FORUM SOCIALE MONDIALE: Tra la "scintillante India" e le "eterne" caste

NUOVA DEHLI, gen (IPS) – Per il Forum Sociale mondiale (FSM), organizzato quest’anno nella città indiana di Mumbai (16-21 gennaio), non si poteva scegliere una sede più diversa rispetto a Porto Alegre in Brasile, dove il FSM si svolgeva annualmente dal 2001.

La città di Porto Alegre si trova in una provincia del Brasile governata dal Partito progressista dei lavoratori.

Mumbai (l'ex Bombay) è nel Maharashtra, uno Stato guidato da un’instabile alleanza semiconservatrice, incerta del proprio futuro e del proprio legame con il popolo.

Porto Alegre è stata la sede di coraggiosi esperimenti sullo sviluppo controllato localmente e la democrazia partecipativa, in cui l’uguaglianza è un tema centrale.

Mumbai è una città di difficili contrasti tra lo scandalosamente ricco e l’estremamente povero, che ha rinunciato all’ideale di costruire una comunità civile relativamente equa che offra opportunità sociali per tutti.

Mumbai, capitale finanziaria dell’India, con i suoi luccicanti edifici di vetro cromati situati nelle ricche enclave, genera più di un quarto delle entrate dalle imposte dirette.

Ma i due terzi degli abitanti di Mumbai vivono in quartieri di baracche incredibilmente sporchi, dove nella maggior parte delle abitazioni mancano i rubinetti dell’acqua o i bagni. Il presente della popolazione è sordido, il loro futuro è grigio. Mumbai rappresenta in un certo senso un microcosmo dell’India, sebbene la sua realtà urbana mostri netti contrasti rispetto al resto del paese, che per il 70 per cento è rurale.

Eppure Mumbai è espressione concentrata delle molte contraddizioni dell’India: uno sviluppo distorto e squilibrato guidato dalla globalizzazione, spietate e crescenti ineguaglianze di genere, crimine e insicurezza sociale in aumento, crollo dei servizi pubblici e del rispetto delle leggi, imponente corruzione e svuotamento della democrazia.

La realtà di Mumbai – e dell’India – smentisce la pretesa del governo indiano che la globalizzazione, insieme a privatizzazione e deregulation, abbia migliorato le condizioni di vita della popolazione e sia la chiave di un autentico sviluppo e progresso.

Il governo, il più progressista nella storia dell’India indipendente, ha esaltato le conquiste delle sue politiche economiche neoliberiste attraverso una campagna di costosi e appariscenti annunci pubblicitari su stampa e televisione intitolata “la scintillante India”, diffusa per due mesi sui media.

La campagna s’inserisce nell’ambito della propaganda della coalizione al governo in vista delle elezioni parlamentari del prossimo aprile. Essa celebra le “conquiste” e i “brillanti successi” dell’India: un tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) del sette per cento, tassi d’interesse più bassi, un boom dell’information technology, il triplicarsi del numero di linee telefoniche cellulari in due anni, la costruzione di nuove autostrade.

Eppure, tutte queste pretese sono sospette o assolutamente prive di senso, agli occhi della popolazione.

Gli alti costi delle azioni non hanno alcuna rilevanza per la maggior parte della gente: meno di 60 milioni di persone, su una popolazione di un miliardo, possiedono titoli e azioni. I bassi tassi d’interesse fanno parte di un nuovo regime deflazionistico in India. Insieme all’appropriazione di preziosi beni pubblici da parte di investitori istituzionali stranieri, la deflazione rischia di ridurre le entrate salariali, indebolire i potenziali industriali autoctoni e impoverire l’economia.

Tutte le nuove autostrade indiane vengono costruite col sistema del pedaggio, che farà salire i costi dei trasporti, agevolando ingiustamente gli imprenditori.

L’espansione del mercato della telefonia cellulare, senza dubbio considerevole, sta prendendo piede a discapito dell’accesso della maggioranza della popolazione alle linee telefoniche fisse: meno di cinque indiani su cento hanno una linea telefonica. I canoni delle linee telefoniche e i costi delle chiamate sono stati aumentati per finanziare le linee cellulari usate dalla classe media.

Quanto al boom dell’information technology (IT), l’India sta producendo moltissimi “cyber-coolies”, (“cyber-indigeni”), manodopera locale a basso costo, ultimo anello della catena del valore aggiunto. Le esportazioni di software indiane contribuiscono per circa il tre per cento al mercato di software globale.

Ci sono poche compagnie indiane caratterizzate da un alto valore aggiunto nelle loro produzioni, nonostante il successo dei cittadini americani di origine indiana nella Silicon Valley negli Stati Uniti.

Ci sono due punti su cui riflettere: nonostante tutta la propaganda, l’IT contribuisce per meno del due per cento al reddito nazionale dell’India. Parallelamente, il settore più in crescita al suo interno è il più miserabile e ignobile di tutti: i call centre, dove i giovani lavorano a turni che oscillano dalle 12 alle 14 ore, per 150 dollari Usa al mese, solo per raggiungere un punto morto nella carriera.

Che dire comunque della presunta forte crescita del PIL. Il tasso di crescita medio dell’India nei tre anni passati è stato il più basso degli ultimi dieci anni. Solo quest’anno si stima che la crescita raggiungerà il sette per cento, in gran parte grazie alla buona stagione dei monsoni dopo due anni di siccità in diverse zone del paese.

Paradossalmente, una maggiore crescita del PIL nell’India odierna significa meno occupazione. La crescita del PIL annuale dal cinque al sei per cento negli ultimi vent’anni non sta producendo sufficienti posti di lavoro.

La forza lavoro indiana organizzata è di fatto progressivamente diminuita negli ultimi cinque anni. Il settore ha perso 420.000 posti di lavoro nel 2001-02, e adesso contribuisce per appena il sette per cento all’occupazione totale in India. Oggi ci sono 910.000 posti di lavoro in meno rispetto al 1997. Un po’ tanti, per la “scintillante India”!

Il crollo della manodopera organizzata non è stato provocato dal settore “non organizzato” o “al nero”, dove l’occupazione totale è salita di un irrisorio uno per cento l’anno negli ultimi dieci anni. Il dato è più eclatante se si pensa che il tasso di crescita della popolazione è di quasi il doppio. E meno si dice sulla qualità dell’occupazione per 370 milioni di persone impiegate al nero, meglio è: lavorano in condizioni terribili, e senza la minima certezza del lavoro.

Negli ultimi quindici anni, il tasso d’occupazione annuale in India è sceso dal 2,7 per cento all’1,1 per cento. In passato, il 10 per cento in più significava creare il 6,8 per cento in più di posti di lavoro. Oggi, significa solo 1,6 per cento di nuovi impieghi: statisticamente, dunque, siamo davanti a un incredibile calo del 76 per cento.

L’occupazione rurale è così alta, persino in stati prosperi come il Punjab, che migliaia di giovani – in cerca di lavori più qualificati e più remunerati – cercano di fuggire illegalmente all’estero. Ci sono altri dati significativi che meglio illustrano la realtà indiana: un’incredibile paralisi degli indicatori di sanità, alimentazione ed educazione.

Oggi l’India è dietro il Bangladesh per accesso all’educazione primaria. Il paese è passato, nella lista dell’Onu sullo sviluppo umano, dalla 124° posizione alla 127°. C’è stato un crollo della spesa pubblica e dell’investimento di capitale.

La distribuzione della crescita è stata terribilmente distorta. Secondo le stime Onu, il 47 per cento dei bambini indiani con meno di cinque anni è sottopeso. Un quarto della popolazione è denutrita e il 35 per cento vive con meno di un dollaro al giorno.

Oggi l’India spende meno pro-capite per la salute rispetto a cinquant’anni fa. I servizi sanitari pubblici sono vicini al collasso, nonostante il boom degli ospedali privati. L’educazione primaria è preclusa ad un terzo dei bambini indiani. Grazie all’aumento della spesa militare, sono stati operati forti tagli nel finanziamento pubblico alle scuole.

La differenza non viene compensata dalle agenzie donatrici. La spesa militare dell’India è raddoppiata negli ultimi sei anni, il maggiore aumento dopo l’indipendenza del paese.

Questo va di pari passo con l’aumento dello sciovinismo nazionalista e la militarizzazione della vita sociale e dei valori. Quando un maggiore PIL significa meno occupazione e un minore reddito per la maggior parte delle persone, è assai probabile il rischio di una tremenda regressione sociale e il malcontento.

Questo crea un pozzo nero di ineguaglianze, disparità e scontento in cui prosperano le politiche dell’estrema destra. Non c’è da stupirsi che forze come il Partito estremista Indù Bharatiya Janata e il protofascista Shiv Sena siano in ascesa, nella “scintillante India”.