DIRITTI: Cerchi lavoro, trovi violenza e sfruttamento

NAZIONI UNITE, 25 agosto 2005 (IPS) – Un nuovo rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, afferma che nonostante le discussioni affrontate due anni fa all’Assemblea generale, quasi nessun governo è riuscito ad intraprendere iniziative concrete o azioni significative per proteggere le lavoratrici donne immigrate che ogni giorno subiscono violenze entro le mura domestiche e sul posto di lavoro.

“Gli Stati membri non hanno adottato nessuna legge specifica sulla violenza contro le donne (negli ultimi due anni)”, dichiara il rapporto, che verrà presentato alla LX° sessione dell’Assemblea generale il mese prossimo, come previsto in una risoluzione adottata nel dicembre 2003.

Esprimendo “forte preoccupazione” per le continue denunce di gravi abusi e atti di violenza commessi contro le lavoratrici donne immigrate, la risoluzione sollecitava i governi ad intensificare i loro sforzi per difendere e promuovere i diritti umani e il benessere delle lavoratrici immigrate, mediante una solida cooperazione nazionale, regionale e internazionale.

Il tema della violenza contro le lavoratrici immigrate è presente nell’agenda dell’Assemblea generale sin dal 1992.

Il rapporto, basato sulle informazioni fornite dagli stessi governi, riferisce che su 134 risposte ricevute, 129 riguardavano la violenza contro le donne, mentre solo “alcune” erano relative alle misure per proteggere le donne immigrate dalla violenza e da altri abusi. Tra questi paesi: Azerbaijan, Belize, Giappone, Messico, Filippine, Arabia Saudita, Spagna ed Emirati Arabi Uniti.

Le risposte ufficiali ricevute dall’Onu suggeriscono che oggi le migrazioni coinvolgono sempre di più le donne.

Un rapporto dell’Indonesia, ad esempio, indica che le donne rappresentano più del 70 per cento dei 350.000 lavoratori indonesiani che cercano lavoro all’estero ogni anno. Le donne costituiscono più del 60 per cento della forza lavoro che lascia la Giamaica. Analogamente, quasi la metà dei lavoratori messicani che vivono negli Stati Uniti sono donne.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), i collaboratori domestici, di cui la maggioranza sono donne, rappresentano oggi un’ampia percentuale della popolazione di lavoratori migranti. In America Latina, costituiscono circa il 60 per cento delle intere migrazioni interne e internazionali. In Medio Oriente, migliaia di donne lavorano come colf, e la grande maggioranza proviene da Sri Lanka, Bangladesh, Indonesia e Filippine.

Lo scorso anno, un rapporto della Commissione per i diritti umani osservava che molte lavoratrici domestiche migranti finiscono per subire “abusi sessuali da parte dei datori di lavoro, dai loro figli o parenti, o da altri collaboratori domestici che vivono nella stessa casa”, e che molte “sono costrette a rimanere in casa e subiscono continue violenze sessuali”.

“Si riportava anche un alto numero di suicidi tra le collaboratrici domestiche migranti, che spesso soffrivano di depressione”, indica il rapporto, osservando che le donne che migrano come collaboratrici domestiche hanno molte probabilità di diventare vittime di traffico, soprattutto per l’assenza di un contratto di lavoro scritto. Le donne che emigrano in tali condizioni, al loro arrivo spesso scoprono di essere state reclutate per un altro lavoro.

Constatando che molte donne straniere subiscono violenza domestica ma non possono chiedere assistenza perché i loro permessi di soggiorno sono legati al coniuge, il rapporto sollecita misure per eliminare la discriminazione contro donne e ragazze rifugiate e immigrate riguardo al loro stato di residenza.

Si parla di Danimarca, Indonesia, Repubblica slovacca e Tanzania come di paesi con solide strategie nazionali per contrastare la violenza contro le donne.

Lo scorso anno, il Parlamento danese ha introdotto un periodo di attesa di 10 anni, durante il quale un cittadino straniero non può ottenere la residenza sulla base del matrimonio con un cittadino danese. Questo periodo di attesa si applica nei casi in cui uno straniero venga giudicato colpevole in ultima istanza per un crimine contro l’ex coniuge o il/la convivente, venendo condannato a una pena detentiva.

Deluso dall’azione generale dei governi, Annan ha detto che gli Stati dovrebbero “attuare in modo più sistematico misure di prevenzione mirate, come iniziative intese a migliorare la consapevolezza”, per educare le donne migranti e la popolazione circa i diritti dei lavoratori migranti.

Il rapporto cita Belize, Danimarca, El Salvador, Giamaica, Messico, Filippine e Tanzania, come nazioni che hanno avviato iniziative e campagne d’informazione sulla violenza contro le donne sui mezzi di stampa ed elettronici. Si stanno producendo pubblicazioni, brochure, pamphlet, poster, magneti e matite.

“I governi dovrebbero assicurare la formazione ai funzionari governativi, ai capi delle comunità, agli agenti responsabili dell’applicazione delle leggi, agli operatori sociali e ad altri soggetti che hanno a che fare con i lavoratori migranti, così da sensibilizzarli sui temi legati alla violenza contro le donne migranti”, ha detto Annan, aggiungendo che le vittime di violenza devono poter ricevere un rifugio e un’assistenza medica, sociale, fisiologica e finanziaria.

Il capo dell’Onu ha anche esortato le nazioni a ratificare gli accordi internazionali sui temi legati alla migrazione, in particolare la Convenzione Onu per la difesa di tutti i lavoratori migranti e i membri delle loro famiglie, la Convenzione contro ogni forma di crimine organizzato e tutte le relative convenzioni dell’OIL.