NAIROBI, 15 aprile 2005 (IPS) – L’appello lanciato ai governi la scorsa settimana dal Fondo Onu per la popolazione (Unfpa), di incrementare la spesa per la salute riproduttiva, può rivelarsi difficile da realizzare per il Kenya, il cui budget non prevede stanziamenti per questo tema specifico.
In occasione della giornata mondiale della salute, Thoraya Ahmed Obaid, direttrice esecutiva dell’Unfpa, ha dichiarato che la pianificazione familiare ridurrebbe la mortalità materna del 25 per cento. “Con un maggiore uso del contraccettivo, la mortalità materno-infantile diminuisce”, ha detto in una dichiarazione per l’IPS.
Ma ci sono forti preoccupazioni che, senza un impegno del governo per dotare il Kenya del servizio di pianificazione familiare, la mortalità materna continui ad aumentare. Josephine Kibaru, a capo dei servizi per la salute riproduttiva del ministero della salute, ha detto all’IPS: “Il budget disponibile per la salute riproduttiva serve a pagare, ad esempio, i salari del personale al ministero. Non abbiamo un fondo specifico per fornire anticoncezionali. Questo è grave: significa che molte donne potrebbero continuare a morire in gravidanza”.
“Sono i donatori a fornirci i contraccettivi – ha affermato -. Ma esercitiamo costanti pressioni sul tesoro per avere un budget che ci permetta di venderli. Quest’anno speriamo in una proposta di stanziamento per la pianificazione familiare”.
Il tasso di incidenza del contraccettivo in Kenya è di appena il 39 per cento, secondo un sondaggio del 2003 su demografia e sanità del Kenya (KDHS).
Gli attivisti deplorano la mancata risposta al bisogno di anticoncezionali sicuri ed efficaci per fronteggiare l’alta mortalità materna nel paese. Senza contraccezione – sostengono – ci saranno più gravidanze, con un alto rischio di decessi alla nascita.
La KDHS dimostra che la percentuale di mortalità materna del Kenya è di 414 morti ogni 100.000 nascite, molto al di sopra del previsto Obiettivo di sviluppo del millennio dell’Onu, di 147 morti ogni 100.000 nascite entro il 2015.
Secondo l’Unfpa, su 500.000 morti materne ogni anno, il 95 per cento si verifica in Africa e Asia. Nell’Africa subsahariana, una donna rischia di morire durante la gravidanza o il parto una volta su 16, contro una volta su 3800 per le donne del mondo sviluppato.
Gli attivisti per i diritti della salute osservano che la ragione per cui donne e ragazze preferiscono abortire è la mancata risposta al bisogno di una contraccezione efficace.
Sul totale stimato di 211 milioni di gravidanze ogni anno, circa 46 milioni finiscono con l’aborto indotto, di cui appena il 60 per cento vengono realizzati in condizioni sicure, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il resto, secondo l’Oms, viene attuato da persone senza competenze o in un ambiente privo degli standard sanitari minimi, o entrambe le cose.
In Kenya, come in quasi tutti i paesi africani, l’aborto è illegale ed consentito solo nel caso in cui una donna rischi la vita.
In questo paese dell’Africa orientale, ogni anno vengono operati circa 300.000 aborti, che si concludono con l’ospedalizzazione di circa 20.000 donne e ragazze per complicazioni legate all’intervento, secondo un rapporto 2004 intitolato “Valutazione nazionale sull’ampiezza e le conseguenze degli aborti a rischio in Kenya”.
Secondo lo studio – condotto dalla Kenya Medical Association, il Ministero della salute, la Federazione delle donne avvocato-capitolo Kenya, insieme ai Servizi di assistenza sui progetti internazionali (Ipas), un ente internazionale che sostiene i diritti della salute riproduttiva femminile – ogni giorno vengono realizzati 800 aborti, con un tasso annuale di 2600 decessi.
Come conseguenza, gli attivisti per i diritti della salute e gli operatori del settore rimproverano la comunità internazionale di ignorare il tema della salute delle donne.
“Il mondo risponde soltanto a crisi visibili, come incidenti o esplosioni. Ogni minuto muore una donna, ma questo non conta perché muore in silenzio e nell’ombra, e questo è considerato un problema per la sua famiglia. Viene lasciata morire e diventa solo un numero nelle statistiche. Il problema delle donne che muoiono per la mancata risposta ai bisogni sanitari è un disastro molto più grande. Se la comunità internazionale risponde ai disastri, come le inondazioni, perché non può reagire alla morte di una donna?”, ha detto all’IPS Josephine Moyo dell’Ipas.
Moyo accusa la comunità internazionale di aver rinnegato la promessa fatta alla Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo (ICPD) e alla Quarta conferenza mondiale sulle donne (Fwcw), in cui si è trattato il tema dell’aborto a rischio.
Nel 1994 al Cairo, Egitto, 179 paesi presenti alla ICPD hanno riconosciuto che l’aborto a rischio è uno dei temi principali riguardanti la salute, sottolineando l’importanza della prevenzione mediante un incremento dei servizi di pianificazione familiare e garantendo l’aborto sicuro nei casi in cui ciò sia consentito.
Nel 1995, durante la Fwcw tenutasi a Pechino, Cina, i governi hanno concordato di considerare la revisione delle leggi che condannano l’aborto come illegale.

