito, e un´altra eruzione è ancora possibile.