COOPERAZIONE: Il primato dell’emergenza

BOLOGNA, DIC (IPS) – Si scrive “emergenza” ma per molte ong (organizzazioni non governative) italiane che lavorano nella cooperazione questa parola si legge “non sviluppo”.

“Ma esistono vari tipi di emergenza”, ribattono dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) del Ministero degli Affari Esteri (MAE). In ogni caso, sotto la parola “emergenza” questo dicastero ha stanziato 120.424 milioni di lire (circa 60 milioni di euro), secondo l’ultimo rapporto del 2002.

“Colmare il divario tra emergenza e sviluppo è stato, negli ultimi anni, uno dei temi centrali di dibattito sulla cooperazione internazionale”, dice Roberto Vellano, capo dell’Ufficio VI della DGCS.

Secondo il dossier 2002 reso pubblico dal MAE, le iniziative portate avanti per azioni umanitarie d’emergenza sono state 102 nel 2001 (furono 108 l’anno precedente), mentre i Paesi beneficiari sono passati da 44 (nel 2000) a 35 (nel 2001).

“Sono tutti aiuti che tralasciano il settore dello sviluppo di lungo periodo”, accusa Sonia Giannone, esperta di cooperazione presso l’Unione europea a Bruxelles.

In quest’ottica, la ripartizione dei fondi ministeriali può chiarire la situazione. Dei 164.465 milioni di lire del 2000, infatti, quasi la metà (il 47,7 per cento) è andata ad agenzie delle Nazioni Unite, mentre il 49,8 per cento è stato gestito direttamente dalla DGCS. Quel che rimane è diviso tra altri enti esecutori: organismi internazionali (1,6%) e ong (0,8%).

“Non si tratta solo di cifre anche se il MAE prosegue sulla strada di tagliare i fondi per le ong di cooperazione allo sviluppo”, dice Giannone.

Per il MAE, però, l’andamento delle iniziative (e dei fondi) umanitari d’emergenza è dovuto soprattutto alle grandi crisi internazionali, come quelle mediorientali e centroasiatiche (Afghanistan).

Dal 2000 al 2001, infatti, la percentuale di ripartizione degli interventi del MAE (suddivisi per aree geografiche) è sensibilmente mutata. Le azioni nell’Europa orientale, ad esempio, sono passate dal 18,8 per cento (31 miliardi di lire) nel 2000 al 10,4 per cento (12 miliardi e mezzo di lire) nel 2001. Quelle in Asia (e Oceania), invece, sono passate dal 4,5 per cento (oltre 7 miliardi di lire) del 2000 al 25,6 per cento (oltre 30 miliardi di lire) nel 2001. Gli interventi in Medio Oriente (e Mediterraneo) sono però passati dal 19 per cento del 2000 (oltre 31 miliardi di lire) al 4,1 per cento del 2001 (poco più di 5 miliardi di lire).

“Sono emergenze complesse, generate da un insieme di fattori concorrenti (come una guerra civile) ma che col tempo tendono a cronicizzarsi e finiscono per costituire l’ostacolo principale ai processi di sviluppo e di lotta alla povertà nei Paesi che ne sono colpiti”, dichiarano dal DGCS.

Per far fronte a questo aspetto “endemico” delle crisi umanitari, il MAE ha costruito un deposito umanitario a Brindisi (Puglia), gestito dal World Food Program (WFP, Programma Alimentare Mondiale (PAM)) e ha aperto (con la legge numero 58 del 7 marzo 2001) un fondo di 5 miliardi di lire per lo sminamento umanitario per il sostegno a programmi realizzati direttamente da ong e da imprese specializzate.

La questione di cos’è “emergenza” e come affrontarla continua a divider molte organizzazioni non governative che si occupano di cooperazione allo sviluppo.

“Il ruolo degli uffici allo sviluppo dell’Unione europea possono giocare un ruolo fondamentale nella ridefinizione delle priorità e dei meccanismi d’intervento”, dice Giannone.

L’ultima legge Finanziaria del Governo italiano ha ulteriormente tagliato le risorse per la cooperazione internazionale del MAE e le ong hanno protestato più volte. “Facendo così, si uccide la cooperazione”, hanno scritto alcune federazioni di ong al presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, alcune settimane fa.

Se da una parte, le scelte governative puntano a prediligere i grandi interventi umanitari d’emergenza, dall’altra parte le ong italiane appaiono sommamente divise sul “come” affrontare questo cambiamento in atto all’interno del MAE.

In Italia, infatti, esistono varie federazioni che raccolgono le organizzazioni alla cooperazione. Le principali sono la Focsiv (la federazione che raccoglie 56 organizzazioni di impronta cristiana), il Cocis (la federazione basata sulla promozione all’autosviluppo di cui fanno parte 25 ong (altre 9 prossime all’ingresso)) e il Cipsi (il Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale, con 32 ong).

Rispetto a questa piccola galassia associativa, il MAE (con la legge sulla cooperazione: la numero 49 del 1987) riconosce “idonee” 177 di queste ong e, di fatto, apre a queste l’accesso ai limitati fondi della DGCS.

Di fronte al moltiplicarsi di istituzioni umanitarie, dopo le ultime crisi umanitarie mondiali (dal Kosovo all’Afghanistan fino all’Iraq), alcune ong hanno richiesto una nuova normativa per rilanciare la cooperazione allo sviluppo, soprattutto in base al concetto della “cooperazione decentrata” (che “scavalca” la burocrazia statale centralizzata).

“La scelta dei soggetti e degli strumenti è almeno altrettanto importante di quella dei principi contenuti in una nuova legge e l’esperienza ha dimostrato che a un gran gruppo di soggetti coinvolti non necessariamente corrisponde una maggiore trasparenza”, dicono dal Cocis.