AMERICA DEL SUD-PAESI ARABI: Un vertice politicizzato

BRASILIA, 17 maggio 2005 (IPS) – Il vertice tra paesi arabi e America del Sud ha assunto toni chiaramente politici, contrariamente alle intenzioni dichiarate dal governo brasiliano al momento di organizzare questa “alleanza tra civiltà”, per ampliare i rapporti economici tra le due regioni.

I principali temi discussi – terrorismo, Palestina, Iraq, riforma delle Nazioni Unite – sono stati poi inseriti nella Dichiarazione di Brasilia, adottata alla chiusura dell’incontro la settimana scorsa.

Erano presenti al vertice 16 capi di Stato e di governo e ministri, e delegazioni di altri 18 paesi, oltre ai leader dei cinque blocchi subregionali, tra cui la Comunità andina delle nazioni, il Mercato comune del Sud (Mercosur), la Lega degli Stati arabi e il Consiglio di cooperazione del Golfo.

Era inevitabile, in una riunione con 22 paesi arabi, protagonisti delle principali crisi che colpiscono il mondo, che le questioni politiche avessero ripercussioni più evidenti rispetto all’intenzione di incrementare il commercio e gli investimenti tra due regioni che in pratica si sono fino ad oggi ignorate.

Hanno partecipato, per il mondo arabo, Arabia Saudita, Algeria, Bahrein, Isole Comore, Gibuti, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Mauritania, Marocco, Oman, Palestina, Qatar, Siria, Somalia, Sudan, Tunisia e Yemen.

Per il Sud America, c’erano Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay e Venezuela.

Un simile incontro deve approfondire il dibattito politico sui temi internazionali che colpiscono l’umanità, come il bisogno di rafforzare il multilateralismo, evitando soluzioni imposte “con la forza da un solo paese”, ha detto il presidente cileno, Ricardo Lagos.

Il mondo è cambiato molto negli ultimi 60 anni, e ciò non si riflette nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite) e in altri organismi internazionali. Nel 1945, il principale timore era la ristrutturazione dell’Europa devastata dalla Seconda guerra mondiale, mentre adesso si tratta di infondere più uguaglianza alla globalizzazione, ha proseguito Lagos.

L’idea che la nascente Comunità sudamericana delle nazioni e la Lega araba, che inaugurano in questo vertice un’inedita cooperazione interregionale, stiano ricreando il Movimento dei paesi non allineati, è stata respinta da Abdelaziz Bouteflika, presidente dell’Algeria, e dal segretario generale della Lega, l’egiziano Amr Moussa.

“A ciascun periodo, la sua politica”, ha detto Bouteflika, ricordando che il movimento dei non allineati del Terzo mondo, nato in piena guerra fredda, lottò con successo contro il colonialismo che ancora assoggettava soprattutto l’Africa.

Ma oggi le circostanze sono diverse. All’inizio del movimento, cinquant’anni fa, “il mondo era bipolare, mentre adesso è unipolare” e si è globalizzato, ha detto Moussa.

Questo vertice ha “un nuovo spirito, basato sull’amicizia, su benefici e interessi reciproci, e non sul confronto degli anni ‘60”, ha precisato.

La Dichiarazione finale ha assunto toni antistatunitensi, non tanto su uno o alcuni punti specifici, quanto piuttosto nell’insieme. Condanna ogni tipo di terrorismo, ma rifiutando la battaglia unilaterale contro di esso, che deve invece essere vincolata al multilateralismo.

Riconosce il nuovo governo eletto in Iraq, ma lo considera “di transizione”, per una possibile instaurazione di istituzioni democratiche nel paese, “per volontà del suo popolo”.

E afferma la necessità di “sovranità e indipendenza dell’Iraq, così come la non ingerenza nei suoi affari interni”, espressioni che possono essere interpretate come critica all’occupazione del paese da parte di truppe straniere, capeggiate dagli statunitensi.

Neanche il riconoscimento del diritto dei popoli a “resistere all’occupazione straniera” è neutrale, rispetto alle azioni internazionali del governo di George W. Bush.

Anche l’appello ad un ordine mondiale più equilibrato, sia nell’ambito della sicurezza, del commercio o delle finanze, è stato discusso in diversi momenti del vertice arabo-sudamericano, segnato da numerosi attacchi all’unilateralismo e alle pratiche egemoniche, non solo nel caso degli Stati Uniti (Usa).

Questo aspetto della Dichiarazione di Brasilia e del vertice avrebbe giustificato le proteste di Washington, mentre il segretario di Stato Condoleezza Rice ha elogiato l’iniziativa durante la sua visita in Brasile il mese scorso, considerando che avrebbe aperto nuovi orizzonti democratici per il mondo arabo.

Sia Bouteflika che Moussa hanno negato di aver mai ricevuto pressioni dagli Usa per attenuare il contenuto della Dichiarazione di Brasilia. Ma è stata indicativa la scarsa copertura dell’incontro da parte dei media statunitensi.

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, chiudendo l’incontro come anfitrione, è stato più conciliante, dichiarando che nessuno deve condannare gli altri senza prima “guardarsi dentro”, valutando i propri errori passati. Ma ha anche detto che il terrorismo “esiste a causa della iniqua distribuzione della ricchezza”.

Lula ha definito il vertice “l’inizio di una nuova era” nei rapporti tra le due regioni, assicurando che l’iniziativa avrà un seguito, trattandosi di una politica degli Stati e non di governi di passaggio, e ha sollecitato i governi ad una cooperazione efficace, poiché “non esistono soluzioni individuali per qualsiasi paese nel mondo”.

I partecipanti hanno salutato l’incontro come un successo, per aver avvicinato paesi tanto diversi tra loro, e aver aperto “nuovi ponti” di cooperazione e commercio.

Nel seminario degli imprenditori e nella Fiera degli investimenti, che ha riunito 1250 imprenditori, di cui 250 arabi, è stato individuato un forte potenziale di incremento degli scambi commerciali tra le due regioni, per la “complementarietà” delle loro economie, secondo il ministro per lo sviluppo, l’industria e il commercio del Brasile, Luiz Fernando Furlán.

Il commercio bilaterale è in crescita, ma equivale ancora a “poco più dell’uno per cento” del commercio totale dei due blocchi. La principale lezione tratta dall’incontro è che “senza conoscenza reciproca, la cooperazione non avanza”, ha detto il ministro.

I conflitti che ostacolano lo sviluppo sono più numerosi e gravi nel mondo arabo. Oltre alla guerra in Iraq e alle tensioni permanenti tra palestinesi e israeliani, ci sono guerre civili come in Somalia e in Sudan, e il terrorismo è una presenza costante in molti paesi della Lega araba.

Ma anche l’America del Sud deve affrontare diversi problemi: la Colombia è da quaranta giorni alle prese con un conflitto armato; l’ex presidente dell’Ecuador Lucio Gutiérrez è stato destituito lo scorso mese, e la Bolivia sta ancora affrontando diversi gravi conflitti sociali.

Anche le dispute commerciali tra Argentina e Brasile continuano a preoccupare il Mercosur, che comprende Paraguay e Uruguay.

Il presidente peruviano Alejandro Toledo, ha dichiarato alla stampa della sua richiesta formale di scuse al Cile, per aver consegnato armi all’Ecuador nel 1995, durante il conflitto di frontiera con il Perù. È stato rivelato di recente che si trattò di “più di una consegna” di armi, ha aggiunto.

Il Cile non avrebbe moralmente potuto vendere armi a uno dei contendenti, in quanto garante di un accordo specifico tra Ecuador e Perù.

Toledo si è detto soddisfatto del vertice, poiché ha permesso di ampliare le relazioni del suo paese. Riceverà ad esempio una visita da Bouteflika, mentre nelle prossime settimane, un inviato andrà in Palestina, Giordania e Libano.

L’incontro ha anche permesso al Perù di totalizzare 110 voti per essere eletto membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu il prossimo anno. Mancano solo 10 voti, ha segnalato il presidente.

Il vertice, d’altra parte, è stato caratterizzato da una presenza nettamente maschile. Nella sessione d’apertura, quando 39 dirigenti si sono seduti intorno al tavolo, c’era solo una donna, il cancelliere del Suriname, Maria Levens, casualmente un paese con una numerosa popolazione musulmana.

Fuori della sede dell’incontro, alcune attiviste protestavano contro “l’oppressione delle donne nei paesi arabi”, e bruciavano i burka, il tradizionale velo che devono indossare le afgane in pubblico e che le ricopre interamente, dalla testa ai piedi.