KHARTOUM, 9 Maggio 2006 (IPS) – Suzie Bernardo arriva all’alba al mercato del centro di Khartoum, capitale del Sudan, dopo un lungo viaggio in autobus cominciato in una baraccopoli in periferia. Qui sistema la sua stufa portatile a carbone, tira fuori delle tazze da tè coperte di impronte, contenitori per tè, zucchero e caffè.
Per dieci ore al giorno Bernardo vende tazzine di bevande calde, seduta nella striscia d’ombra di un muretto vicino. Le temperature spesso sfiorano i 40 gradi centigradi, e accanto alla sua stufa scaldavivande fa ancora più caldo.
Lungo la strada, decine di venditori espongono le loro mercanzie: orologi, custodie per telefoni cellulari, calzini, scarpe e cravatte.
I venditori ambulanti che affollano le strade di Karthoum alimentano gran parte dell’economia informale del Sudan. Con circa due milioni di rifugiati giunti in questa città dal sud del Sudan durante la recente guerra civile – oltre che da Etiopia, Eritrea e Uganda – le possibilità per i lavoratori non qualificati e senza formazione sono scarse.
Ma le leggi locali – o la loro applicazione – rendono il commercio “informale” una questione complessa.
Nonostante sia necessaria una licenza per poter vendere nei mercati e per strada, molti affermano di non conoscere il vero costo del permesso, e sospettano che la polizia gonfi le tariffe. Il punto, sostengono i commercianti, è che non possono permettersi di lavorare legalmente.
“Ho cinque figli. Devo dar loro da mangiare, devo pagare le tasse scolastiche; mio marito è paralizzato e non può lavorare”, racconta Bernardo. “Sono stata arrestata tre volte perché vendevo il tè. Si prendono le mie cose e non me le restituiscono”.
Il colmo dell’umiliazione, aggiunge, è che gli stessi funzionari di polizia dopo ritornano e bevono il suo tè. Senza pagare.
Diverse volte al giorno, la polizia fa la sua comparsa in questo angolo polveroso del Souk Afringi in Sudan. All’arrivo delle guardie, munite di fischietti e manganelli, i venditori ambulanti afferrano ciò che possono e fuggono. I più sfortunati vengono arrestati, e le merci confiscate – anche se una “bustarella” può aiutare un funzionario a considerare le cose con più indulgenza.
“A volte (il poliziotto) chiede solo un po’ di denaro per sé”, spiega Ali Hassan, che vende orologi. Hassan ora ha la licenza, ma dice di non averla avuta per molti anni.
Bol Mayun ha raccontato all’IPS di essere stato esortato a fare domanda per la licenza, che sarebbe costata circa 20 dollari al mese. Si mormorava che il suo guadagno fosse di 20 dollari al giorno, ma molto più frequenti sono le volte che non guadagna nulla.
Sidiqa Washi, a capo dell’Unione sudanese delle donne, osserva che le venditrici donne devono anche sopportare le aggressioni della polizia. Il Sudan del nord, sostiene, ha mantenuto la cultura tradizionale araba secondo cui l’immagine di una donna seduta in pubblico che parla con un uomo è offensiva. Eppure il mestiere del venditore di tè è per definizione un mestiere pubblico e sociale, e costringe le venditrici donne a interagire tutto il tempo con clienti maschi.
“Il loro problema è che non vogliono vedere le donne per strada”, osserva Washi. “Alcune di loro sono giovani e belle. Gli uomini ci parlano, alcune sposano persino uomini con una certa posizione”.
Washi sostiene che alcune venditrici che vengono arrestate, quando escono di prigione raccontano di essere state stuprate.
La polizia del Sudan si difende con vigore dalle accuse di tangenti, di abusi sui venditori e sulle donne in particolare.
“Quelle persone mentono”, spiega l’agente di polizia Hamdil El Khalifa, un uomo corpulento e attraente, che sospira sconsolato quando sente che alcuni funzionari si comportano in modo scorretto.
Al massimo, ci sarà qualche agente che abusa della sua posizione, osserva, aggiungendo che vengono prese delle precauzioni per evitare che ciò accada: “Quasi tutti i gruppi di agenti nel mercato sono accompagnati da un funzionario e da un osservatore”.
El Khalifa respinge ogni accusa di stupro. “È impossibile”, afferma. “Ogni stazione di polizia ha una sezione separata per le donne e i bambini. Nessun uomo può entrare, ed è sempre presente una guardia donna”.
Quanto alle accuse che le donne in particolare vengano prese di mira, l’agente spiega che le azioni contro le venditrici dipendono dalle mercanzie che commerciano.
“Queste donne vendono vino locale e narcotici, come la marijuana”, sostiene. “Non è la stessa cosa se è un uomo a vendere quelle cose”.
A Khartoum l’alcol è illegale, e molte donne del sud preparano un distillato di dattero noto come “aragi”. Khalifa spiega che ogni mese vengono sequestrate ai venditori ambulanti tonnellate di alcol e narcotici.
Rugaia Salih Mohamed, capo progetto all’Associazione sudanese per lo sviluppo, che organizza le donne nel settore dell’economia informale, ribadisce che le accuse sono esagerate.
“Sì, forse alcune di loro vendono alcol, ma non sono molte”, osserva.
Mohamed sostiene che alcune venditrici ambulanti esagerano nel denunciare gli abusi per riscuotere simpatia, e osserva che nessuna venditrice ha mai parlato di stupro alla sua organizzazione. A suo parere, ha detto all’IPS, le donne vengono prese di mira perché non riescono a sfuggire alla polizia come gli uomini, e spesso non conoscono i loro diritti.
“Queste donne devono battersi per i loro diritti. Noi diciamo loro di comprare la licenza. Nelle aree più periferiche costa solo 500 sterline (circa 25 centesimi di dollaro) al giorno. Per me, chi riesce ad ottenere una licenza, guadagnerà più di ciò che ha speso”.
In ogni caso, tuttavia, i venditori ambulanti hanno davanti a sé un cammino difficile da percorrere.
Il boom di investimenti a Khartoum ha costretto la città a ripulire la sua immagine. Con l’aumento di strade pavimentate, case lussuose e complessi di uffici, il mercato informale viene gradualmente rimosso: El Khalifa ha segnalato all’IPS che una legge approvata appena un mese fa proibisce ora ai venditori ambulanti di ottenere la licenza per vendere nei mercati più grandi.
Per di più, l’eliminazione dei commercianti ambulanti non può essere considerata totalmente arbitraria, anche se i metodi della polizia possono apparire discutibili.
“Una delle ragioni menzionate (dalle autorità, per i divieti ai venditori ambulanti) è che i ragazzi per strada non pagano le tasse. Chi ha un negozio pensa che le persone non compreranno da loro perché i ragazzi di strada sono meno cari; e i negozi devono pagare l’affitto e le tasse”, osserva Washi.
Inoltre, le condizioni in cui questi commercianti vendono cibo e bevande non sono igieniche; migliaia di donne e uomini affollano strade sporche dove fa molto caldo, senza servizi o attrezzature per la pulizia. C’è un rischio reale di diffondere malattie.
Per adesso, la maggior parte dei venditori ambulanti vivono e lavorano alla giornata.
Ali Hassan riassume così la situazione: “Ogni mattina arrivi qui e devi lottare. Poi viene la polizia e ti dice di andare via”.
“Il giorno dopo torni, e ricominci a lottare”.

