ARGENTINA: Quando i lavoratori resuscitano una fabbrica

BUENOS AIRES, gen (IPS) – Alla fine del 2002, i lavoratori di una fabbrica di lavaggio di tessuti a sud della capitale argentina non avrebbero mai immaginato un capodanno così, con un lavoro, tranquillità e soldi da portare nelle loro case.

In quel periodo, come centinaia di migliaia di altri argentini, si battevano per conservare la loro fonte di lavoro, un’impresa che allora si disintegrava, e oggi è invece una cooperativa senza debiti, che capitalizza i guadagni e sviluppa progetti di esportazione.

Lontano da lì, nel vecchio quartiere Palermo di Buenos Aires, Gabriela Farace ed altre sei maestre hanno celebrato il loro primo capodanno come proprietarie dell’asilo che dava loro lavoro e di cui si sono fatte carico mentre rischiava di scomparire, a causa di un forte indebitamento e una cattiva amministrazione.

In diverse zone del paese la situazione è simile, per 130 fabbriche metalmeccaniche, di alimenti, tessili, di carta e di ceramica recuperate nella provincia di Buenos Aires, nella Terra del fuoco e nella capitale, come anche per due quotidiani prodotti nella provincia centrale di Córdoba.

Luis Caro, avvocato cattolico delegato delle pastorali sociali delle diocesi di Avellaneda-Lanús, due popolosi quartieri operai della provincia di Buenos Aires, ha dichiarato all’IPS: “Qualche giorno fa, i lavoratori della cooperativa ‘La Prensa’ hanno ottenuto i diritti legali sul mezzo, le macchine e i marchi registrati”.

“Lo hanno fatto con finanziamenti reali e all’asta partecipavano anche due importanti quotidiani economici della capitale, Infobae e Ambito Financiero, ma hanno vinto i lavoratori”, ha aggiunto Caro.

Gli stabilimenti, che erano in fallimento o erano stati abbandonati dai padroni, oggi appartengono a circa 10.000 lavoratori, membri delle cooperative agricole riunite nel Movimento Nacional de Fábricas Recuperadas (MNFR), presieduto da Luis Caro.

Il MNFR ha rapporti con altre organizzazioni non governative, con i gruppi di “piqueteros” (disoccupati che occupano le strade per protesta), con organizzazioni operaie e sindacati, ma non ha nessuna appartenenza politica né religiosa.

Lo scorso lunedì, con l’appoggio del movimento e l’assistenza di Caro, e dopo otto mesi di lotta, i 58 operai della fabbrica tessile Brukman sono riusciti ad ottenere che il governo della città di Buenos Aires espropriasse le strutture dell’impresa, le dichiarasse di pubblica utilità e le cedesse in comodato alla cooperativa di lavoratori costituitasi.

È stata l’ultima conquista del 2003 per il movimento di recupero delle fabbriche da parte degli stessi lavoratori, cominciato ad agosto 2000, quando l’acutizzazione della crisi ha provocato il moltiplicarsi di chiusure e licenziamenti nella cintura industriale della Gran Buenos Aires (l’area metropolitana della capitale).

In questa occasione, e dal suo posto di lavoro nella diocesi, Caro ha affiancato la resistenza dei lavoratori di una fabbrica metalmeccanica di Avellaneda, licenziati nell’ambito della bancarotta fraudolenta dell’impresa.

I lavoratori si sono rifugiati nei loro diritti costituzionali, rimanendo in sciopero nello stabilimento, denunciando legalmente i proprietari ed esigendo che con i profitti venisse garantito il pagamento dei loro stipendi.

La giustizia ha accolto le loro proteste, dichiarando l’impianto di pubblica utilità ed espropriandolo. Così è nata la prima cooperativa del movimento, “Unión y Fuerza”, che si dedica alla produzione ed esportazione di tubi metallici.

Da allora, migliaia di lavoratori hanno adottato lo stesso atteggiamento. Sentenze giudiziarie e decisioni delle legislature provinciali o comunali, come nel caso della città di Buenos Aires, hanno moltiplicato il processo di recupero delle fabbriche, con diverse modalità.

Secondo “Veraz”, un’organizzazione privata che valuta i rischi creditizi e finanziari su scala nazionale, “quest’anno l’aumento nel totale di fallimenti decretati ha superato del 75 per cento quello del 2002”.

Bisogna considerare che molte sentenze corrispondono a processi per bancarotta iniziati lo scorso anno, ma gli analisti economici ritengono che i dati siano allarmanti.

I concorsi preventivi (appello ai creditori per negoziare i debiti), meccanismi cui ricorrono le imprese per affrontare le difficoltà finanziarie, sono aumentati quest’anno del 14,3 per cento e la maggior parte di quelli sollecitati si sono conclusi col fallimento, secondo la società di certificazione dei rischi “Fidelitas”.

Nei primi undici mesi del 2003, solo nella città di Buenos Aires si sono registrate 2.680 bancarotte, mentre nello stesso periodo del 2002 erano state 1.299, secondo “Fidelitas”.

Caro ha sottolineato: “Dal 2002, i lavoratori hanno deciso di non lasciare le fabbriche quando si decreta il fallimento o quando vengono abbandonate dai loro capi”.

“I lavoratori stanno dimostrando a tutto il paese che è possibile recuperare migliaia di posti di lavoro nel quadro di un sistema solidale, dove i bisogni reciproci sono il motore di un’economia primaria di sussistenza”, ha affermato.

Gregorio López è presidente della cooperativa Lavalan, “dove tutti i lavoratori – afferma –, dai professionisti a quelli che spazzano per terra, hanno lo stesso stipendio e dove tutte le decisioni vengono prese dall’assemblea, che è sovrana”.

López ha ricordato la resistenza di sessanta lavoratori della lavanderia industriale abbandonati l’anno scorso dai loro padroni, che non pagavano nemmeno il consumo di acqua, indispensabile al funzionamento dell’impianto.

López e i suoi colleghi lavoravano “dalle quattordici alle diciotto ore al giorno, per ricevere meno di 500 pesos (170 dollari) al mese”. Oggi lavorano otto ore e guadagnano tre volte di più; la cooperativa non ha debiti e quest’anno capitalizzerà le eccedenze per acquisire macchine più moderne, dal momento che in futuro intende esportare.

L’introito medio dei lavoratori della cooperativa è di 350 dollari, anche se “in una di esse i compagni guadagnano circa 1000 dollari al mese, e quest’anno ognuno riceverà quasi 5000 dollari extra per le eccedenze. Questo dopo due anni di gestione dell’impianto”, ha dichiarato López all’IPS.

L’esperienza di Gabriela Farace e le compagne non è molto diversa. Lavorano in un asilo nido mal gestito, privo di manutenzione, che stava per essere sgombrato per non avere pagato l’affitto.

Con l’appoggio del MNFR, sono riuscite a mantenere l’asilo funzionante in un altro edificio, e con l’aiuto dei genitori, che hanno dato fiducia al progetto della cooperativa e donato culle e giocattoli, hanno dipinto e sistemato i nuovi locali.

Dallo scorso febbraio, il “Jardín de Palermo” è una cooperativa di maestre. “Non abbiamo debiti, il servizio è stato ottimizzato ed è triplicato il numero di bambini, dai quarantacinque giorni ai quattro anni d’età, che fa parte della struttura”, ha segnalato Farace.

La maestra ha precisato che insieme alle compagne, adesso lavora “meno ore e in condizioni migliori di prima”, offrono un servizio più completo e, per di più, percepiscono regolarmente il salario.

Ma alla situazione attuale non si è arrivati facilmente. López ricorda l’opposizione di alcuni sindacati. “Erano totalmente contrari alle cooperative, perché perdevano iscritti, e in alcuni casi ci sono state aggressioni e liti”.

Il progetto di recupero delle fabbriche ha anche dovuto affrontare gli attacchi di alcune banche e studi legali, interessati a scoraggiare la formazione di cooperative perché “guadagnano molto liquidando le imprese che dichiarano la bancarotta”, ha affermato Luis Caro.

Nonostante ciò, il movimento è riuscito ad attirare l’attenzione di funzionari, legislatori, professionisti, accademici, tecnici e studenti.

Alle cooperative si avvicinano professori e studenti universitari, non solo per offrire collaborazioni, ma anche per conoscere profondamente i processi di queste nuove forme organizzative, sorte come un meccanismo di difesa sociale di fronte alla crisi.

Secondo Javier Ona, un ingegnere membro del “Grupo de Apoyo Técnico” del movimento, si tratta “del capitale sociale di un’Argentina che non si rassegna, che crea con le proprie capacità imprese competitive dalle ceneri”.

Un aspetto particolarmente interessante del processo è che le stesse imprese fallite o diventate ingestibili sotto la gestione dei padroni, si sono rivelate redditizie quando l’amministrazione è passata nelle mani dei lavoratori.

In tal senso, Caro ha osservato che “dopo essere stati finanziatori dei datori di lavoro, i lavoratori cominciano una nuova fase che segue una logica economica diversa dalla precedente”.

“In queste fabbriche, i lavoratori hanno scelto di organizzarsi in cooperative, ma con modalità particolari, hanno tenuto conto delle esperienze negative delle cooperative tradizionali”, ha proseguito.

“Tutte le decisioni vengono prese dall’assemblea, è una democrazia quasi diretta, e non si accettano ingerenze esterne; quel compito spetta ai lavoratori”, ha spiegato ancora.

Caro ha poi sottolineato che “i lavoratori non cedono la commercializzazione, né l’amministrazione: tutto si decide nell’assemblea”, e alcune offerte di aiuti finanziari provenienti dall’esterno non hanno avuto successo, “poiché volevano diventare soci capitalisti”.

All’inizio di dicembre, dopo un incontro con Caro e i dirigenti delle cooperative, il presidente Néstor Kirchner ha annunciato che destinerà due milioni di dollari in una serie di piccoli prestiti, per un massimo di 65.000 dollari a impresa, senza garanzia reale e con un tasso annuale del sette per cento, affinché le fabbriche recuperate possano scaricarsi di alcuni oneri.

Ad ottobre, il Consiglio comunale della Città di Buenos Aires ha deciso di sostenere i processi di recupero delle fabbriche, esonerando le cooperative dal pagamento delle tasse, autorizzandole a usare i marchi di fabbrica che caratterizzavano le imprese prima del fallimento e stabilendo che i lavoratori avrebbero pagato per macchinari ed impianti il prezzo stabilito in gara d’appalto.

Eduardo Mondino, difensore del popolo, ha presentato un progetto di modifica della legge sulla bancarotta vigente, in modo tale che i lavoratori possano essere definiti creditori.

Anche il Governo ha manifestato interesse nel modificare la legge, secondo quanto espresso dai funzionari dei ministeri di Lavoro e Giustizia.

Secondo Caro, “è fondamentale mettere fine al vuoto legale che c’è rispetto a questi processi, dal momento che circa 5000 fabbriche sono ferme e potrebbero essere recuperate dai lavoratori”.

“È imprescindibile riformare la legge sulla bancarotta, così che le fabbriche possano continuare a funzionare, amministrate dalle cooperative di lavoratori; i crediti di lavoro possano essere destinati all’acquisizione di macchinari; gli impianti siano assegnati direttamente agli impiegati e siano tutelati i loro diritti”, ha aggiunto.

Ma servono anche altri cambiamenti, alcuni di tipo culturale. “Perché promuovere il lucro come motore dell’economia ha portato l’Argentina alla sua maggiore contraddizione: che nel paese delle mucche e dei campi, i bambini muoiano di fame”, ha concluso Luis Caro.