HAITI: Un Paese sommerso dall’immondizia

PORT AU PRINCE, 4 luglio 2005 (IPS) – I funzionari uruguaiani della forza di pace dell’Onu ad Haiti non potevano credere che l’acqua estratta a 70 metri di profondità fosse contaminata da colibacilli. Ma era proprio così, e perciò sono dovuti ricorrere ancora una volta al loro depuratore portatile.

L’inquinamento dell’acqua risultava particolarmente sorprendente perché la base militare in cui era stato scavato il pozzo non si trovava in una popolosa città ma a Port Salut, una piccola località sulla costa sud-occidentale di Haiti circondata da tenute agricole ricche, almeno per i parametri dell’isola.

Questa sorta di paradiso naturale, dove persino la violenza che caratterizza il paese sembra stemperarsi tra le colline circostanti, appare oggi un po’ ripulita dopo che i caschi blu, insieme alla popolazione locale, hanno raccolto immondizia e piantato alberi, per smussare le asperità e in segno di pace, secondo quanto spiegato da uno dei militari a Tierramerica.

Ma i depuratori dell’acqua bastano appena per gli 800 soldati che hanno percorso 5000 chilometri per raggiungere la Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti (Minustah), un’autorità che non basta a sostituire il governo municipale assente. Intanto, montagne di spazzatura invadono le strade e le acque turchesi dei Caraibi.

L’assenza dello stato mostra il suo lato più patetico appena il visitatore esce dall’aeroporto di Port au Prince e, circondato da acque di scarico e odori nauseabondi, percorre questa caotica città che, a differenza di altre metropoli latinoamericane come Rio de Janeiro o Caracas, diventa sempre più pulita e fortificata man mano che si risalgono le montagne.

Il prezzo dell’acqua in bottiglia aumenta nella misura in cui cresce l’altitudine sul livello del mare, e in cui aumentano le abitazioni che proteggono dalla sporcizia e dalla miseria coloro che sono al potere in questo paese di 8,5 milioni di abitanti, la metà dei quali vive stipata in minuscole case fatiscenti, molte ancora in attesa di porte e finestre.

Negli ultimi 20 anni, la liberalizzazione del commercio ha contribuito al collasso dell’agricoltura di Haiti, scatenando un esodo dalle aree rurali che ha raddoppiato la popolazione della capitale e riempito di baracche questa ed altre città.

La costruzione sregolata di casupole ha inondato le aree dei canali di scolo, degli alvei fluviali e altri siti, danneggiando le risorse idriche, oltre ad ammassare Port au Prince a ridosso della baia, in particolare i quartieri Bel-Air, Cité Soleil e Carrefour, che sono oggi l’area più violenta insieme alla città settentrionale di Gonaives.

Nessuna città ha un sistema fognario in buone condizioni, e solo qua e là compare qualche impianto per il trattamento delle acque reflue. Secondo gli organismi internazionali (le statistiche locali brillano per la loro assenza), l’insufficiente sistema di evacuazione ha contaminato quasi tutte le forniture d’acqua della capitale.

Mancano i numeri e abbonda l’immondizia. In ogni dove, a Port au Prince, chi cammina deve percorrere il pericoloso selciato schivando gli enormi mucchi di rifiuti lungo la strada, dove si nutrono i maiali.

“Possono volerci settimane prima che arrivi un camion del comune”, ha commentato a Tierramerica un funzionario, ormai avvezzo, del centro logistico militare uruguaiano, situato tra vecchie ville e ambasciate della capitale.

E per assurdo, sempre più veicoli dismessi dagli Stati Uniti vengono introdotti senza passare per la dogana, aggiungendosi alle vecchie carrette e aumentando l’inquinamento di questa città priva di controllo sul traffico e dove i semafori, quando ci sono, non funzionano.

“L’acqua del rubinetto si può usare solo per la doccia”: è stata la prima indicazione data al gruppo di giornalisti uruguaiani, tra cui l’inviato di Tierramerica, invitati dalle forze di pace del paese. “E non si può mangiare niente di ciò che si vende per strada”.

E comunque, a quest’acqua poco raccomandata può accedere solo il 50 per cento della popolazione, mediante una insufficiente rete di collegamento tra le case o i rubinetti pubblici.

Si vedono abitualmente nella città adulti e bambini che si lavano o lavano i vestiti intorno ai lavatoi pubblici, e nelle zone rurali è lo stesso, con i rivoli d’acqua che scorrono giù per le montagne, quando non è stagione delle piogge, ossia da aprile a giugno, anche se quest’anno è in ritardo. Quando piove, tutto si inonda.

In questo scenario, e con l’80 per cento degli haitiani che vive nella povertà, non stupisce che la mortalità infantile raggiunga il 69 per mille, come ha segnalato ai giornalisti uruguaiani la danese Anne Poulsen, del Programma mondiale per l’alimentazione.

Le principali cause sono la diarrea, le infezioni respiratorie acute e la malnutrizione, che colpisce il 47 per cento della popolazione infantile. L’aspettativa di vita è di poco superiore ai 50 anni.

Anche la denutrizione ha cause ambientali. C’è stato “un saccheggio delle risorse naturali, al punto che resta solo il due per cento dei boschi originari”, sottolinea Poulsen. Ogni anno l’erosione pluviale trascina 20.000 tonnellate di terra coltivabile verso il mare.

“Per questo è molto difficile riuscire a produrre qui l’alimentazione necessaria per la popolazione (se ne soddisfa appena la metà), e non ci sono infrastrutture per una produzione stabile”, ha spiegato l’esperta.

Haiti, il paese più povero dell’America, è per di più molto vulnerabile alle tormente tropicali. Per quest’anno se ne prevedono 14, e alcune possono trasformarsi in uragani come Jeanne, che a settembre ha ucciso 2000 persone.

*L’autore è vice-editor regionale dell’IPS per l’America Latina e Caraibi.