MEDIA-IRAQ: L’indipendenza a caro prezzo

NEW YORK, 10 Luglio 2006 (IPS) – Il 28 giugno scorso, il corrispondente dell'IPS Alaa Hassan è rimasto
ucciso in un'imboscata, colpito da sei colpi di mitragliatrice esplosi
contro la sua auto mentre si recava al lavoro a Baghdad, portando a 75 il
numero di reporter uccisi nel paese dall'inizio dell'invasione
guidata dagli americani, nel marzo 2003.

Secondo le stime della Federazione internazionale dei giornalisti il numero è anche maggiore: 131 vittime.

Le prove raccolte finora indicano che Hassan non è stato ucciso espressamente per il suo lavoro, che includeva interviste con personalità quali As'aad Kareem, presidente del sindacato iracheno dei lavoratori del settore petrolifero di Basra; Fadil el-Sharaa, portavoce del leader religioso sciita Moqtada Sadr; e lo sceicco Abu Yasin al-Zawi, un ecclesiastico di 62 anni arrestato dall'esercito Usa dopo aver definito “terrorismo di stato” l'assassinio da parte di Israele del leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, nel 2004.

Come per molti altri giornalisti che hanno raccontato il conflitto in Iraq, i peggiori timori di Hassan si sono avverati quando, all'improvviso, alcuni uomini armati hanno esploso una raffica di mitra contro il suo veicolo mentre attraversava un ponte sul quale tanti altri erano stati uccisi prima di lui.

Originario di Babilonia, nell'Iraq centrale, Hassan aveva 35 anni, e lascia una moglie in attesa del loro primo figlio.

L'IPS ha parlato con Frank Smyth, rappresentante a Washington della Commissione per la tutela dei giornalisti (CPJ), che ha sede a New York, delle difficoltà che i giornalisti che lavorano in Iraq devono affrontare, in particolare i free-lance locali e quelli che lavorano senza la protezione concessa ai reporter occidentali “embedded”, incorporati nelle forze militari.

IPS: La grande maggioranza dei giornalisti e dei lavoratori dei media che sono rimasti uccisi era irachena; quali pericoli in più devono affrontare i reporter locali nel raccontare il conflitto, rispetto ai loro colleghi stranieri?

FS: In realtà, 53 dei 74 giornalisti uccisi in Iraq dal 2003, cioè oltre il 70 per cento, erano iracheni. La percentuale aumenta se si considerano i lavoratori dei media o il personale di supporto ai giornalisti, dato che 26 dei 27 operatori dei media uccisi in Iraq dal 2003 erano iracheni.

Giornalisti iracheni, fixer e altro personale di supporto affrontano rischi anche maggiori rispetto ai corrispondenti esteri. Oltre a svolgere gran parte del lavoro in prima linea per i loro colleghi stranieri, i giornalisti iracheni corrono l'ulteriore pericolo di essere presi di mira per il loro lavoro nelle loro stesse comunità.

IPS: La Provincia di Baghdad è probabilmente il luogo più pericoloso dal quale riportare le notizie. Eppure, giornalisti coraggiosi continuano a rischiare la loro vita per raccontare ciò che sta accadendo là. Quanto è importante pubblicare questo tipo di informazioni, in particolare per i giornalisti non embedded?

FS: Non sono sicuro di concordare sul fatto che la provincia di Baghdad sia il luogo più pericoloso. Piuttosto, molti giornalisti ed altri sono stati feriti o uccisi lì perché questa provincia centrale è l'area più vicina ai giornalisti, dal momento che quasi tutti hanno la loro sede a Baghdad. E perciò è la zona dalla quale molti giornalisti finiscono per scrivere i loro servizi. Sarebbe molto più pericoloso viaggiare dalla provincia di Baghdad verso quella di Anbar, ad esempio, per tentare di scrivere da lì. Qualunque tipo di viaggio, ma soprattutto un lungo viaggio, aumenta i rischi.

Ciononostante, è assolutamente vitale per i giornalisti continuare a scrivere in modo indipendente, per quanto il livello di sicurezza della situazione lo permetta. Solo uscendo in strada e parlando con diversi iracheni in diversi luoghi, i giornalisti saranno in grado di dare un'immagine ragionevolmente accurata ai loro lettori o ascoltatori. Per di più, le opinioni possono essere diverse in regioni diverse. E solo recandosi di persona in queste zone, la complessità degli eventi e dei punti di vista può essere raccontata in modo accurato.

IPS: Lo scorso settembre la CPJ ha pubblicato un rapporto secondo il quale l'esercito Usa non avrebbe indagato a fondo sull'uccisione di 13 giornalisti da parte delle proprie forze militari in Iraq, e avrebbe fallito nell'attuare le raccomandazioni necessarie per migliorare la sicurezza dei media. Il governo Usa ha preso delle misure per affrontare queste mancanze?

FS: Le indagini dell'esercito Usa hanno fallito nella gran parte dei casi in cui dei giornalisti sono rimasti uccisi per mano delle stesse forze Usa in Iraq. In pochi di questi casi, come l'attacco all'Hotel Palestine nel 2003 e l'uccisione da parte di un soldato Usa di alcuni giornalisti Reuters e di Mazen Dana – vincitore del Premio internazionale per la libertà di stampa della CPJ nello stesso anno – l'esercito Usa ha pubblicato dei rapporti che di fatto assolvevano le truppe Usa coinvolte. Ma in ognuno di questi casi, le stesse indagini dell'esercito Usa non hanno tenuto conto di altri fattori, come il motivo per cui l'unità corazzata nell'attacco al Palestine Hotel era apparentemente all'oscuro della presenza dei giornalisti nell'hotel. Nel caso di Mazen Dana, le indagini dello stesso esercito Usa raccomandavano che le forze militari americane rivedessero le proprie regole di ingaggio, per rendere le truppe più consapevoli della presenza di giornalisti. Ma non è ancora chiaro se l'esercito lo abbia fatto.

In altri casi, sembra che le indagini non siano state avviate affatto.

Si dice che l'esercito Usa abbia effettuato qualche cambiamento per aumentare la sicurezza presso i checkpoint delle forze militari Usa, dove molti civili, tra cui dei giornalisti, sono rimasti feriti o uccisi. La CPJ, insieme all'organizzazione Human Rights Watch, ha scritto al segretario della difesa Donald H. Rumsfeld, chiedendo che l'esercito migliori la sicurezza dei checkpoint in Iraq. L'esercito non ha risposto alle sollecitazioni, sebbene – se i rapporti recenti sono attendibili – le forze militari avrebbero fatto qualche passo in questa direzione.

IPS: E cosa mi dice delle autorità irachene? Siete soddisfatti di come hanno gestito queste indagini?

FS: Finora la CPJ ha riscontrato solo casi di giornalisti uccisi dalle forze irachene e, anche in quei casi, le circostanze rimangono poco chiare. Per la maggior parte, i giornalisti uccisi in Iraq sono stati assassinati da forze ribelli oppure in attacchi da parte di ribelli. Gli incidenti che coinvolgono le forze militari Usa rappresentano la seconda causa principale di morte per i giornalisti in Iraq.

IPS: Ad oggi, il numero di reporter considerati obiettivo preciso di attacchi (38) è quasi equivalente a quello dei giornalisti uccisi dal fuoco incrociato o in altre azioni di guerra (36). Vede una tendenza in qualche direzione specifica?

FS: In effetti, la maggior parte dei giornalisti morti in Iraq sono stati assassinati, spesso in maniera criminale, come rappresaglia direttamente collegata al loro lavoro. Mentre quasi altrettanti reporter sono stati uccisi dal fuoco incrociato o in altre azioni di guerra. Non credo che la tendenza in Iraq stia necessariamente cambiando. Ma ci sono diversi elementi che fanno riflettere. Se si guarda alle informazioni raccolte dalla CPJ negli ultimi dieci anni, o anche nei dieci anni precedenti, emerge una tendenza allarmante: circa tre giornalisti su quattro uccisi sul lavoro non sono morti sul 'campo di battaglia'; piuttosto, sono stati uccisi proprio per colpire il loro lavoro. Per la maggior parte, questi giornalisti sono reporter investigativi locali. Cosa ancora più allarmante è che in circa nove su dieci di questi casi, nessun presunto responsabile è mai stato nemmeno processato. I paesi che contano il maggior numero di omicidi dal 2000 sono Filippine, Iraq, Colombia, Bangladesh e Russia.

IPS: Quanto è pericolosa la situazione sul campo in termini di controllo, o di assenza di controllo, delle diverse forze armate? Sembra che al di fuori dei bunker che proteggono le forze di occupazione e i loro alleati, caos e violenza regnino indiscriminatamente e senza regole. Come si può preparare un giornalista, soprattutto locale, a lavorare in queste condizioni? Che significa essere un freelance in Iraq? È possibile per un freelance guadagnarsi da vivere con un qualche livello di libertà di espressione, e riuscire raccontare il conflitto?

FS: Quello dell’Iraq è oggi il conflitto più pericoloso da raccontare per un reporter, e non esiste una strada facile o protetta per raccontare la guerra e stare al sicuro. I rischi dei corrispondenti stranieri sono enormi, inclusi i più noti news anchor occidentali destinati a Baghdad i quali si appoggiano ai fixer iracheni, che lavorano più vicino a casa. Tutti i freelance, stranieri e locali, affrontano rischi ancora maggiori. La CPJ dà il proprio supporto ai freelance, soprattutto accertandosi che abbiano un’assicurazione sanitaria adeguata, e incoraggiando le organizzazioni giornalistiche a garantire questa assicurazione sanitaria, in particolare ai reporter di riferimento. Il training sulla sicurezza è un altro elemento importante che raccomandiamo. L’Istituto per la sicurezza dei giornalisti (che comprende la CPJ) ha offerto un training per i fixer iracheni e per altri in Iraq. (Vedi www.newssafety.com.)

IPS: Esiste un modo per accreditare i giornalisti che si trovano in Iraq? Il problema è quando sono indipendenti, e non hanno un riferimento specifico, o quando lavorano in coppia con giornalisti che stanno fuori, i cosiddetti “fixer”. Conosce qualche punto di contatto all’interno del governo, incaricato di rispondere alle richieste dei giornalisti?

FS: Quello dsell’accredito è un problema ambiguo e ricorrente. Molti giornalisti dicono di aver bisogno di garanzie da parte dei militari Usa, per superare in maniera sicura i checkpoint americani. Ma i militari sono riluttanti a fornire garanzie a molti iracheni che lavorano per i media occidentali. I gruppi giornalistici si sono organizzati per trattare con i rappresentanti dell’esercito americano ottenendo risultati diversi. Altra questione che sembra essere in qualche modo risolta sono le lunghe file che i giornalisti dovevano fare per accedere alle conferenze stampa delle forze armate Usa, situazione molto a rischio di attacchi, anche suicidi.

I militari Usa hanno a loro credito la recente nomina di un alto comandante incaricato di rispondere alle richieste delle organizzazioni giornalistiche ogni qual volta un reporter viene trattenuto. Questa è una risposta chiara dell’esercito americano alla pressione da parte della CPJ e non solo.