DONNE: La prima legge europea contro la violenza domestica

MADRID, 11 gennaio 2005 (IPS) – È stata approvata all’unanimità dal parlamento spagnolo la prima legge europea contro la violenza di genere, applaudita da tutti i settori sociali, ma anche criticata.

Il testo stabilisce l’istituzione di tribunali speciali, una migliore assistenza alle vittime e la creazione di centri di riabilitazione, oltre a una serie di procedimenti per la protezione delle donne minacciate.

Le rappresentanti delle associazioni femminili, che hanno ascoltato i deputati elogiare il loro lavoro e li hanno visti sollevare le mani nel segno del triangolo, simbolo del femminismo, sono state testimoni speciali della giornata, occupando un posto riservato nell’emiciclo della Camera.

Enriqueta Chicano, presidente della Federación de mujeres progresistas e tra coloro che hanno più combattuto contro la violenza di genere, ha detto all’IPS che la nuova legge “è sicuramente positiva e rappresenta una scommessa politica della società”.

Ha avvertito però che si dovrà avere pazienza prima del loro pieno avvio, poiché “non si tratta di un miracolo, bensì di uno strumento che bisogna sapere e volere utilizzare perché diventi efficace”.

La legge è il risultato del primo progetto inviato al parlamento dal governo del socialista Zapatero, dopo la sua nomina il 17 aprile, che ha così rispettato la promessa elettorale di combattere la violenza domestica come priorità.

Dopo la votazione, Zapatero ha detto che la legge sarà “uno strumento potente, perché l’oppressione subita da tante donne venga definitivamente sradicata”. Questa è “una legge di donne che hanno lottato e difeso tante altre donne”.

Nel 2004, 72 donne sono state assassinate in Spagna, 69 delle quali per mano del loro compagno o ex compagno.

Le ultime cifre disponibili, secondo l’Osservatorio sulla violenza domestica e di genere, segnalano che nel primo semestre 2004 ci sono state 47.000 denunce per maltrattamenti e solo il due percento di queste sono state presentate da uomini.

La proposta, approvata a novembre dalla Camera dei Deputati, è stata successivamente modificata dal Senato e infine ratificata a dicembre dalla Camera.

Tra le riforme risaltano quelle che garantiscono l’uguaglianza dei diritti per tutte le vittime, con aiuti economici a prescindere dall’età, e la creazione di un fondo per far fronte all’impatto degli alimenti nelle cause di separazione e di divorzio.

Il Partito Popolare (PP) conservatore, la maggiore forza di opposizione, ha votato a favore della legge seppure con delle riserve, ritenendo che, nella violenza di genere, la tutela si debba applicare a tutte le vittime e non solo alle donne.

Questa posizione ha aperto un dibattito sin dalla presentazione della proposta, dato che sia il PP che il Consiglio Generale del Potere Giudiziario (CGPJ) ritenevano che non si dovessero fare leggi sulla discriminazione positiva.

La legge – affermavano – non si deve concentrare sulla violenza contro le donne, bensì in generale, senza considerare il sesso della vittima; una posizione respinta da entrambe le camere.

Gregorio Peces-Barba, uno dei sette redattori della Costituzione spagnola e presidente della Camera che l’ha approvata, ha criticato la posizione del Consiglio Generale segnalando che si deve mantenere la discriminazione positiva perché così “si dà attenzione alla vulnerabilità sociale della vittima”.

Il docente di sociologia Amando de Miguel si è detto invece in disaccordo con la legge, poiché servirà ad aumentare la violenza e le truffe: ” Le denunce di maltrattamenti verranno usate per ottenere vantaggi nei casi di divorzio e separazione”, ha affermato.

In un intervento prima della votazione di dicembre, la portavoce parlamentare della coalizione nazionalista catalana Convergencia y Unión, Mercé Pigem, ha annunciato il suo voto a favore, sebbene abbia spiegato che la violenza non si supererà con una legge, bensì ”quando l’uguaglianza diventerà una realtà interiorizzata da tutti e non, come ora, un ideale di giustizia”.

Due esempi recenti mostrano una scarsa attenzione sociale, ha segnalato Chicano: la diminuzione della pena per un uomo che aveva abusato di una minore disabile, e la cancellazione della pena per un religioso musulmano autore di un libro in cui suggeriva di picchiare le donne.

Mohamed Kamal Mostafá, imam della moschea di Fuengirola a Malaga, è stato arrestato e condannato in primo grado per aver scritto “La donna in Islam”, volume in cui descrive i “limiti” di cui deve tenere conto un marito quando punisce fisicamente la moglie.

Consiglia ad esempio che “i colpi siano somministrati solo su alcune parti specifiche del corpo, come mani e piedi, utilizzando un bastone che sia sottile e leggero per non lasciare cicatrici o ematomi”. Inoltre, ”non si devono colpire le parti sensibili come testa, petto, ventre, etc.”.

Se ci fossero ancora dubbi sull’etica dei “consigli” del religioso, egli aggiunge che “la testimonianza di un uomo vale quanto quella di due donne” e che “l’autorità, nella famiglia, è l’uomo”.

Il Tribunale di secondo grado di Barcellona ha ordinato la scarcerazione di Mostafá, sostenendo che “alla pericolosità sociale” dell’imam ”non si può più porre rimedio”, e che se il libro non fosse stato diffuso, il reato non ci sarebbe stato.

Il tribunale ha imposto però all’imam di frequentare un corso sulla costituzione e i diritti umani.

La sentenza – ha sottolineato Chicano – “rappresenta un gravissimo passo indietro, poiché si considera questo atteggiamento una cosa normale, si ritiene che un reato possa essere pagato con un corso. In definitiva, è di un cinismo deplorevole”.

Le critiche ai giudici sono arrivate anche dal governo. La vicepresidente María Teresa Fernández de la Vega ha dichiarato che la liberazione di Mostafá “è un cattivo esempio, un grosso sbaglio” che “non contribuisce affatto a rafforzare l’idea di tolleranza zero acquisita dalla società spagnola”.

La segretaria per l’Uguaglianza del partito di governo (PSOE), María Isabel Montaño, ha evidenziato che la sentenza crea allarme sociale nella cittadinanza, poiché dà “l’impressione che i delitti contro le donne possano restare impuniti”.

D’altra parte, la Corte Suprema ha ridotto da sette a due anni e nove mesi la pena di reclusione per un uomo che ha spinto contro un muro una bambina disabile di 13 anni, ”dandole baci in bocca, infilandole la lingua e toccandole il seno e la vagina da sopra i vestiti”, recita la sentenza.

Durante la lotta durata 10 minuti, l’uomo ha tentato di penetrarla, finché la bambina, gridando, ”è riuscita a liberarsi e a scappare piangendo”, si riporta.

La Corte Suprema ha ridotto la pena in considerazione del fatto che non si è trattato di aggressione sessuale bensì di abuso, non essendoci stata né violenza né intimidazione, sebbene sia stato dimostrato quanto riportato nella sentenza di condanna.