MONTEVIDEO, 17 giugno 2005 (IPS) – Ore 19: è già buio da un po’ a Montevideo, e il freddo invernale è arrivato tutto insieme. Una trentina di giovani uomini fanno la fila davanti a una vecchia casa nel centro della città. Non hanno vestiti pesanti, e portano con sé tutti i loro averi, in buste di plastica o zaini.
Si aprono le porte del rifugio all’angolo tra le strade Uruguay e Arenal Grande: fa parte di un programma del municipio della capitale che viene attivato ogni inverno, sin dal 2000, per evitare le poche ma reiterate morti a causa del freddo. L’offerta include un riparo per la notte, una doccia calda, un pasto, letto e colazione.
Nessuno arriva tardi, anche se si può entrare fino alle 22. Due poliziotti vigilano l’ingresso. Gli uomini passano uno ad uno, i loro fagotti vengono controllati per evitare che entrino droghe e armi, e il loro nome viene annotato su un modulo da un membro della Chiesa anglicana, che gestisce il rifugio.
Uno di loro, José, ha 36 anni ed è originario di Tacuarembó, nel nord del paese. “Ciò che voglio è lavorare”, ci dice. Era un operaio edile, ma da anni è disoccupato. È arrivato a Montevideo quando aveva 15 anni, e adesso passa le sue giornate raccogliendo metalli e altri rifiuti da riciclare. Questo è il secondo inverno che ricorre ai rifugi.
Nel suo racconto prevale la preoccupazione di conservare quel poco che ha. “Io mi curo, non prendo droghe, tengo i miei vestiti puliti, cerco di essere ordinato”.
Ore 20. Sono arrivati tutti gli ospiti. Ne rimane solo uno fuori, temporaneamente esiliato. È molto giovane, grida e discute con quelli che entrano e con la polizia, che cerca di essere paziente con lui.
La sua agitazione è dovuta alla pasta base, una droga economica e più tossica della cocaina, che sta facendo strage tra i giovani, mi spiegano.
“Ieri stava male, e gli abbiamo detto che se oggi non tornava tranquillo non poteva entrare”, racconta uno degli operatori sociali all’entrata. “In questo stato, crea conflitti e richiede un’attenzione continua”, chiarisce.
Dentro il rifugio, il clima è più tranquillo. L’edificio è stato ridipinto da poco e i bagni sono puliti. Le porte all’interno sono state tolte e non c’è riscaldamento, ma è molto meglio che restare all’intemperie.
L’arrivo di un improvviso vento freddo aveva costretto a spostare la mensa nella hall all’entrata, liberando più spazio per i dormitori. Adesso la casa ha 70 posti disponibili.
Sui lettini di legno grezzo ci sono materassi comprati da poco, molti ancora avvolti nella plastica. Ogni occupante riceve le lenzuola e una coperta, ma mancano pigiami e cappotti per chi ne avesse bisogno.
Ore 20.30. Gli ospiti fanno una doccia e poi si siedono intorno ai tavoli di legno ricoperti con tovaglie di plastica. Alcuni parlano tra loro e ridono, altri si isolano.
La cena (un piatto di stufato o una zuppa con riso, pasta, verdure e un po' di carne, e un frutto, banana o mela) viene preparata dall’esercito, che la porta ogni sera in camion militari, alimentati con carburante proveniente dall’impresa pubblica petrolifera, la Ancap.
“Cerchiamo in questo contesto di diffondere un’abitudine all’igiene, alla convivenza, ma non è facile perché la vita in strada li deteriora”, dice la psicologa Dora Durán, della Chiesa anglicana e una delle tre persone responsabili del funzionamento del rifugio.
Un ragazzo ci passa accanto ed emette un sonoro rutto, ma chiede scusa quando si accorge della nostra presenza.
Un altro si avvicina a Durán e gli chiede se può andare al bar all’angolo, che ha la televisione, perché stasera trasmettono il film “Rocky”. “Ne abbiamo già parlato, non si può”, risponde la psicologa con un sorriso inflessibile.
“Bisogna mettersi nei panni dell’altro per capire cosa succede, e cercare di puntare sul fatto che non perdano più di quello che già hanno perso”, dice Durán riassumendo l’essenza del suo lavoro, che opera da tre anni nel settore.
“Io cerco di sfruttare questa occasione per andare avanti”, racconta Roberto, 33 anni. Non lavora dal 1996, e da tre anni non ha un posto fisso dove vivere. “Ho fatto di tutto, persino il pompiere”. Aveva una famiglia, ma quando ha rotto con la moglie è rimasto per strada.
“Ho due figli, la più piccolina ha già un anno, ma non li vedo. Credo che siano a Montevideo, non so dove”, dice.
I suoi unici mezzi di sostentamento li ricava ad una fermata di taxi, che divide con un altro disoccupato. “Non ricaviamo molto, al massimo 50 pesos al giorno”, due dollari, afferma.
Ore 22. È il momento di andare a dormire, quando l’intimità in cui sono costretti questi uomini si fa più pesante.
Il “Plan Invierno” è stato avviato il 15 maggio, con 330 posti distribuiti in 13 rifugi della capitale, amministrati da organizzazioni non governative (Ong), e con la speranza di arrivare a 700 prima della fine della stagione invernale.
Ma questi aiuti sono lontani dal risolvere il problema dei senzatetto. Nessuno sa bene quanti sono, perché si tratta di una popolazione fluttuante che oggi può trovarsi in una pensione, domani in casa di un familiare o di un vicino, e dopodomani per strada.
“Quando giriamo per la città vediamo solo ciò che è visibile. Come trovare chi si rifugia dietro un muro, o occupa uno spazio per una notte?”, si chiede Nicolás Minetti, del Ministero per lo sviluppo sociale.
Non esistono studi sulla popolazione uruguayana che vive per strada. Alcune stime indicano tra 6000 e 8000 persone in tutto il paese, aggiunge.
Altri problemi derivano dai diversi profili di chi occupa la strada come unico spazio possibile.
“Quest’anno abbiamo accolto molte famiglie con figli, e molti giovani uomini che fanno uso della pasta base”, afferma Minetti.
Ci sono poi i cosiddetti “cronici strutturali”, quelli che vivono da decenni per strada e hanno ormai assimilato le sue logiche e i suoi ritmi, ai quali spesso non vogliono rinunciare, anche se per cambiare in meglio.
“Non mi piace andare (nei rifugi). Ci sono stata l’anno scorso, ma si prendono i pidocchi e la scabbia. Qualcuno non si vuole lavare”, racconta una donna anziana, che si sta sistemando per passare la notte su un piazzale coperto di un edificio nella Città vecchia, il quartiere storico e finanziario. Mi avvicino per sentirla meglio e sbatto contro una specie di muro che puzza di sporcizia.
Il suo compagno ha steso un materassino per terra e prende delle coperte. La donna ricomincia a parlare: “Sto aspettando il mio pastore, loro sì che stanno costruendo degli alloggi, e saranno pronti prima dell’arrivo dell’inverno pieno”.
Alcune squadre percorrono ogni notte percorsi prestabiliti, offrendo a queste persone un panino o una bevanda calda. In un secondo momento, si cerca di farli andare nei rifugi con norme più flessibili.
Quando arriva la primavera, cambia tutto. I rifugi vengono chiusi, ma “grazie alla continua assistenza riusciamo a seguirli fino a novembre o dicembre”, racconta Durán.
Con l’estate si chiudono definitivamente i rapporti. Alcuni trovano un lavoro e affittano persino una stanza. Ma in molti casi “c’è un deterioramento incredibile”, afferma.
Il nuovo governo di sinistra di Encuentro Progresista-Frente Amplio-Nueva Mayoría, al potere dallo scorso marzo, intende prolungare il servizio per tutto l’anno e incorporare dei centri diurni, rifugi per la terza età, per persone con problemi psichiatrici o dipendenze da droga e per famiglie con bambini.
Il Ministero per lo sviluppo sociale, appena costituito, sta inserendo l’iniziativa nel “Piano di assistenza nazionale all’emergenza nazionale”, un pacchetto di misure per far uscire dalla povertà estrema tra 200.000 e 300.000 persone in tutto il paese.
Il “Plan Invierno” ha riunito istituzioni statali e Ong, che hanno cominciato a coordinare diverse iniziative sparse.
Vi partecipano diverse istituzioni e ministeri, e la gestione dei rifugi è a carico del “Centro di ricerca pastorale francescano ecologico”, Chiesa anglicana e “Centro di promozione per la dignità umana”.
L’Uruguay ha 3,2 milioni di abitanti. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica, rielaborati ad aprile di quest’anno, la povertà colpisce il 28 per cento della popolazione (circa 900.000 persone), e la povertà estrema il due per cento (64.000).
Ma questi dati si basano sul “Sondaggio continuo sugli alloggi” che si realizza in centri di almeno 5000 abitanti. Il Ministero per lo sviluppo sociale assicura di aver trovato molte più persone in povertà estrema quando i suoi funzionari sono andati in giro per città e località più piccole.
In ogni caso, le cifre mostrano un fenomeno che esiste nelle strade: la povertà persistente e talvolta degradante, intensificatasi negli ultimi dieci anni in questo paese, che in passato amava chiamarsi “la Svizzera americana”.
Le Nazioni Unite (Onu) calcolano che nel mondo quasi un miliardo di persone vive in alloggi fatiscenti, di cui circa 128 milioni in America Latina. Tra i suoi Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG), l’Onu stabilisce il miglioramento sostanziale delle condizioni di vita per circa 100 milioni di questi abitanti.
Ma gli obiettivi del millennio non dicono nulla di quanti non hanno nemmeno un tetto precario sulla testa.
Ore 7. È l’alba e bisogna alzarsi. Gli operatori sociali svegliano gli ospiti. C’è il tempo di andare al bagno e fare colazione con pane e latte caldo. “Possiamo prenderne fino a tre bicchieri”, dice Roberto. Conviene esaurire la quota.
Ore 8. Le porte di aprono, tutti per strada.

