DAKAR, SENEGAL, ottobre 2018 (IPS) Khoudia Ndiaye e Ndeye Fatou Sall installano uno smartphone sul treppiede per iniziare a girare una video-intervista con Daro Thiam a Hann Bel-Air, un quartiere di Dakar, la capitale senegalese.

Hann Bel-Air è il punto di partenza per molti migranti che lasciano la città e il paese lungo rotte illegali – barconi per la Spagna, attraverso il deserto del Sahara per il Mediterraneo o verso i paesi vicini.

Thiam, madre di quattro figli, è tornata da poco dalla Mauritania, dove non è riuscita a trovare un lavoro per mantenere i suoi figli.

Tre donne senegalesi su una terrazza soleggiata vicina alla spiaggia hanno qualcosa in comune: sono tutte migranti. Ognuna di loro ha lasciato la propria terra d’origine per migliorare la propria vita e sostenere la famiglia. Ma questo pomeriggio è dedicato alla storia di Thiam.

Ndiaye e Fatou Sall sistemano un microfono sul vestito di Thiam e poi si mettono dietro la telecamera per dare il via alla prima domanda. “Perché hai deciso di lasciare la tua casa e dove eri diretta?”, chiedono a Thiam.

Thiam risponde nella loro lingua madre, il wolof. Le donne annuiscono; tra loro, un senso di complicità è palpabile.

L’intervista va avanti, proseguendo con le domande dell’applicazione mobile creata per intervistare i migranti: “Quali familiari o conoscenti volevi sostenere?”, “Come ha reagito la tua famiglia quando sei tornata?”.

Le donne cominciano a conoscersi meglio. E dopo questa intervista, anche loro condivideranno la propria storia con Thiam.

La campagna di sensibilizzazione Migrants as Messengers (MaM), portata avanti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), usa tecnologie mobili innovative che offrono ai migranti i mezzi per condividere le loro esperienze e per creare una piattaforma che dia la possibilità ad altri di fare lo stesso.

Lo scopo della campagna è quello di sensibilizzare i potenziali migranti e le loro famiglie sui rischi della migrazione irregolare, registrando e condividendo video sulle esperienze migratorie su Facebook. Propone inoltre delle alternative alle rotte pericolose che attraversano il deserto o il Mediterraneo, e che spesso portano a luoghi di detenzione a tempo indefinito in paesi nordafricani come la Libia.

Il MaM, fondato dal governo olandese, è un progetto regionale attivo in Senegal, Guinea-Conakry e Nigeria, che si occupa di formazione per i migranti rimpatriati, come Ndiaye e Fatou Sall, in videografia, interviste, reportage sui migranti e patrocinio online, perché possano diventare ‘cittadini giornalisti’ su base volontaria o, più precisamente, ‘migranti messaggeri’. Fino ad ora, l’OIM ha formato 80 migranti, definiti ‘funzionari volontari sul campo’, nei tre paesi aderenti. In Senegal, un terzo di questi volontari sono donne.

I migranti rimpatriati diventano narratori

Ndiaye, studentessa di giurisprudenza, è rimpatriata dal Marocco, e Fatou Sall è madre di cinque bambini e ha vissuto e lavorato come domestica in Arabia Saudita per nove anni. Ndiaye e Fatou Sall sono tornate in Senegal rispettivamente nel 2013 e nel 2017. Di recente, hanno seguito dei corsi di formazione insieme ad altre quattro donne – Maty Sarr, Aissatou Senghor e Fatou Guet Ndiaye – e a quattro ragazzi, per diventare migranti messaggeri.

Fatou Sall ha vissuto nove anni molto difficili in Arabia Saudita ed è pronta a raccontare agli altri come si viveva, per condividere una genuina ed accorata storia della sua esperienza.

“Tutto quello che dirò viene dal cuore perché è un’esperienza che ho vissuto e che voglio condividere con gli altri. Prima di tutto voglio dire loro ‘non andate senza documenti regolari perché non è facile da quelle parti’”.

Fatou è felice di far parte del programma MaM e dice di sentirsi “soddisfatta di partecipare a questa formazione, che metterò in pratica per sensibilizzare sui viaggi [irregolari] quando la mia associazione avvierà le sue attività”.

Dopo il suo ritorno nel 2017 ha fondato un’associazione per donne lavoratrici precedentemente emigrate in Arabia Saudita chiamata ‘Associazione di donne senegalesi ex residenti in Arabia Saudita”.

My family welcomed me back

" My parents were so happy when I came back. They did not care that I had failed to go to Europe, they were happy I was alive and they welcomed me with loving arms…" listern to Mercy's story about how she was not ashamed to come back home. #MigrantsasMessengers

Posted by Migrants as Messengers on Wednesday, September 19, 2018

Donne influencer

Fatou racconta che nonostante la sua paga fosse di 700 dollari americani, contro i 200 dollari che avrebbe guadagnato come lavoratrice domestica nel suo paese, non è valsa la pena emigrare clandestinamente. Dice di essere stata fortunata ad avere un datore di lavoro che le pagava le spese mediche in caso di malattia, ma che alla fine le venivano detratte dal salario.

“Se vuoi andare all’estero, fai in modo di avere tutti i documenti in regola, di procurarti un contratto firmato e legalizzato e di comprare un’assicurazione sanitaria. Se non puoi avere tutto ciò, resta a casa e cerca qualsiasi tipo di lavoro, anche nelle pulizie”.

Come donna che ha vissuto delle esperienze di vita difficili all’estero, Fatou non vuole che altre donne attraversino momenti duri come i suoi.

“Fuori dal tuo paese ti aspetta una vita solitaria e, come donna e come madre, la maggior parte delle volte ti ritrovi a pensare ai tuoi cari, specialmente quando tutto sembra crollarti addosso. Le agenzie di collocamento che operano a Dakar ci hanno venduto a quei padroni arabi come schiave e lavoravamo senza sosta 24 ore su 24, a volte senza essere pagate”.

“Non voglio costringere le persone o le donne a restare in Senegal, ma se non hanno i documenti necessari e pensano che lì potranno avere tutto, si stanno solo illudendo”.

In Arabia Saudita predomina il razzismo verso i neri, e sono frequenti le incursioni della polizia nelle case degli stranieri, dice Fatou.

Ndiaye, che ha viaggiato legalmente verso il Marocco con la speranza di trovare un lavoro in un call center, racconta una vicenda terribile di razzismo.

“Ho assistito a molti accoltellamenti e pestaggi per mano di marocchini contro persone di colore e ho cominciato ad avere paura di uscire di casa. Gli arabi provocavano le persone di colore e poi le picchiavano, gli rubavano i cellulari in pieno giorno, e alle volte le accoltellavano. La vita è molto dura in Nordafrica, soprattutto se non hai documenti”, spiega la studentessa di legge.

“È anche straziante vedere donne incinte che si imbarcano in un’impresa così pericolosa per poi trovare solo sofferenze. Alla fine, ho pensato che tornare a casa sarebbe stata la scelta migliore. Le donne, specialmente se madri, dovrebbero rimanere a casa con i loro figli”.

Anche Fatou Guet, rimpatriata dalla Mauritania, che aveva cercato di raggiungere la Spagna su un battello di fortuna, si dice contraria a viaggiare clandestinamente per l’Europa.

“Il nostro viaggio è durato 10 giorni e poi abbiamo fatto naufragio a largo della Mauritania, dove alcune persone sono annegate e io mi sono ammalata e sono quasi morta. Non è affatto positivo”, ha raccontato all’IPS sconvolta.

 

He never thought the journey would be so tough …

Iwu thought that the journey across the desert would be easy. Many like him are deceived into believing that the irregular migration journey is easy. Listen and share his story. What are your thoughts?

Posted by Migrants as Messengers on Tuesday, June 12, 2018

I risultati della campagna

Le esperienze di queste donne e di altri che hanno tentato la via dell’immigrazione irregolare non sono passate inosservate.

Ad oggi, l’OIM ha quasi 23.000 follower sulla pagina Facebook del progetto MaM, di cui il 90 percento sono della Nigeria, Guinea-Conakry e Senegal.

La studentessa universitaria Aminata Fall (23 anni), che segue la campagna MaM su Facebook, la definisce “geniale”.

“È una campagna molto emozionante, dove gente coraggiosa e audace racconta delle storie terribili. Devi essere un matto per viaggiare [irregolarmente] verso il Nordafrica dopo aver visto questi video. Beh, là è sicuramente un inferno in terra”, dice Fall all’IPS.

Marshall Patzana, manager digitale dell’OIM, spiega all’IPS che l’OIM condivide nuovi video ogni giorno, per “riempire il web di esperienze vissute in prima persona nei viaggi e contrastare le idee che i trafficanti cercano di diffondere online”.

“I nostri video durano in genere tra 30 secondi e un minuto; i video postati fino alla settimana scorsa sono stati visualizzati per 30.590 minuti in totale. I nostri contenuti hanno raggiunto più di 550.000 persone da quando abbiamo aperto la pagina Facebook a giugno”, ha detto.

Patzana spiega che Facebook offre una piattaforma dove i migranti rimpatriati possono interagire tra loro e condividere le migliori pratiche per far arrivare il messaggio alle loro comunità e promuovere la migrazione regolare.

I contenuti prodotti da questi migranti vengono condivisi e caricati sulla pagina Facebook, per creare una biblioteca multimediale di testimonianze accessibile per tutti coloro che vogliono avere informazioni su questi viaggi.

“Abbiamo anche un gruppo chiuso dove i rimpatriati di diversi paesi condividono le loro storie personali e si aiutano a vicenda”, spiega Patzana.

L’OIM pensa di estendere il progetto al 2019 e di diffonderlo in altri tre o quattro paesi dell’Africa Occidentale.

Mentre cercano di raggiungere più persone con il loro messaggio, le donne che condividono le loro storie hanno anche delle speranze e dei progetti per il futuro.

Fatou Sall spera che la sua associazione, nella città senegalese di Rufisque, riceva più finanziamenti e cominci ad essere operativa al più presto.

Ndiaye pensa che la sua vita non avrebbe avuto un futuro se non fosse tornata a casa. Presto, si laureerà in legge. “Cinque anni dopo – racconta – sono qui, sto per concludere gli studi di legge. Finirò il prossimo anno, una cosa impensabile se fossi rimasta in Marocco ad aspettare di trovare lavoro”.

[Editing a cura di Francesca Buffo]

 

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