VENEZIA, 26 giugno 2006 (IPS) – Parlare di Glasnost – che significa “apertura”, dai termini russi “pubblico” e “voce” – potrebbe sembrare un ritorno agli anni '80. Tuttavia la parola descrive alla perfezione le sfide attuali dell’informazione nel mondo globalizzato.
Mikhail Gorbaciov, presidente dell’ex Unione Sovietica e premio Nobel nel 1990, sa bene quanto la sua politica abbia sollevato speranze e paure, e quanto ancora significhi per i media, il potere e la società civile di oggi.
La questione è stata al centro di un seminario internazionale promosso dal World Political Forum – il gruppo intellettuale globale fondato da Gorbaciov quattro anni fa per monitorare i processi chiave della globalizzazione – in cooperazione con la provincia di Venezia. Esperti internazionali, giornalisti e professionisti dell’informazione hanno discusso il ruolo cruciale dei media “tra i cittadini e il potere”. Nel loro stare “tra”, i media sono un legame o un ostacolo nella relazione tra società civile e arena politica?
“Nel momento più critico della perestroika (la ristrutturazione dell'economia sovietica), l'atteggiamento negativo e fortemente critico della stampa era sempre in cima all’agenda di ogni singolo cabinet: ci pressano, ci danno la caccia! Tutti erano estremamente preoccupati di questo”, ha detto all’IPS l’ex presidente Gorbaciov.
“I giornalisti continuavano a chiederci con insistenza di rendere pubblico il lato peggiore del regime da subito”, ha proseguito. “Ma, nell’ottica della perestroika, la gente non poteva ripudiare d'un colpo la propria storia e gli ideali in cui i padri e i nonni avevano creduto, e per i quali avevano lottato”.
Glasnost, il mantra della perestroika, significava educare le persone alla responsabilità sociale e politica. “La società civile aveva bisogno di essere accompagnata, portata per mano per comprendere in modo graduale questo momento di transizione. Ma i media avevano fretta e sono andati per la loro strada, commettendo così un grave errore”, ha detto Gorbaciov all’IPS.
Una dimostrazione diretta di come le interrelazioni tra media, società civile e potere possano cambiare il corso della storia. Guardando ai tempi più recenti, la campagna del presidente Usa George Bush per la guerra in Iraq è un esempio molto significativo. Il dibattito riguarda oggi l'acquiescenza dei media statunitensi che non hanno saputo contestare la motivazioni di questa guerra da parte dell'amministrazione Bush. Come le armi di distruzione di massa, che dopo tre anni dall'invasione americana, non sono ancora state trovate.
La storia è influenzata sia da ciò che i media raccontano che da quello che non raccontano.
“Qualcosa non funziona nell’attuale relazione tra cittadini e media e tra cittadini e potere, se i cittadini sono diventati così sospettosi verso entrambi e non si fidano più di quello che viene loro raccontato”, ha spiegato Ignacio Ramonet, caporedattore di Le Monde Diplomatique.
Questa perdita di fiducia della società civile nei media dipende in larga parte dall'insicurezza dell’informazione, un vero paradosso nella società della iper-informazione, e una contraddizione interna per le democrazie mature. Come si può ridisegnare la dinamica media-cittadini-potere?
“È un problema complicato. La libertà di parola e di informazione è una sorta di dogma, ma la gente comincia a credere che la libertà sia un pretesto per organizzare la democrazia, senza di fatto essere rispettata né dai media, né dal potere”, conclude Ramonet.
I media più importanti crescono attraverso processi di fusione e consolidamenti, che mettono il profitto e le aspettative degli azionisti al di sopra della responsabilità civile. I grandi media sono essi stessi parte del sistema economico globalizzato, e sono considerati dei 'sostenitori' dello status quo.
Nel frattempo, gli osservatori hanno iniziato a guardare ai 64 milioni di bloggers proliferano rapidamente – si stima che il 17 per cento dei giovani negli Stati Uniti abbia un proprio sito o un blog, aggiornati regolarmente con contributi personali – come potenziali rivali di quei giganti dell’informazione e promotori dal basso dell'information guerrilla.
Ogni secondo, con un rovesciamento del paradigma, nasce un nuovo giornalista. Ciononostante, questo nuovo flusso informativo ha le sue implicazioni, che mettono in evidenza le virtù dei media tradizionali. “La forza della comunità dei blogger sta nei numeri”, ha detto all’IPS Bernard Guetta, editorialista del francese L'Express.
“Essendo incredibilmente numerosi, possono avere un impatto maggiore sull’opinione pubblica, come è successo l’anno scorso in Francia, quando i cittadini sono stati chiamati alle urne per accettare o respingere la costituzione europea. In quel caso, il no alla costituzione ha vinto anche a causa del massiccio tam tam in rete”.
“Tuttavia, ci sono casi di informazioni 'estremamente false' che attraversano la rete. E questo accade per l’assenza totale di filtri”, ha proseguito Guetta. “Intendo i filtri interni del giornalista stesso, o quelli innescati dall’editore, ad esempio. È vero che all’interno della 'stampa classica' i filtri spesso non funzionano affatto, ma per lo meno esistono”, ha concluso.
Secondo John Lloyd, editorialista del Financial Times, alcune opzioni potrebbero aiutare i media tradizionali a recuperare terreno. “Salvare la cronaca, come prima bozza della storia. Ed evitare l'atteggiamento di mero disprezzo nei confronti dei politici, pensando piuttosto ad informare i cittadini dei vincoli di cui i politici devono tener conto nel loro sforzo, talvolta sincero, di servire la società civile”.

