BUENOS AIRES, 17 dicembre 2004 (IPS) – Essere poveri in un paese povero è uno dei maggiori pericoli che dovrà affrontare un essere umano nel prossimo secolo, quando si prevede un aumento minimo di due gradi nella temperatura del pianeta.
Questo è ciò che ha dichiarato Bill Hare, direttore di politica climatica dell’Ong ecologista Greenpeace International, nel descrivere gli effetti del surriscaldamento globale sulla popolazione mondiale, durante la decima conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico, a Buenos Aires.
Hare ha spiegato con dati ed esempi perché i paesi più poveri sono e saranno i più vulnerabili alle alterazioni del clima provocate dall’inquinamento umano.
“Un aumento di due gradi minaccia decine di milioni di persone, sottoposte al maggior rischio di soffrire la fame per la siccità, le inondazioni, e altri impatti”, ha detto.
Centinaia di milioni di persone, secondo Hare, saranno esposte alla malaria e più di 1 miliardo di individui potrebbero essere colpiti da inondazioni e mancanza di acqua potabile.
L’attivista ha parlato in uno dei molti incontri della Decima Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP-10), che si concluderà oggi nella capitale argentina e a cui hanno partecipato le delegazioni di 180 governi e centinaia di organizzazioni non governative.
Le preoccupazioni di Greenpeace scaturiscono dalla relazione elaborata da diverse agenzie dell’Onu, da istituzioni finanziarie multilaterali e dall’Unione europea (Ue), intitolata “Povertà e cambiamento climatico”.
Lo studio avverte che il surriscaldamento della temperatura non farà altro che aggravare la povertà estrema, in cui vivono 1 miliardo di persone in tutto il mondo.
“Il cambiamento climatico – si legge nel testo – costituisce una seria minaccia allo sradicamento della povertà. Ciononostante, le attuali strategie per lo sviluppo tendono a sottovalutare questo rischio”.
Il surriscaldamento del clima è dovuto, secondo la maggior parte degli scienziati, al pesante rilascio di gas come il biossido di carbonio, che catturano il calore del sole nell’atmosfera (perciò si chiama “effetto serra”) e che sono prodotti soprattutto dalla combustione di petrolio, gas e carbone.
L’aumento della temperatura non permetterà di raggiungere uno degli otto Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG), fissati dall’Onu a settembre 2000, con una scadenza prevista per il 2015.
Il primo degli MDG è ridurre della metà la popolazione indigente nel mondo, e a questo scopo è prevista l’adozione di strategie nazionali.
“Il cambiamento climatico – dice il rapporto – mette in pericolo i traguardi e gli obiettivi, anche a livello nazionale, per sradicare la povertà”.
Se non saranno adottate misure concrete e urgenti per ridurre la vulnerabilità dei più poveri e aumentare la loro capacità di adattamento, potrebbe essere difficile raggiungere questo obiettivo entro il 2015”, avverte.
Ma l’impatto del cambiamento climatico – segnala ancora il documento – non è una sfida futura, bensì un fenomeno già tangibile in alcune regioni.
Nei Caraibi, ad esempio, le tormente tropicali sono più intense e frequenti; nell’Argentina dell’est le inondazioni sono aumentate a causa delle piogge di maggiore portata degli ultimi 30 anni; in Asia si sciolgono i ghiacciai, e piccoli paesi insulari dell’oceano Pacifico vedono il livello del mare innalzarsi pericolosamente.
Tutte queste catastrofi si ripercuotono con maggiore intensità tra i poveri delle zone costiere, che vivono in alloggi precari e senza un accesso sicuro all’assistenza sanitaria o all’acqua potabile. Ma anche tra gli agricoltori e, in generale, in quei paesi che non hanno sviluppato infrastrutture per prevenire i disastri naturali.
“L’interesse dei più poveri in qualsiasi parte del mondo è che, a lungo termine, il limite dell’aumento globale della temperatura rimanga al di sotto di due gradi”, ha avvertito l’attivista di Greenpeace.
Ma questo scenario è difficile da raggiungere, secondo i dati degli scienziati che da oltre 10 anni partecipano alla Convenzione sul cambiamento climatico, per la certezza sul rapporto tra attività umana e aumento del calore.
Secondo il Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC, la sigla in inglese), la temperatura del pianeta è aumentata in media di 0,6 gradi dalla fase della prima rivoluzione industriale, alla fine del XIX secolo, mentre nel 2100 l’incremento sarà tra 1,4 e 5,8 gradi, per le emissioni dei gas-serra.
Oltre all’inquinamento da combustibili fossili, l’attività agricola e zootecnica rilascia gas metano, e anche la deforestazione su larga scala, come quella registrata in Argentina e Brasile, contribuisce all’effetto serra, poiché limita la capacità dei boschi di assorbire carbonio.
Il caldo scioglierà i ghiacciai, e presto si innalzerà il livello dei mari, fenomeno che potrebbe raggiungere i 100 metri entro il 2100.
Vi saranno inoltre inondazioni in alcune regioni e siccità in altre, piogge e tormente tropicali più intense e frequenti, con la relativa sequela di danni umani.
“Solo nel delta del Nilo (Egitto) – ha avvertito Hare – si stima che entro il 2080 l’aumento della temperatura provocherà inondazioni delle coste che colpiranno 3,8 milioni di persone”.
L’obiettivo di un aumento di due gradi, come sostengono alcuni paesi, “non è sicuro” per controllare l’innalzamento del livello del mare, ha aggiunto.
Hare ha ammesso che gli impatti del cambiamento climatico non saranno ripartiti equamente nel pianeta. Si amplierà il divario economico tra paesi ricchi e poveri, laddove la maggior parte dei primi beneficerà dei cambiamenti del clima, mentre i secondi assisteranno ai suoi peggiori effetti.
Secondo l’IPCC, che lavora con modelli di proiezione su larga scala, il calore migliorerà la resa dei raccolti dei paesi del Nord, mentre colpirà duramente quelli del Sud, tradizionali fornitori di cibo per il mercato globale.

