SALUTE: Un vento di speranza nel deserto del Kenya

ISIOLO, 22 giugno 2005 (IPS) – Il successo anni ’80 di Madonna “Like a Virgin” suona a tutto volume come un paradosso dal gigantesco altoparlante argentato nell’angolo di un bar proprio dentro Isiolo, polverosa cittadina al confine nord del Kenya, nel deserto di Kaisut, abitata da nomadi inflessibili e dalle loro mandrie denutrite.

Il locale pullula di gente del luogo e camionisti in transito per Addis Abeba, Mogadiscio, Nairobi. Un velo di sudore si alza dai corpi della folla danzante nell’aria fresca della notte, e il suono delle bottiglie che si frantumano sul pavimento di pietra – reso scivoloso dall’alcol rovesciato e dal cibo andato a male – si aggiunge al rumore assordante.

Nonostante sul grande cartello appeso alla cassa si legga “Solo per adulti” (in caratteri rosso fuoco), anche Ursula, nome di fantasia, è qui. Ha dodici anni, e appartiene alla ”generazione Coca Cola” di Isiolo.

“Queste ragazze vengono chiamate così perché fanno sesso con un uomo per una semplice Coca Cola!”, dice ridendo Saafo Gedi, cliente abituale del bar.

Ma per Khadija Rama, promotrice del programma “Pepo la Tumaini Jangwani” di Isiolo, la generazione Coca Cola, più che fonte di divertimento, è motivo di grande preoccupazione. (in Swahili, “Pepo la Tumaini Jangwani” significa “Vento di speranza nel deserto”).

“La gente del luogo chiama le giovani prostitute, tra i nove e i 13 anni, le ‘Coca Colas’, e quelle tra i 13 e i 16 le ‘Nikes’ – come le scarpe – perché fare sesso con loro è più costoso”, ha raccontato Rama all’IPS.

In questo scenario, l’Aids è ovviamente prosperato, nonostante qui molti neghino l’effetto dell’epidemia sulle loro comunità. Il distretto circostante ospita i gruppi etnici di Borana, Meru, Turkana e Somali, prevalentemente musulmani.

“I nostri cimiteri sono pieni di morti per l’Hiv – tutti musulmani. I bar sono pieni di giovani prostitute – tutte musulmane. E la comunità continua a dichiarare che ‘i musulmani non prendono l’Aids, i musulmani non si vendono per sesso’”, riferisce Christine Osedo, una delle colleghe di Rama al Tumaini. Secondo il Programma congiunto delle Nazioni Unite per l’Hiv/Aids, la percentuale dell’Hiv in Kenya è del 6,7 per cento.

Sembra che ognuno reciti la propria parte nel sostenere le illusioni di Isiolo.

“Durante il giorno, ci copriamo con veli e buyi-buyi (vestiti lunghi e neri). Di notte, indossiamo abiti succinti”, racconta Ursula, “così nessuno sa che siamo noi le prostitute”.

I problemi sono notevolmente aumentati perché questa vasta e arida frontiera settentrionale del Kenya è stata a lungo trascurata dalle autorità di Nairobi.

Tuttavia, l’organizzazione non governativa (Ong) di Rama si adopera per distribuire farmaci anti-retrovirali a persone i cui sistemi immunitari hanno iniziato a indebolirsi a causa dell’Hiv (secondo le organizzazioni per l’Aids, circa 200.000 persone nel paese hanno bisogno di cure). L’organizzazione fornisce anche consulenza a chi è infettato dal virus, e gestisce una scuola per orfani dell’Aids.

Tumaini dà inoltre asilo a donne allontanate dalle loro comunità per aver contratto l’Hiv – come Anna Longori, una Turkana ripudiata dalla famiglia. “Mi sono ammalata, e la mia famiglia mi ha rinnegato perché sono stata cattiva e ho fatto cadere la vergogna su di loro. Adesso Tumaini è la mia famiglia”, ha raccontato la vedova all’IPS.

Aziza Ngaruthi, di un villaggio nel distretto Meru, è arrivata alla Ong qualche mese fa, decisa a fare qualcosa dopo che l’Aids aveva portato via la sua sorella minore.

“La gente della mia comunità odiava mia sorella perché aveva contratto il virus. Odiavano anche i suoi bambini! Per questo ho deciso di venire qui, così potrò insegnare agli altri a non odiare”, ha detto Ngaruthi.

Tumaini ha dovuto condurre una lotta sempre più aspra contro alcuni membri reazionari della comunità di Isiolo. “Qui gli uomini considerano le donne cittadine di terza classe. Si alterano molto, soprattutto quando trattiamo temi come il sesso e la sessualità”, afferma Rama. “Gli uomini dicono che vogliamo metterci in mostra e competere con loro. Le donne devono sottomettersi; se ci mostriamo decise, si sentono offesi”.

Uno dei punti più rilevanti dello scontro è la prassi culturale che permette agli uomini di condividere le proprie mogli con altri, usanza comune tra i Borana e in altri gruppi.

“Questa (prassi) è solo una scusa per la promiscuità”, sostiene Rama, osservando che può costituire anche un ulteriore canale di diffusione dell’Aids.

Ibrahim Abdullahi, della comunità dei Borana, non vuole assolutamente accettare il dibattito. ”Jaal (la condivisione delle mogli) è parte della nostra cultura. Khadija è una stupida; non rispetta le nostre tradizioni”, dice con rabbia.

“Jaal promuove l’unità tra gli uomini della tribù, rafforza il nostro gruppo. Questa donna, che crede di essere un uomo, vuole distruggere la comunità… Noi la combatteremo!”.

Ma Rama non ha mai temuto la lotta, come testimoniano le cicatrici distribuite sulle sue mani e sulle sue braccia.

“Una notte, dopo aver partecipato a un incontro nel quale raccomandava l’uso del preservativo, Khadija è stata assalita in casa da alcuni uomini. Hanno cercato di ucciderla con un panga, ma è riuscita a respingerli”, ha raccontato Stephen Fani, responsabile per l’alimentazione della Ong.

Liquidando l’incidente quasi fatale come una ”banale rapina”, Rama continua a combattere la discriminazione di genere nella sua guerra all’Aids, facendo affidamento su una “semplice massima”: “Gli uomini avranno sempre il loro desiderio/volontà, ma le donne troveranno la loro strada”.

Rama viene accusata di tradimento, non solo nei confronti della cultura – ma anche della religione.

“L’uso dei preservativi viola le leggi dell’Islam,” sostiene con violenza Abdiker Mohammed, membro del gruppo somalo. ”Khadija non è una buona musulmana. I preservativi servono solo a incoraggiare la gente a fare sesso”.

Nonostante la violenta opposizione, Rama e i suoi seguaci hanno convinto l’imam locale Rashid Haroun, figura chiave della comunità, che ha iniziato a esporre pubblicamente i rischi del sesso non sicuro. Il capo religioso ha anche criticato l’abuso sulle donne e la condanna nei confronti di persone infette e colpite dall’Aids.

“Ho visto che ora ad Isiolo in molti riconoscono che l’Hiv/Aids è una vera minaccia anche per i musulmani, non essendo solo una malattia dell’Occidente cristiano, ma una piaga dell’umanità intera”, ha dichiarato Haroun.

Nonostante queste parole siano sicuramente incoraggianti, Rama non si ferma per assaporarle: a Tumaini non c’è tempo per la compiacenza.

“Questa sarà una lunga guerra”, dice. “Stasera andremo in giro a distribuire preservativi nei bar, ancora una volta. E ancora, molta gente ci riderà dietro, altri si infurieranno. Ma se anche un solo uomo userà il preservativo, i nostri sforzi non saranno stati vani”.