NAZIONI UNITE, 22 febbraio 2005 (IPS) – Ogni notte, 640 milioni di bambini nei paesi in via di sviluppo vanno a dormire senza un tetto sicuro sulla testa. Quattrocento milioni non hanno accesso all’acqua potabile; un miliardo di bambini vive nella povertà; quindici milioni sono orfani dell’Aids, e 11 milioni di piccoli ogni anno non raggiungono i cinque anni d’età.
Queste raggelanti statistiche emergono dal rapporto annuale dell’UNICEF sullo “stato dell’infanzia nel mondo”, pubblicato alla fine dell’anno scorso e discusso il 17 febbraio in un incontro coordinato da Elizabeth Gibbons, a capo delle politiche globali dell’UNICEF.
Il direttore generale dell’agenzia, Carol Bellamy, ha paragonato la povertà infantile, le sue cause ed effetti – Aids, conflitto armato, lavoro minorile, scarso interesse internazionale e finanziamenti insufficienti, instabilità ambientale, traffico di bambini – ad uno “tsunami globale” che minaccia di inghiottire i nostri discendenti.
Il dibattito ha soppesato teorie economiche e tradizionale buonsenso. Vi hanno partecipato luminari come il Premio Nobel e docente alla Columbia University Joseph Stiglitz, e Rebecca Grynspan-Mayufis, direttrice in Messico della Commissione economica per l’America Latina ed ex vicepresidente della Costa Rica.
L’UNICEF definisce la povertà come “privazione di risorse materiali, spirituali ed emotive necessarie per la sopravvivenza, lo sviluppo e la crescita”, sottolineando le sette privazioni alla base di tale condizione: mancanza di alloggio, igiene, acqua pulita, informazione, nutrizione, salute e educazione.
Secondo il rapporto 2005, metà dei bambini nel mondo sono sottoposti a queste privazioni, in particolare in Africa, Sud Asia e Medio Oriente.
La povertà infantile dovrebbe essere considerata diversamente dalla povertà tra gli adulti, ha sostenuto Stiglitz, perché “i bambini non hanno voce. Dobbiamo individuare le loro preoccupazioni”.
La mancanza di servizi per l’infanzia nel 2005 è un indicatore sicuro di povertà tra gli adulti nel 2025 e, secondo Stiglitz, la società impone l’eredità del debito, lasciando un peso eccessivo sull’attuale generazione di bambini.
Secondo l’UNICEF, i primi tre anni di vita sono essenziali per lo sviluppo del bambino. Durante questo periodo, alcune parti del cervello possono raddoppiare in dimensioni, e la mancanza di una forte presenza materna, di stimoli mentali e del gioco, possono ostacolare seriamente la crescita.
Nel momento in cui questa generazione raggiunge l’età adulta e procrea, allevando i propri figli senza le componenti necessarie per la salute fisica e mentale, il ciclo si ripete.
Crescere i bambini sotto il peso delle sette privazioni fondamentali, li espone in modo particolare agli abusi, che a loro volta tramanderanno ai loro figli come un tragico diritto di nascita.
La soluzione, secondo i partecipanti al dibattito, è relativamente accessibile. Sanjay Reddy, docente di economia alle Università di Princeton e Barnard, osserva che anche un minimo investimento può rompere il circolo della povertà e porre fine alla frustrante paralisi che molti paesi in via di sviluppo, in particolare nell’Africa subsahariana, continuano a subire.
Qualcuno ha sostenuto la “tassazione progressiva del reddito”, che fornirebbe salute e educazione ai bambini poveri tassando i ricchi. Tutti hanno concordato che la pace è funzionale alla ripresa economica, perché il conflitto provoca un collasso del mercato e della salute, popolando i campi profughi e corrodendo le strutture sociali.
E. Valpay K. Fitzgerald, direttore del Finance and Trade Policy Research Centre presso la Queen Elizabeth House, ha lamentato la crisi dei finanziamenti rurali, imputata alla “fuga di capitali” dalle zone a rischio, per cui gli investitori si ritirano lasciando un vuoto finanziario che richiederà decenni per essere colmato. Una soluzione potrebbe essere rappresentata da incentivi a imprese e Stati per destinare investimenti alle aree rurali più remote.
Sul tema del lavoro minorile, un fenomeno crudele cui sono sottoposti 280 milioni di bambini sia volontariamente che con la forza, Kaushik Basu, economista dello sviluppo alla Cornell University, ha rivolto un caloroso appello ai delegati delle Nazioni Unite incaricati di cercare delle soluzioni alla crisi.
Pur ammettendo che il reddito supplementare derivante dal lavoro minorile riesce a tenere alcune famiglie al di sopra della soglia di povertà, Basu ha sollecitato i governi ad adottare programmi di incentivi finanziari per le famiglie povere, affinché i figli proseguano gli studi rimanendo fuori dalla forza lavoro. Questa strategia si è dimostrata efficace in alcuni paesi come il Bangladesh, che ha adottato un programma di “cibo in cambio di educazione”.
Una forte preoccupazione per UNICEF e Nazioni Unite è la capacità dei loro 191 membri complessivi di raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG), otto traguardi con una scadenza prevista per il 2015.
Gli MDG prevedono: ridurre del 50 per cento fame e povertà; garantire l’educazione primaria universale; ridurre di due terzi la mortalità infantile, e di tre quarti quella materna; promuovere l’uguaglianza di genere; invertire la diffusione di Hiv/Aids, malaria e altre malattie.
In un rapporto del 2004 si riscontravano alcuni progressi nelle iscrizioni delle bambine nelle scuole primarie, ma in ambiti quali i diritti delle donne, la disoccupazione giovanile, l’Hiv/Aids e la stabilità ambientale, c’è ancora molta crisi, e in alcune regioni la situazione continua a peggiorare.
Sul totale dei 15 principali donatori alla partnership globale, gli Stati Uniti sono penultimi per la spesa sociale, con il 2,5 per cento del PIL: una cifra trascurabile, se si considera che il 22 per cento dei bambini in questo paese vivono nella povertà. Tra i paesi donatori, solo il Messico ha un tasso di povertà infantile superiore.

