SVILUPPO: Lavoratori senza frontiere

NAZIONI UNITE, 24 settembre 2005 (IPS) – Qualunque discussione credibile sullo sviluppo sostenibile deve includere un gran numero di dati statistici, e il vertice mondiale delle Nazioni Unite (Onu) della scorsa settimana non ha fatto eccezione.

Ma tra l’abbondanza di dati che raffiguravano popolazioni, risorse e finanze, vale la pena ricordare due numeri in particolare: 78,6 miliardi di dollari e 125,8 miliardi di dollari.

La prima cifra costituisce il totale degli aiuti pubblici esteri, che, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), i 22 governi più ricchi del mondo hanno dato nel 2004 ai paesi meno sviluppati.

La seconda cifra, della Banca mondiale, rappresenta il denaro che i lavoratori migranti di tutto il mondo hanno mandato nel loro paese d’origine l’anno scorso. Essa supera le stime del Prodotto interno lordo (PIL) di molti paesi, come Malaysia, Israele, Venezuela e Singapore.

Seppure comunemente note come rimesse, un termine più accurato potrebbe essere “aiuti esteri dei lavoratori migranti”. Da quando si è cominciato a registrarlo seriamente, circa 10 anni fa, questo dato è aumentato di anno in anno.

Quanto di questo aumento dipenda da una migliore raccolta dati, oppure corrisponda a maggiori somme inviate, è un punto in discussione. Ed è il punto meno controverso tra i tanti dibattiti aperti sul tema delle rimesse, che suscita una forte attenzione. Merita uno sguardo più attento la portata di queste somme, unita alla loro funzione di tentativi disperati di centinaia di milioni di persone per migliorare la loro vita.

I presidenti di Spagna e Brasile hanno sollevato l’argomento – seppure brevemente – la scorsa settimana, durante una conferenza stampa sui finanziamenti allo sviluppo, avviando una seria e intensa analisi per capire a cosa corrisponda questo denaro e a cosa non corrisponda.

Alcuni sostengono che le rimesse potrebbero o dovrebbero sostituire gli aiuti esteri, visto che il denaro proviene dalle economie dei paesi ricchi. Ma Donald Terry, direttore del Fondo multilaterale di investimento della Banca interamericana per lo sviluppo (IDB, Interamerican Development Bank), ha da poco esaminato i difetti di questa proposta, in una conferenza tenutasi tre settimane fa a Città del Messico.

“Questi soldi non appartengono ai governi”, ha detto. “Appartengono ai migranti, che inviano il denaro alle loro famiglie e comunità”.

Secondo un ampio studio coordinato dalla IDB, gran parte del denaro è destinato ai bisogni immediati, come cibo e medicine.

Altri sostengono che la facilità con cui i lavoratori migranti mandano il denaro oltre frontiera crea un potenziale meccanismo di riciclaggio del denaro per finanziare il traffico di droga o il terrorismo. A un primo sguardo, questa ipotesi appare totalmente irreale: una singola rimessa in America Latina nel 2004 – che come regione ha ricevuto 46 miliardi di dollari, diventando il maggiore mercato di rimesse del mondo – era in media di 300 dollari al mese, e si tratta del picco più alto nella media mondiale.

Alla conferenza di Città del Messico, sponsorizzata dall’edizione in lingua spagnola di Foreign Affairs, la Banca centrale del Messico ha detto che l’anno scorso più dell’80 per cento delle singole transazioni verso il Messico corrispondevano a somme inferiori ai 500 dollari.

Con cifre come queste, e una legge Usa che richiede un “rapporto di attività sospetta” ogni qualvolta la somma inviata superi i 10.000 dollari, un gruppo di cospiratori avrebbe bisogno di almeno decine di migliaia di collaboratori per portare avanti un business senza batter ciglio.

I membri del Congresso Usa cominciano a fare luce su questo punto. In una conferenza tenutasi a giugno a Washington, il senatore del Maryland Paul Sarbanes ha commentato una deposizione alla Commissione bancaria del Senato, che egli dirige, sull’argomento.

“La deposizione ha confermato la scoperta di recenti studi secondo cui coloro che inviano le rimesse hanno salari relativamente bassi, un’educazione formale limitata e una scarsa esperienza nel rapportarsi con il complesso sistema delle istituzioni finanziarie di questo paese”, ha detto.

“Hanno perciò maggiori probabilità di finire nel mirino di personaggi senza scrupoli che ne approfittano addebitando loro costi esorbitanti, spesso mediante il sistema di conversione del tasso di scambio”.

Alcuni si sono anche appellati alle tasse sulle rimesse. Ma nei corridoi Usa-America Latina, recenti rapporti investigativi hanno rivelato un aumento del traffico illegale di numeri della sicurezza sociale inutilizzati e di altre forme di identità per i lavoratori non registrati, che gli permetterebbero di trovare un lavoro regolamentare in pratica, se non formalmente.

Ciò significa che almeno alcuni lavoratori migranti stanno già pagando le tasse e sostenendo un sistema di sicurezza sociale dal quale, per il loro status legale, non possono ottenere benefici.

Gli esperti affermano che il vero potenziale delle rimesse dei lavoratori risiede, tuttavia, nel modo in cui individui, governi locali e imprese utilizzano questo denaro.

Le banche dei paesi in via di sviluppo usano sempre di più le rimesse nella forma di garanzia, che permette loro di accumulare capitale a tassi di interesse bassissimi.

Negli ultimi anni, si sono affacciati sul mercato centinaia di nuovi imprenditori, offrendo carte prepagate con le quali i lavoratori migranti possono inviare il denaro nel loro paese quasi a costo zero, in alcuni casi evitando, con l’uso di Internet, i tradizionali meccanismi di bonifici via cavo. Diversi osservatori accademici e finanziari si chiedono se questo fenomeno non possa rivoluzionare l’attuale idea di trasferimenti di denaro oltre frontiera.

In tutti gli Stati Uniti, organizzazioni locali formate dai lavoratori migranti raccolgono fondi dai propri affiliati che poi mandano nel paese d’origine per finanziare progetti per riparare scuole, generare elettricità e costruire sistemi d’irrigazione, per citarne alcuni.

Così, adesso alcuni politici latinoamericani organizzano le loro campagne a nord delle loro frontiere. Ciò ha anche ispirato diverse collaborazioni governative: un esempio degno di nota è il programma messicano “tres por uno”, in cui i governi municipale, statale e federale riuniscono i fondi inviati dai gruppi comunitari all’estero.

Che le rimesse siano una risposta collettiva alle lentezze burocratiche, l’inevitabile risultato di un mercato globale del lavoro in costante evoluzione, o entrambe le cose, è una domanda che forse non troverà mai una risposta obiettiva.

E ci vorrà forse molto tempo anche prima di poter quantificare con una qualche certezza quanto ognuna di queste risposte – comprese quelle tracciate al Vertice mondiale delle Nazioni Unite – possa contribuire alla riduzione della povertà. Ciò che è evidente, tuttavia, è che le persone più colpite non possono permettersi di aspettare ancora, per poche decine di punti percentuale in più di aiuti esteri.