NAZIONI UNITE, ott 2018 (IPS) – Il bisogno di un cambiamento drastico nel modo in cui mangiamo e pensiamo al cibo è più urgente che mai per prevenire un ulteriore degrado ambientale e una epidemia sanitaria ancora più grande.

Diversi esperti provenienti da mondo accademico, società civile e agenzie delle Nazioni Unite si sono riuniti a margine dell’Assemblea Generale per discutere del problema dilagante dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione e cercare possibili soluzioni per riformare  il sistema.

“È allarmante, nonostante gli evidenti progressi scientifici e tecnologici, che esista ancora un divario tra coloro che mangiano troppo e coloro che non hanno abbastanza cibo”, ha detto all’IPS il capo della Barilla Centre for Food and Nutrition Foundation, Luca Di Leo.

Secondo lo State of Food Security and Nutrition in the World 2018, il numero di persone affamate è aumentato a 820 milioni nel 2017 dagli 804 milioni del 2016, dei livelli mai visti per quasi dieci anni.

Allo stesso tempo, forse paradossalmente, il tasso globale d’obesità è rapidamente aumentato nell’ultimo decennio dall’11,7 percento del 2012 al 13,2 percento del 2016. Questo vuol dire che nel 2017, più di un adulto su otto, ossia più di 670 milioni di persone nel mondo, erano obese.

L’obesità in età adulta e il maggiore tasso di incremento dell’obesità si registra in America del Nord, anche se adesso comincia a riscontrarsi una tendenza all’incremento anche in Africa e Asia.

I partecipanti del Forum Internazionale su alimentazione e nutrizione hanno ribadito la necessità di affrontare entrambe le forme di malnutrizione, evidenziando le responsabilità per la mancanza di accesso a cibi sani.

“Il punto non è cosa c’è nel cibo, ma cosa c’è nel discorso sul cibo… ci sono molti modi per mangiare male”, ha detto David Katz, direttore del Centro di ricerca per la prevenzione della Yale University.

Molti hanno osservato però che manca un accordo unificato e concreto su cosa costituisce una dieta sana correlata ad un sistema alimentare sostenibile.

“Senza obiettivi mirati ad un’azione  collettiva, e senza meccanismi per coordinare e monitorare i progressi, è davvero difficile produrre un cambiamento del sistema su larga scala”, ha detto Gunhild Stordalen, fondatore della Fondazione EAT, un piattaforma scientifica globale orientata a una trasformazione del sistema alimentare.

Katz si è detto concorde, affermando che “non potremmo mai raggiungere degli obiettivi se non riusciamo ad accordarci su di essi… dobbiamo essere uniti su alcuni principi di base fondamentali”.

Combattere il sistema

Tra questi principi c’è il bisogno di riformare l’intero sistema alimentare e agricolo.

Nonostante i noti e scioccanti particolari rivelati dal documentario del 2004 “Supersize Me”, il consumo di cibi e zuccheri trattati e non salutari è solo aumentato.

Secondo l’indice di sostenibilità alimentare (Food Sustainability Index, FSI) 2017 della Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition, gli Stati Uniti registrano il maggior consumo di zucchero tra le 34 nazioni censite nel 2017.

L’americano medio consuma più di 126 grammi di zucchero al giorno, il doppio del consumo giornaliero raccomandato dalla Organizzazione Mondiale per la Sanità.

Questo non solo porta a maggiori tassi di obesità, ma ha anche contribuito all’aumento dei livelli di malattie cardiovascolari e diabete.

“Il numero di anni persi per carenze nutrizionali e malattie cardiovascolari sta aumentando bruscamente negli Stati Uniti”, dice Leo Abruzzese della Economist Intelligence Unit, che ha elaborato l’Indice.

“Uno delle esportazioni meno ammirevoli degli USA è stata proprio la cattiva alimentazione … le persone non ne stanno morendo, ma vivono vite alquanto infelici. In queste circostanze, non pensate che bisogna agire in qualche modo?”, ha detto all’IPS.

Grazie all’indice FSI è anche emerso che il consumo di carne e grassi saturi negli USA è tra i più alti al mondo, contribuendo a diete squilibrate e persino al cambiamento climatico.

Secondo la U.N. University, le emissioni prodotte dal bestiame rappresentano il 15 percento delle emissioni globali di gas serra. Solamente i bovini e i caseifici rappresentano il 65 percento di tutte le emissioni dovute al bestiame.

Le aziende di carne e latticini sono sulla buona strada per diventare le maggiori responsabili del cambiamento climatico, superando l’industria dei  combustibili fossili.

Stordalen ha però osservato che assicurare diete sane e sostenibili è alla nostra portata.

Le alternative alla carne hanno preso molte nazioni d’assalto, e potrebbero poco a poco trasformare le industrie della carne e di fast food. Adesso i consumatori possono trovare l’“hamburger impossibile,” un hamburger senza carne e solo vegetale, in molti ristoranti e catene di fast food come il White Castle.

Recentemente, le compagnie vegane Beyond Meat e Impossible food basate negli Stati Uniti hanno ricevuto dall’ONU per l’ambiente (UN Environment) il premio Campioni della Terra.

“Le scelte alimentari sostenibili cominciano ad avere un bell’aspetto e  anche un buon sapore, e non era così nel passato,” dice Stordalen.

“Quando le persone avranno assaporato soluzioni migliori, non solo cominceranno a desiderare ma persino a pretendere un futuro migliore. Si raggrupperanno per fare in modo che questo accada”, ha aggiunto.

Il FSI è anche uno strumento fondamentale per guidare i governi e i responsabili politici a guardare con maggiore attenzione ai progressi e alle criticità dei loro sistemi alimentari nazionali.

“Riunendo tutti questi [indicatori] noi abbiamo, essenzialmente, un quadro chiaro di ciò che consideriamo un buon sistema alimentare”, ha aggiunto Abruzzese.

Un problema di potere

La mancanza di accesso al cibo sano e le sue conseguenze sono evidenti anche all’altro capo della catena di valore alimentare, i produttori.

Le donne rappresentano il 60 percento della forza lavoro agricola in Africa, però hanno ancora un accesso limitato a semi di qualità, fertilizzanti ed attrezzature meccaniche. Allo stesso tempo, devono anche occuparsi della casa, dell’educazione dei loro figli e della cucina.

È emerso che questa diseguaglianza di genere contribuisce ad una alimentazione familiare più povera e aumenta l’arresto della crescita nei bambini.

I partecipanti al Forum hanno sottolineato la necessità di rendere autonome le coltivatrici e affrontare la disuguaglianza di genere nell’agricoltura per migliorare la sicurezza alimentare e nutrizionale e creare società sostenibili.

“Il contrario della fame è il potere”, ha detto il cattedratico ricercatore Raj Patel dell’Università del Texas, riguardo al caso del Malawi.

In Malawi, più della metà dei bambini soffre di malnutrizione cronica. La raccolta del mais, principale alimento di questo paese del sudest dell’Africa, è compito delle donne, incaricate anche del lavoro di cura.

“Anche quando c’era più cibo, c’era più malnutrizione”, ha detto Patel.

Un villaggio del nord del Malawi ha affrontato il problema tramite il progetto ‘Terreni, Cibo e Comunità Sane’, ottenendo risultati straordinari.

Oltre alle attività per diversificare le colture, il progetto ha riunito uomini e donne per condividere il lavoro, ad esempio cucinando insieme e coinvolgendo gli uomini nel lavoro di cura.

Non solo hanno raggiunto la parità di genere nell’agricoltura, ma il villaggio ha anche visto un calo drastico nella malnutrizione infantile.

“Dobbiamo dare valore al lavoro delle donne”, ha detto Patel.

Il futuro del cibo

Riorganizzare il sistema alimentare e agricolo non è certo un compito facile, ma deve essere fatto, hanno detto i partecipanti.

“Sappiamo quali sono i problemi e abbiamo anche individuato le possibili soluzioni… e la soluzione è ciascuno di noi e tutti noi”, ha detto Di Leo all’IPS.

Une delle soluzioni fondamentali è l’educazione e dare la possibilità alle persone di diventare agenti del cambiamento.

“Una produzione sana sarà possibile solo se i consumatori chiederanno cibo sano. E il cibo sano ci sarà solo se il consumatore avrà il diritto all’educazione e all’informazione”, ha detto Di Leo.

Per esempio, molti non vedono o non conoscono il legame che esiste tra cibo e cambiamento climatico, ha aggiunto.

Uno studio del 2016 ha infatti rivelato una scarsa consapevolezza del legame tra il consumo di carne e il cambiamento climatico, e una resistenza all’idea di ridurre il consumo individuale di carne.

“È un tipo di cambiamento che richiede un approccio dal basso”, ha detto Di Leo.

Stordalen ha condiviso i commenti di Di Leo, appellandosi ad un ‘dugnad’ globale – una parola norvegese che descrive l’azione di una comunità che si unisce e lavora insieme per raggiungere un obiettivo utile per tutti.

“Lo stato del sistema alimentare globale richiede una nuova azione collaborativa”, ha detto Di Leo. Tutte le persone coinvolte devono darsi da fare insieme per offrire un giusto futuro alle nostre popolazioni e al nostro pianeta”.

[editing a cura di Francesca Buffo]

 

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