LONDRA, 15 maggio 2005 (IPS) – Diversi milioni di persone nel mondo sono costrette al lavoro forzato, rivela un rapporto diffuso dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL).
Lo studio dichiara che sono almeno 12,3 milioni, ma i forti limiti di affidabilità dei dati ufficiali fanno ritenere possibile che il numero, in molti paesi, sia superiore rispetto alle cifre pubblicate.
”Il traffico e il lavoro forzato stanno aumentando vertiginosamente”, ha riferito alla stampa Roger Plant, capo del programma speciale per la lotta al lavoro forzato dell’OIL, durante l’incontro per la pubblicazione del rapporto tenutosi mercoledì a Londra.
L’OIL definisce il lavoro forzato come “qualunque forma non volontaria di lavoro o servizi imposti sotto la minaccia di una sanzione”.
La maggioranza del lavoro forzato, forse in conseguenza del crescente problema del traffico, riguarda gli individui nei loro paesi d’origine. I meccanismi di forza, secondo il rapporto, includono schiavitù, schiavitù per debito, abuso delle norme consuetudinarie e sistemi di reclutamento ingannevoli.
L’OIL stima che, su almeno 12,3 milioni di vittime del lavoro forzato in tutto il mondo, circa 9,8 milioni sono sfruttate da privati ed imprese, e 2,4 milioni sono usati per la tratta di esseri umani. I restanti 2,5 milioni sono detenuti in campi di lavoro dallo stato o da gruppi di militari ribelli.
Secondo la valutazione dell’OIL, le donne costituiscono il 56 per cento del totale di lavoratori forzati.
Il rapporto rivela che il numero maggiore di vittime si trova nel continente asiatico e nella regione del Pacifico (77 per cento), seguiti da America Latina e Caraibi (11 per cento). Si ritiene che i paesi industrializzati accolgano il tre per cento di tutti i lavoratori forzati, tre quarti dei quali provengono dal traffico di esseri umani.
Il lavoro forzato resiste di fronte alle deboli leggi nazionali, prosegue Plant. “Vi è il rischio di una definizione di traffico che non racchiuda tutti gli aspetti del lavoro forzato”, ha detto. “È necessaria una legislazione nazionale sul lavoro forzato che ne colga tutti gli aspetti in maniera chiara. Ma i governi non stanno adottando misure restrittive in proposito”.
Il lavoro forzato può anche essere tutelato da normative generali, come la legge contro l’estorsione, afferma Plant. “Ma è necessario scontrarsi con il problema specifico, e favorire una legislazione basata sulle nostre convenzioni”.
Il Brasile ha una nuova legge specifica sul lavoro forzato. I paesi asiatici, in particolare India, Pakistan e Nepal, hanno legislazioni dettagliate contro il lavoro vincolato. La Gran Bretagna ha una legge contro il traffico, ma non contro il lavoro forzato. Altri hanno un divieto generico.
L’OIL stima che il tre per cento circa del lavoro forzato ha luogo nei paesi sviluppati. Ma quel numero potrebbe crescere, ha dichiarato.
”Il lavoro forzato è alla base delle nostre economie”, riferisce il rapporto. “Vi è una domanda crescente di lavoro stagionale, flessibile e a basso costo in settori quali l’agricoltura e l’edilizia”.
L’OIL chiede ai paesi leggi e politiche forti, che bandiscano le diverse forme di lavoro forzato, proteggano le vittime e prevedano una punizione adeguata per i trasgressori.
Ma l’Organizzazione potrà garantire i principi e i diritti fondamentali solo grazie alla sua stessa supervisione circa l’adempimento delle convenzioni approvate, e ad una cooperazione di assistenza tecnica che aiuti gli stati membri a rispettare i propri impegni.
Il rapporto, dal titolo “Un’alleanza contro il lavoro forzato”, fornisce anche la prima stima globale dei profitti generati dalla tratta di donne, bambini e uomini: 32 miliardi di dollari ogni anno, con una media di 13.000 dollari per ciascun lavoratore venduto, rivela il rapporto.
”Il lavoro forzato è l’altra faccia della mondializzazione, un insulto ai diritti fondamentali e alla dignità degli esseri umani”, ha affermato Juan Somavia, direttore generale dell’OIL, in una dichiarazione rilasciata alla presentazione del rapporto. “Se si vuole una globalizzazione giusta e un lavoro dignitoso per tutti, lo sradicamento del lavoro forzato è imprescindibile”.
Secondo l’OIL, il rapporto rappresenta l’analisi più completa mai condotta da un’organizzazione intergovernativa sulle circostanze e le cause sottostanti l’attuale condizione dei lavoratori forzati. Lo studio è stato avviato come “seguito della dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali del lavoro”, riconosciuti dall’OIL nel 1998, e sarà discusso in giugno all’annuale Conferenza internazionale del lavoro.
Lo studio afferma che lo sfruttamento economico forzato, in settori come agricoltura, edilizia, fabbricazione di mattoni e industria che utilizza non ufficialmente i lavoratori, è più o meno equamente diviso tra i sessi; tuttavia, la prostituzione irretisce quasi esclusivamente le donne, anche le più giovani.
Pure il lavoro minorile ha un ruolo importante, dichiara il rapporto, con una percentuale che va dal 40 al 50 per cento sul totale delle vittime del lavoro forzato.
Secondo lo studio, la proporzione dei lavoratori soggetti al traffico varia molto da regione a regione. In Asia, America Latina e Africa sub- sahariana, il numero di persone soggette al traffico è minore del 20 per cento sul totale dei lavoratori forzati, mentre nei paesi industrializzati e con economie di transizione, in Medio Oriente e Africa del nord, il traffico costituisce più del 75 per cento del totale.
La maggior parte del lavoro forzato è imposto ancora oggi nei paesi in via di sviluppo, “dove le forme più antiche di lavoro forzato si sono trasformate nelle forme più attuali, in un insieme di attività di settore non ufficiali”, afferma lo studio.
Delle tante configurazioni possibili, “la schiavitù per debito colpisce spesso le minoranze – come gli indigeni, che hanno a lungo sperimentato la discriminazione nel mercato del lavoro - obbligandole in un circolo vizioso di povertà al quale sarà sempre più difficile sfuggire“, prosegue il rapporto. “Molte vittime lavorano in aree geografiche remote, dove le ispezioni sono particolarmente difficili”.
Il rapporto getta nuova luce sulle forme emergenti di lavoro forzato che colpiscono i lavoratori migranti, con particolare attenzione rivolta alle migrazioni irregolari verso paesi di destinazione sia ricchi che poveri, e analizza anche le condizioni del mercato lavorativo sotto le quali il lavoro forzato ha maggior probabilità di espandersi, ad esempio dove i controlli su agenzie di reclutamento e sistemi di subappalto sono inadeguati, o dove le ispezioni sul lavoro sono carenti.
”Nonostante i numeri siano elevati, non lo sono abbastanza da rendere impossibile l’abolizione del lavoro forzato”, ha detto Somavia. “L’OIL chiede pertanto un’intesa globale contro il lavoro forzato che coinvolga i governi, le organizzazioni di datori di lavoro e lavoratori, le agenzie di sviluppo e le istituzioni finanziarie internazionali che si occupano di riduzione della povertà, nonché la società civile, con le istituzioni di ricerca ed accademiche. Con la volontà politica e l’impegno globale necessari, nei prossimi dieci anni, il lavoro forzato si potrà considerare storia del passato”.
Ma vi è preoccupazione per l’incidenza del lavoro forzato, che potrebbe crescere nei paesi sviluppati a carico delle migrazioni. “Teniamo sotto osservazione i soprusi nei singoli paesi”, ha dichiarato Plant. L’OIL sta esaminando il lavoro e lo sfruttamento sessuale dei migranti in Germania, e dei migranti cinesi in Francia.
La Cina è in una situazione particolarmente critica. L’OIL ha due convenzioni fondamentali contro il lavoro forzato, nessuna delle quali è stata ratificata dalla Cina.
Ma la ratifica non significa la fine dello sfruttamento, afferma Plant. “Quando un paese approva una convenzione, accetta di introdurla nella legge interna”, ha detto. Tuttavia, ha concluso, permangono enormi differenze rispetto alla legislazione nazionale.

