MEDIA: Libertà di stampa in ostaggio: il caso-Thailandia

BANGKOK, DIC (IPS) – Per la gran parte dei giornalisti thailandesi, i tentativi di controllare i media negli ultimi due anni, sotto il governo del Primo ministro Thaksin Shinawatra, hanno aperto un nuovo fronte di battaglia mai sperimentato prima

La recente acquisizione dell’11 per cento delle azioni di “The Nation Multimedia Group” (società di media indipendente) da parte dei familiari di un ministro di governo, ha allarmato molti giornalisti sulle sottili minacce alla libertà dei mezzi d’informazione, come la questione della proprietà.

“La forza dei media nel sollevare dibattiti pubblici di verifica del potere statale si è esaurita di molto”, ha dichiarato Prasong Lertrattavisuth, redattore capo del gruppo del quotidiano thailandese “Matichon”, durante un incontro sulla riforma dell’informazione organizzato dalla “Thai Broadcasters Association” e dall’associazione thailandese dei giornalisti (TJA).

Secondo Prasong, l’influenza economica dei politici è uno dei fattori principali dell’indebolimento dei media locali. L’importanza del denaro, attraverso il settore della pubblicità, ha trasformato i media in un business, rivolto alla sopravvivenza dell’impresa e soggetto ai rischi delle conseguenze finanziarie, piuttosto che ai valori professionali della loro missione pubblica.

Eppure, suggerisce Prasong, compito dei media dovrebbe essere quello di suscitare dibattiti di pubblico interesse, oltre che riferire fatti ed eventi.

“I media possono stabilire l’agenda del dibattito pubblico, purché lo facciano in modo professionale e non perché qualcuno ha detto loro di fare così”, ha proseguito Prasong. “Chi lavora nei media sa che questo non è facile”.

Si è infatti saputo che i familiari del ministro per le comunicazioni e i trasporti, Suriya Jungrungreungkij, hanno acquisito un’importante quota azionaria del “The Nation Multimedia Group”, una società a partecipazione mista.

Alla Borsa Valori thailandese, alla fine di novembre, i familiari di Jungrungreungkij possedevano l’11,11 per cento delle azioni del gruppo, la cui principale testata è il quotidiano in lingua inglese “The Nation”.

I media locali hanno riferito che la famiglia è adesso la maggiore azionaria, con quote che superano quelle dei due principali azionisti del gruppo: il presidente Thanachai Teerapatanawong (8,72 per cento) e il fondatore e giornalista Sutichai Yoon (8,19 per cento).

Sia il ministro Suriya che la direzione di “The Nation” hanno sempre negato che ci fosse un’interferenza politica nell’acquisto delle azioni del giornale.

Il ministro ha negato il proprio coinvolgimento nell’acquisizione, affermando che la questione riguardava decisioni individuali prese dai parenti senza che lui ne fosse a conoscenza. “Non ho mai pensato alle azioni dell’impresa né a partecipare alla gestione del gruppo, ma se una società delle telecomunicazioni ha un buon futuro (come business), allora vale la pena acquisirlo”, ha dichiarato il ministro.

Ma questo non ha rassicurato i giornalisti, che vedono nell’acquisizione della quota maggioritaria di “The Nation” da parte della famiglia di un politico al governo un segnale di influenza politica su un’istituzione dell’informazione un tempo nota per la sua posizione critica nei confronti del governo.

Oltre a gestire il quotidiano “The Nation”, il gruppo controlla alcune pubblicazioni e un canale televisivo.

A marzo dello scorso anno, il Dipartimento per l’emergenza militare ha intimato ad una radio di ritirare il notiziario di “The Nation” perché troppo critico verso il governo.

Il giorno dopo, l’Ufficio antiriciclaggio ha richiesto la collaborazione di alcune banche commerciali per ottenere informazioni sui movimenti bancari di alcuni giornalisti del gruppo “The Nation”.

Il governo ha negato di aver richiesto all’Ufficio antiriciclaggio un’indagine sul gruppo “The Nation”, sostenendo che la decisione era stata presa automaticamente da tale direzione governativa.

Alcuni critici sostengono che dopo questo tipo di manovre per intimorire i media, adesso la minaccia si è estesa anche alla proprietà.

Un editorialista ha espresso, sul settimanale in lingua thai “Siam Rath”, il suo giudizio sull’acquisizione da parte dei politici di importanti quote azionarie: “Questa manovra è una mossa interessante per tenere sotto controllo i professionisti dell’informazione. Questo perché si sapeva che “The Nation” non era in buoni rapporti con il governo e che il governo aveva già tentato di tutto per interferire, ma senza riuscirci”.

Nel suo rapporto annuale 2002, la TJA ha sottolineato che nel corso dell’anno il fenomeno della violenza fisica nei confronti dei giornalisti thailandesi si è ridotto, sostituito dalla più sofisticata e sottile ingerenza politica.

La TJA menziona le azioni intimidatorie di agenzie governative nei confronti di programmi radiofonici e televisivi che offrivano prospettive critiche sulle azioni del governo. I produttori dei programmi, sottolinea la TJA, sono stati costretti a mitigare i contenuti delle notizie per la sopravvivenza economica.

Takeng Somsap, giornalista radio, lo ha ammesso, affermando che oggi diversi programmi si limitano a riferire le notizie, senza fornire opinioni critiche, per non correre rischi.

“Oggi, la radio thailandese, contrariamente al passato, non offre realmente una visione critica del governo”, ha proseguito. “Quasi tutti i programmi radio o televisivi riportano i fatti così come sono. Questo può essere utile almeno nell’attuale situazione politica”.

Secondo la TJA, i media thailandesi sono diventati più vulnerabili alle pressioni economiche e ai processi scatenati dai politici. Per timore di rappresaglie, i media hanno ridotto la copertura di figure politiche influenti.

Pragson ha deplorato che anche “la qualità professionale dei lavoratori dei media sta diminuendo”. “Possiamo constatarlo anche dal ridotto numero dei programmi di critica”.

In questo scenario, i lavoratori dei media guidati dalla TJA hanno chiesto una riforma dell’informazione più rapida, secondo l’articolo 40 della Costituzione del 1997. Essa prevede infatti che le frequenze di radiodiffusione, possedute per decenni dallo Stato, vengano riassegnate sulla base dell’interesse pubblico.

Allo stesso modo, mentre i quotidiani nazionali e locali e le società d’informazione devono affrontare nuove minacce, i media alternativi stanno sviluppando una voce più forte.

Dal 2000, diversi gruppi hanno creato più di 100 stazioni radio comunitarie in tutto il paese, grazie all’opportunità fornita dalla Costituzione. Nelle province, centinaia di canali televisivi locali via cavo forniscono informazione alle popolazioni locali.

Questo non vuol dire che i media alternativi non abbiano i loro problemi: le agenzie governative hanno cercato di far chiudere alcune stazioni comunitarie.

Sebbene lo status legale della radio comunitaria e di alcuni canali televisivi locali via cavo sia ancora poco chiaro, gli esperti affermano che questa emerge come un’alternativa a mezzi d’informazione sempre più vulnerabili al controllo.

Boonsong Nimsritrakul, della “Thai Cable Television Association” (Associazione tailandese di televisione via cavo), ha osservato che “le televisioni locali via cavo hanno molta più audience delle società di televisione via cavo. Forniscono anche notizie alternative che non trovano spazio nella televisione nazionale, e raggiungono aree nemmeno esplorate dai media nazionali di radiodiffusione”.

Giornalisti ed esperti sembrano concordare sul fatto che la vecchia maniera di combattere la dittatura e le aperte minacce ai mezzi d’informazione non sono più adeguate, data l’attuale natura del controllo politico. Si cominciano a cercare media e mezzi di comunicazione alternativi.

“Una forte rete di lavoratori dei media in grado di auto-sostenersi, senza attaccamento al potere né influenze, sicuramente aiuta”, ha dichiarato Takeng, della thailandese Broadcasters Association, che ha proseguito: “Questo è ciò che associazioni professionali come l’associazione dei giornalisti (TJA) o la thailandese Broadcasters Association stanno cercando di fare adesso”.