JOHANNESBURG, 10 giugno 2005 (IPS) – Secondo un rapporto dell’organizzazione Human Right Watch con sede a New York, la corsa all’oro nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha comportato ampi abusi in questo paese dell’Africa centrale.
Il rapporto, pubblicato all’inizio di giugno e intitolato “La maledizione dell’oro” (The Curse of Gold), afferma che le milizie tribali appoggiate da Uganda e Ruanda avrebbero combattuto per il controllo degli estesi depositi auriferi nel nord-est del paese, mentre la regione lottava per uscire dalla guerra civile.
Tra il 2002 e il 2004, gli scontri per una delle più importanti zone minerarie, Mongbwalu, hanno provocato circa duemila vittime civili e decine di migliaia di sfollati, mentre i militanti cercavano di fare fortuna con l’oro, utilizzando i profitti anche per finanziare la guerra. Negli scontri per il prezioso metallo, si sono registrate anche uccisioni, torture e stupri a sfondo etnico.
Human Rights Watch (HRW) parla delle milizie, il Fronte nazionalista e integrazionista (FNI) e l’Unione dei Patrioti congolesi, come di “gregari” di Uganda e Ruanda, che hanno occupato il Congo-Kinshasa nella guerra durata cinque anni (1998-2003).
Le indagini delle Nazioni Unite hanno rivelato che durante il conflitto, proprio l’Uganda e il Ruanda avrebbero sfruttato illegalmente le risorse della RDC, appoggiando diversi gruppi ribelli.
“I soldati (dell’Uganda) hanno assunto il controllo diretto delle aree ricche di oro, costringendo i minatori ad estrarre il metallo a loro vantaggio. Hanno malmenato e arrestato arbitrariamente chiunque opponesse resistenza ai loro ordini”, osserva il rapporto di HRW, aggiungendo che nel corso della guerra, sembra che oro per il valore di nove milioni di dollari sia passato nelle mani dell’Uganda.
Il gruppo newyorchese per i diritti umani afferma che durante la guerra nella RDC, un grosso produttore di oro, la AngloGold Ashanti, avrebbe avviato operazioni nei pressi di Mongbwalu, dopo aver fornito “supporto finanziario e logistico” al FNI. E questo nonostante lo scarso impegno di questa sigla per i diritti umani e il fatto che sia rimasta al di fuori del processo di pace del Congo.
La AngloGold Ashanti, una succursale del gruppo minerario internazionale Anglo American, sembra abbia pagato 8000 dollari al FNI. Dopo aver ottenuto i diritti per le concessioni di oro nella regione nel 1996, con lo scoppio della guerra la compagnia è stata costretta a ritirarsi dalla RDC fino alla fine del 2003.
Sempre secondo HRW, l’oro estratto sotto coercizione per conto dei gruppi armati continua a essere esportato verso l’Uganda, da dove viene venduto sul mercato internazionale. Così, l’oro è il terzo prodotto maggiormente esportato da questo paese dell’Africa orientale, sebbene l’Uganda non sia in grado di produrre localmente simili quantità del metallo.
“Le statistiche ufficiali mostrano che la produzione di oro dell’Uganda ammonta a meno dell’uno per cento delle esportazioni ufficiali di oro. Di fronte alla nostra richiesta di spiegare tale discrepanza, i rappresentanti del ministero dell’energia e dello sviluppo minerario non hanno voluto fare commenti”, ha dichiarato in conferenza stampa all’inizio di giugno Anneke Van Woudenberg, ricercatrice presso HRW.
“L’oro viene esportato illegalmente dal Congo e, quando arriva in Uganda, diventa legale. Poi viene emesso un certificato per l’esportazione verso l’Europa e altrove”, ha aggiunto.
L’Uganda ha negato di essere coinvolta nel saccheggio delle risorse del Congo. Il governo di Kampala si è dapprima intromesso nella RDC per aiutare a destituire il dittatore Mobutu Sese Seko, per poi rivoltarsi contro il suo successore, Laurent Kabila.
Quando Uganda e Ruanda hanno cominciato a sostenere i rivali di Kabila, il leader congolese e il suo successore – il figlio Joseph – hanno chiesto aiuto ad Angola, Namibia e Zimbabwe. Le Nazioni Unite hanno accusato anche lo Zimbabwe dello sfruttamento illegale delle risorse del Congo. Come nel caso dell’Uganda, anche Ruanda e Zimbabwe hanno negato il proprio coinvolgimento.
La AngloGold Ashanti, a sua volta, ha cercato di gettare acqua sul fuoco dopo il rapporto di HRW.
In una conferenza stampa improvvisata tenutasi all’inizio di giugno a Johannesburg, il direttore esecutivo dell’impresa, Bobby Godsell, ha giudicato il documento “ingiusto, parziale, inutile e lacunoso”.
Ciononostante, l’impresa ha ammesso di aver pagato l’FNI.
“Abbiamo riconosciuto il pagamento da parte della AngloGold Ashanti al FNI nel gennaio (2005) per una somma estorta di 8000 dollari, e altri importi per un totale di 1000 dollari lo scorso anno, in ragione di un accordo autorizzato relativo a un carico consegnato su una pista di atterraggio locale”, ha dichiarato l’impresa.
“La AngloGold Ashanti non sostiene e non sosterrà né le milizie né nessun altro gruppo le cui azioni costituiscano un attacco contro gli sforzi per il raggiungimento della pace e della democrazia (nella RDC)”, ha aggiunto. “Se ci trovassimo nella situazione di ricevere ancora pressioni sul nostro personale per estorcere delle richieste, lo riterremo un presupposto per il nostro ritiro dal progetto di perlustrazione”.
A quanto pare, gli attivisti per i diritti umani la considerano senz’altro una strategia che si sarebbe dovuta attuare prima.
“Dal momento che un’impresa si assume la responsabilità sociale aziendale, la AngloGold Ashanti avrebbe dovuto aspettare prima di lavorare a Mongbwalu, senza dover interagire con signori della guerra illegali”, ha dichiarato Van Woudenburg in un comunicato stampa di HRW diffuso il 1° giugno.
“Il Congo ha un disperato bisogno di investimenti aziendali che aiutino a ricostruire il paese, ma tali possibili impegni non devono prevedere nessun supporto a gruppi armati responsabili di crimini contro l’umanità”, ha aggiunto.
Un’altra impresa di raffinazione dell’oro con sede in Svizzera, la Metalor Technologies, viene menzionata nel rapporto di HRW, per aver acquistato oro probabilmente sospetto dall’Uganda. Ma dopo le consultazioni con il gruppo per i diritti, la Metalor ha annunciato la sospensione degli acquisti del metallo dall’Uganda.
Van Woudenburg ritiene che lo spiegamento di operatori di pace delle Nazioni Unite e di truppe governative potrebbe tenere sotto controllo le milizie nel Congo nord-orientale, impedendo il traffico illecito di oro verso l’Uganda.
Ad oggi, un contingente di circa 17.000 operatori di pace è distribuito sull’ampio territorio della RDC, nel tentativo di rendere governabili le regioni più remote, in vista delle elezioni previste per il prossimo anno. Il Congo è attualmente amministrato da un governo di unità nazionale ad interim, guidato da Joseph Kabila.
Si ritiene che nella guerra civile del paese siano morte circa quattro milioni di persone, sia come diretta conseguenza del conflitto, sia per la fame e le malattie subite dalle comunità a causa degli scontri.

