SVILUPPO: L’acqua, la guerra dell’Africa

JOHANNESBURG, 27 maggio 2004 (IPS) – Durante l’ultimo incontro di governo per discutere del futuro del fiume Nilo, l’ex cancelliere egiziano Boutros Boutros-Ghali non era presente, ma l’eco di una sua vecchia frase è risuonato in tutta la sala: “Le prossime guerre saranno combattute per l’acqua”.

Boutros-Ghali, poi diventato segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu), fece questa dichiarazione negli anni ’80. Oggi, la possibilità di una “guerra dell’acqua” è diventata oggetto di studi specialistici e addirittura di libri.

La sua frase è stata ripresa da articoli sulla penuria d’acqua in Africa, in particolare per le tensioni che percorrono i dieci paesi del bacino del Nilo, il fiume più lungo del mondo.

Oltre al Nilo, altri bacini transfrontalieri africani sono soggetti alla crescente domanda della popolazione, di agricoltura e industria; lo stesso accade per il fiume Niger nell’area occidentale del continente (comune a nove paesi) e per il bacino di Okavango, in Botswana e Namibia.

Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (PNUD) ha calcolato che entro il 2025, uno su due africani vivrà in paesi soggetti a penuria d’acqua, cioè ogni persona avrà accesso a meno di 1500 metri cubici l’anno.

I dibattiti in corso per un uso più equo delle acque del Nilo lasciano spazio a qualche speranza, anche se conditi di furiose richieste e persino minacce di rappresaglia.

L’uso dell’acqua del Nilo è regolamentato da un accordo raggiunto nel 1929 (riesaminato trenta anni dopo), che conferisce a Egitto e Sudan il diritto di stabilire se altri paesi del bacino possono usare questa risorsa.

Il Nilo percorre 6.693 chilometri dalla sua foce in Burundi e 5.588 dalla sua principale fonte d’acqua, il lago Victoria, tra Uganda, Kenya e Tanzania.

Il bacino si estende su tre milioni di chilometri quadrati –dieci per cento della superficie africana– e occupa aree di Burundi, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Sudan, Tanzania e Uganda, paesi che totalizzano 255 milioni di abitanti.

Gli accordi assicurano all’Egitto, sulla cui costa mediterranea sfocia il fiume, un ampio controllo sulle acque del Nilo e limitano l’uso di questa risorsa ai paesi attraversati dal corso superiore del fiume.

Il trattato del 1929 fu siglato tra i paesi che erano allora le metropoli coloniali del bacino, Gran Bretagna e Italia, e quello del 1959 tra Egitto e Sudan.

Sebbene l’accordo rifletta chiaramente una realtà coloniale obsoleta, l’Egitto, la cui economia dipende in gran parte dallo sfruttamento del fiume, si è opposto alla sua revisione.

Ma Mahmoud Abu-Zeid, ministro egiziano per le Risorse di Acqua e Irrigazione, ha adottato una posizione più conciliatrice nell’ultima riunione dell’Iniziativa del bacino del Nilo, tenutasi in Kenya lo scorso marzo. “L’Egitto accetterà qualsiasi decisione che emergerà nell’ambito dell’accordo”, aveva detto all’IPS.

L’ambito dell’accordo cui si riferiva era la bozza di un trattato per la spartizione delle acque del Nilo, elaborato dall’Iniziativa istituita nel 1999 dai dieci paesi.

È ancora da vedere se le parole di Abu-Zeid rifletteranno un cambiamento di posizione o se hanno come unico obiettivo quello di calmare i paesi della regione mentre l’Egitto esamina nuove strategie per mantenere il proprio dominio sul fiume.

In ogni caso, Anthony Turton, fondatore dell’”Alleanza per le acque transfrontaliere”, ha osservato che la nuova posizione egiziana rappresenta un’”evoluzione di proporzioni astronomiche”.

Gli organismi intergovernativi si rivelano utili per risolvere le dispute sull’uso dei fiumi transfrontalieri, ha detto Turton all’IPS.

La Commissione tecnica permanente fu istituita per Sudafrica, Mozambico e Swazilandia nel 1983 per discutere sull’uso del fiume Nkomati/Maputo.

Il dialogo ha dato i suoi frutti, nonostante le tensioni per il coinvolgimento di Pretoria nella guerra civile in Mozambico e per l’apartheid, il regime di segregazione razziale istituzionalizzato a svantaggio della maggioranza nera, che ha dominato il Sudafrica fino al 1994.

Nel frattempo, le discussioni sul bacino dell’Okavango si concentrano sui progetti per la realizzazione di un canale che devierebbe le acque sulla capitale della Namibia, Windhoek, allo scopo di promuovere lo sviluppo e garantire la sicurezza nella distribuzione dell’acqua.

La proposta è criticata da ambientalisti che temono gli effetti del drenaggio sul delta dell’Okavango, una delle grandi aree silvestri dell’Africa.

“Molti credono che l’Okavango sia un fiume conflittuale, ma la commissione del bacino funziona molto bene”, ha proseguito Turton.

Quanto al Nilo, l’esperto ritiene che i dieci paesi dovrebbero cambiare la prospettiva di “spartizione dell’acqua” in un’altra, di “spartizione dei benefici”. Ciò significherebbe alleviare il carico politico del fiume e stabilire il suo uso ottimale.

La montagnosa Etiopia potrebbe ospitare una serie di piccole dighe di sbarramento idroelettriche e modesti progetti d’irrigazione. L’elettricità potrebbe contribuire a costituire una piattaforma industriale in questo paese, dove l’80 per cento della popolazione vive nella povertà.

Ma questa proiezione dovrà fare i conti con la lunga storia di animosità politica tra Addis Abeba e il Cairo.

D’altra parte, i sistemi d’irrigazione usati in Africa sono estremamente inefficienti. L’organizzazione specializzata “Global Water Policy Project” ha calcolato che appena il 6 per cento della superficie coltivata africana è irrigata, di fronte a una media mondiale del 18 per cento.

Ma diversi paesi potrebbero decidere che sarebbe più efficace importare alimenti e usare l’acqua per sviluppare una base industriale.

C’è apprensione anche per l’inquinamento.

“Il lago Vittoria, per esempio, è diventato la discarica dell’Africa orientale”, ha detto all’IPS Rosemary Rop, di Maji na Ufanisi (Acqua e Sviluppo), un’organizzazione non governativa keniota. “Quanto dovranno essere sostenibili i progetti concepiti intorno al lago, se la gente continua a morire di colera per la mancanza di risanamento'”.

Dall’altra parte del continente, nel villaggio nigeriano di Akassa, dove il Niger sfocia nell’Atlantico, il pescatore Friday Mai deve risolvere il proprio dilemma, connesso all’inquinamento petrolifero del delta del Niger.

“Storicamente, di rado l’acqua è stata fonte di una guerra diretta tra Stati”, ha dichiarato all’IPS, via e-mail, Sandra Postel, direttrice del Global Water Policy Project.

“È più probabile una guerra per l’acqua all’interno di un paese piuttosto che tra diversi paesi, in particolare tra gli agricoltori che cominciano a rischiare la loro stessa vita per la carenza di irrigazione.

(*) Con contributi di Joyce Mulama, da Nairobi, e Sam Olukoya, da Lagos.