INDIA: La sete provocata dalla Coca-Cola

NEW DELHI, 14 luglio 2004 (IPS) – L’impresa della Coca Cola è allo scontro con gli scienziati del governo dell’India e con la popolazione dello Stato occidentale desertico del Rajastan, che la accusano di sfruttamento eccessivo delle acque sotterranee

Questo è solo uno dei problemi che la multinazionale deve affrontare in India, dove negli ultimi mesi è stata accusata di inquinare l’ambiente, dare ai contadini rifiuti tossici spacciandoli per fertilizzanti e vendere bibite contenenti residui di insetticida.

La popolazione circostante la zona industriale di Kaladera, nella periferia di Jaipur, capitale del Rajastan, chiede la chiusura della fabbrica di Coca Cola e delle sue potenti pompe d’estrazione dell’acqua, considerate responsabili dell’esaurimento delle falde freatiche nel sottosuolo.

I rappresentanti della popolazione locale ritengono che tale pratica impedisce loro l’accesso alla risorsa e sconvolge il delicato equilibrio ambientale dell’area.

Guidati da organismi come il “Forum di agitazione del popolo”, l’associazione spirituale “Arya Samaj” e l’organizzazione dei servizi sociali “Rajastan Samara Seva Sang”, alcuni residenti della zona hanno inasprito le loro proteste questo mese.

La Coca Cola ha installato a Kaladera un proprio impianto d’imbottigliamento per la presunta abbondanza di risorse acquifere dell’area. Ma la siccità degli ultimi tre anni ha costretto l’impresa a restringere i suoi obiettivi di produzione.

Gli agricoltori della zona colpiti dalla siccità sono molto contrariati, poiché ogni giorno vedono uscire dall’impresa moltissimi camion carichi di bibite fresche.

Ma la Coca Cola rifiuta le accuse secondo cui starebbe estraendo troppa acqua dal sottosuolo di Kaladera.

Tuttavia, residenti e organizzazioni di volontari chiedono che all’impresa vengano ricordate le sue responsabilità, e realizzano numerose proteste davanti alla fabbrica.

Sunil Gupta, vicepresidente di Coca Cola-India, ha dichiarato che l’impresa avrebbe lavorato con Rajendra Singh, il principale attivista per il diritto di accesso all’acqua del Rajastan, nella applicazione di progetti per immagazzinare le piogge e impedire così l’esaurimento delle falde freatiche.

Ma Singh, leader dell’organizzazione Tarun Bharat Sangh e vincitore del premio ambientalista Magsaysay, ha detto di sostenere tutti i progetti di immagazzinaggio dell’acqua ma di rifiutare le fabbriche che la imbottigliano.

Singh ha dichiarato all’IPS che in più di due anni ha raccolto circa quattro milioni di firme di cittadini che s’impegnavano a non comprare acqua in bottiglia, e “riaffermavano il proprio diritto naturale all’acqua, e a non comprarla come una merce che può essere accaparrata da avide multinazionali”.

I risultati di una ricerca preliminare realizzata dalla Giunta centrale di acqua sotterranea (CGWB, la sigla in inglese) indicano che le attività della Coca Cola a Kaladera hanno contribuito a ridurre il livello delle falde fino a 38,1 metri nella scorsa decade.

Per questa ragione, ha concluso la CGWB, la maggior parte dei pozzi d’acqua della zona si prosciugano.

Secondo stime ufficiali, la fabbrica ha estratto in media 20mila metri cubi d’acqua mensili, mediante potenti pompe, direttamente dalle falde acquifere.

“L’estrazione continuata porterà al deterioramento della qualità dell’acqua sotterranea per l’alterazione della concentrazione naturale di sali in diversi livelli delle falde”, ha segnalato un idrogeologo della CWGB al quotidiano The Hindu.

I capi della Coca Cola hanno preferito non commentare le accuse dello scienziato della CWGB. Hanno invece affermato che l’impresa si è “associata” a questo organismo, “dei governi locali e delle comunità, per aiutare a combattere la penuria d’acqua e l’esaurimento delle falde”.

La Corte Suprema di Kerala ha ordinato lo scorso dicembre alla Coca Cola di fermare l’estrazione dell’acqua dei suoi impianti d’imbottigliamento nella località di Plachimada, nel sud dello Stato. La giunta comunale di Plachimada aveva ritirato la licenza di attività della fabbrica, dopo il prosciugamento delle falde acquifere.

Il tribunale ha sentenziato che la proprietà del terreno su cui era installato l’impianto non conferiva automaticamente all’impresa il diritto di estrarre l’acqua, che è stata considerata bene pubblico.

Si ripete un modello costante per l’estrazione abusiva di acqua a Plachimada, situata in un’area piovosa, e a Kaladera, ai confini del deserto di Rajastan Thar, ha osservato Afsar Jafri, della Fondazione di ricerca per la scienza, la tecnologia e l’ambiente.

In entrambi gli impianti d’imbottigliamento si estraeva più acqua del necessario, al riparo dagli obblighi d’investimenti richiesti dai governi statali, secondo l’esperto.

La maggior parte dei 90 impianti d’imbottigliamento che possiedono in India la Coca Cola e la sua rivale Pepsi sarebbero in difficoltà se le leggi sull’acqua si implementassero, secondo Jafri.

“I tribunali e il parlamento – ha aggiunto – hanno riconosciuto che le multinazionali sfruttano eccessivamente un bene comune”.

L’anno scorso, laboratori ufficiali hanno accusato l’impresa della Coca Cola di Kerala di consegnare rifiuti tossici ai contadini come se si trattasse di “fertilizzanti”.

Paul Thachil, presidente della Giunta di controllo sull’inquinamento a Kerala, ha chiesto alla Coca Cola di smettere di distribuire “rifiuti nocivi”, dopo aver constatato che avrebbe inquinato con il cadmio l’acqua di una vasta area che circonda il villaggio di Plachimada, nel distretto di Palghat.

Anche l’anno scorso, il Centro per la scienza e l’ambiente (CSE) ha trovato sui campioni di 12 bibite vendute a Nuova Dehli e nei dintorni, tra cui Coca Cola e Pepsi, residui di quattro pesticidi e insetticidi altamente tossici.

Il livello registrato di chlorpyrifos di era 42 volte superiore a quello tollerato dalle norme europee, quello di malatione, 87 volte superiore, e quello del lindano – pesticida vietato negli Stati Uniti – 21 volte superiore, secondo gli scienziati.