NAZIONI UNITE, 17 agosto 2005 (IPS) – Secondo uno studio recente, l’Africa sub-sahariana è la sola regione nel mondo in via di sviluppo dove la carenza di cibo negli ultimi trent’anni è “sostanzialmente peggiorata”.
Di conseguenza, dichiara l’Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari (IFPRI) con sede a Washington, l’Africa non riuscirà a soddisfare i tanto propagandati Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG, Millennium Development Goals), che si propongono lo “sradicamento di fame e povertà estreme” entro il 2015.
”Il fatto che le nazioni in via di sviluppo, soprattutto l’Africa, non siano sulla buona strada per realizzare questi obiettivi non sorprende nessuno”, riferisce il rapporto di 60 pagine diffuso la settimana scorsa.
Malgrado la percentuale degli individui malnutriti nell’Africa sub-sahariana sia ferma al 33-35 per cento dal 1970, il numero assoluto è cresciuto sostanzialmente con l’aumento della popolazione: dai circa 88 milioni del 1970 ai 200 milioni nel 1999-2001.
”Questo primato è in assoluto contrasto con quello di altre regioni in via di sviluppo, come il sud e l’est asiatico, che, nello stesso arco temporale, hanno compiuto passi da gigante nella lotta alla malnutrizione”, rivela il rapporto intitolato “Guardare avanti: progetti a lungo termine per lo sviluppo agricolo e la sicurezza alimentare in Africa“.
Molte delle sfide del settore agricolo africano hanno alcune cause di fondo, come la scarsa autorità politica ed economica, l’insufficienza dei finanziamenti destinati all’agricoltura, la gestione inadeguata delle risorse idriche, il disinteresse per la ricerca e lo sviluppo.
Altre sfide che l’Africa affronta nella costruzione della sicurezza alimentare comprendono: clima, geografia e limitata assegnazione di risorse; fattori socio-economici come Hiv/Aids, povertà, disuguaglianza di genere e scarso potere alle donne; disponibilità dell’acqua insufficiente.
Il mese scorso, durante una conferenza stampa alle Nazioni Unite, l’ambasciatore pakistano Munir Akram, presidente del Consiglio economico e sociale (ECOSOC), ha sottolineato che i problemi del debito crescente stanno ostacolando sempre più la lotta contro fame e povertà in Africa. L’ambasciatore ha dichiarato che il debito totale africano supera i mille miliardi di dollari, di cui circa 40 miliardi sono stati recentemente cancellati per decisione dei donatori occidentali. Secondo Akram, ciò avrebbe alleggerito il debito di 18 nazioni gravate pesantemente, per un totale di circa 1,5 miliardi di dollari all’anno. ”Per i paesi interessati, è stato un progresso sostanziale”, ha dichiarato, ricordando che “circa altri 30 stati sono ancora oppressi dall’incombente peso dei debiti”.
Alla domanda relativa all’impatto dell’indebitamento crescente in Africa, Mark W. Rosegrant, principale autore dello studio dell’IFPRI, ha ammesso che “il peso del debito può limitare l’ammontare dei finanziamenti per investimenti produttivi sullo sviluppo in Africa”. ”40 miliardi di dollari in aiuti sono un’ottima fonte di finanziamenti che, se ben investiti, potrebbero dare un impulso significativo all’agricoltura e alla sicurezza alimentare”, ha detto Rosegrant all’IPS. “Le priorità chiave identificate dal nostro studio comprendono ricerca agricola, strade rurali, irrigazione, istruzione, acqua pulita e sanità”, ha aggiunto.
Interrogato sulle ulteriori decisioni che i leader mondiali potrebbero prendere (all’imminente vertice Onu di settembre) per risolvere il problema della sicurezza alimentare in Africa, Rosegrant ha risposto: “Il vertice di settembre dovrebbe cercare di rispettare gli impegni sia fuori che dentro l’Africa, e garantire i fondi di investimento necessari a realizzare seriamente agli Obiettivi di sviluppo del millennio”.
Secondo Rosegrant, sarebbe un importante passo avanti considerare prioritario il finanziamento di investimenti ad alto impatto come quelli identificati dallo studio dell’IFPRI, e realizzare gli obiettivi per l’erogazione dei finanziamenti.
”L’impegno per la liberalizzazione del mercato, che, secondo quanto abbiamo dimostrato, potrebbe produrre annualmente in Africa 5 miliardi di dollari in più nei profitti, dovrebbe essere realizzato e portato avanti dai negoziati dell’Organizzazione mondiale per il commercio (OMC)”, puntando a un accesso delle esportazioni dal terzo mondo verso le nazioni industrializzate esente da dogana e da quote, ha dichiarato Rosegrant, che è anche direttore della divisione dell’IFPRI per l’ambiente e le tecnologie produttive.
Nello studio, l’IFPRI chiede se sia davvero possibile per l’Africa soddisfare gli MDG per dimezzare fame e povertà; e se sì, come.
Le priorità elencate nello studio comprendono:
– Primo: riforma di politiche, commercio e tariffe agricole. Gli alti costi di esportazione per l’Africa limitano l’accesso degli agricoltori ai mercati internazionali. Inoltre, i sussidi nazionali, le tariffe protettive e altre barriere commerciali imposte dalle nazioni ricche danneggiano gli agricoltori africani e di altre nazioni povere in via di sviluppo.
– Secondo: necessità di investimenti in infrastrutture rurali, istruzione e patrimonio sociale. Un potenziamento significativo degli investimenti in infrastrutture rurali aiuterebbe a migliorare produzione e consumo del cibo, diminuendo la malnutrizione e ampliando la sicurezza alimentare.
– Terzo: miglioramento degli input e della gestione di raccolti, terreni, acqua. La crescita della produttività sostenibile è una delle chiavi per aumentare la sicurezza alimentare. Pertanto, input agricoli e tecnologie per il raccolto dovrebbero concentrarsi sul terreno e sulla salvaguardia delle risorse naturali, e incrementare contemporaneamente la produttività agricola.
– Quarto: aumento significativo degli investimenti nella ricerca e nello sviluppo agricolo, necessario per il successo di qualunque programma per la nutrizione e la sicurezza alimentare in Africa.
– Infine, maggiori investimenti per le donne. L’evoluzione dello status femminile può avere influenza su nutrizione e sicurezza alimentare perché nell’Africa sub-sahariana le donne forniscono dal 70 all’80 per cento della produzione alimentare domestica.
Nonostante i terreni agricoli coltivati dalle donne abbiano una rendita inferiore dal 20 al 40 per cento rispetto a quelli lavorati da uomini, è stato dimostrato che quando le donne ricevono gli stessi livelli di istruzione, esperienza e input agricoli degli uomini, la produzione può aumentare del 22 per cento.
Secondo lo studio, l’imminente vertice dell’Assemblea Generale dell’Onu è un’occasione di risarcimento rispetto alle promesse fatte cinque anni fa, quando gli MDG sono stati introdotti. ”La nuova ricerca è la prova che 'gli affari innanzitutto' è un principio che non funziona, e offre ai politici la possibilità di realizzare questi importanti Obiettivi (di sviluppo del millennio)”, conclude lo studio.
Gli MDG prevedono di ridurre povertà e fame del 50 per cento; assicurare l’istruzione primaria universale; abbassare di due terzi la mortalità infantile, e di tre quarti la mortalità materna; promuovere l’uguaglianza di genere; fermare la diffusione di Hiv/Aids, malaria e altre malattie; incoraggiare lo sviluppo sostenibile; creare una partnership globale Nord-Sud per lo sviluppo.
189 leader mondiali, in un incontro al vertice nel settembre 2000, si sono impegnati a soddisfare questi obiettivi entro il 2015. Tuttavia, la loro realizzazione dipende sostanzialmente dall’aumento degli aiuti allo sviluppo da parte dei donatori occidentali.
Un secondo incontro al vertice, previsto a New York dal 14-16 settembre, analizzerà i progressi compiuti finora e stabilirà l’agenda di sviluppo mondiale per i prossimi dieci anni.

