DHAKA, Bangladesh, ago 2018 (IPS) – Mohammed* è orfano da un anno, da quando i soldati del Myanmar (Birmania) gli uccisero entrambi i genitori. Il bambino, di 12 anni, è solo uno dei 500mila minori rohingya testimoni sopravvissuti a ciò che l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) definisce un genocidio.

Secondo il rapporto di una commissione d’inchiesta divulgato a fine agosto, bambini e bambine rohingya hanno assistito all’incendio delle loro case e villaggi, ad omicidi e alle violenze perpetrate sulle loro madri. E con molta probabilità, anche le bambine sono state violentate.

È già passato un anno dalle atrocità commesse dalle forze regolari della Birmania nello stato di Rakhine, che portò all’esodo di circa 700mila rohingya, di cui il 60 per cento minori, che trovarono rifugio nel vicino Bangladesh, nel distretto di Cox’s Bazar, dove per l’occasione furono installati dei campi profughi, secondo i dati del Fondo della Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef).

La vita è estremamente difficile per questi bambini nelle loro nuove dimore. Per alcuni di coloro che vivono in queste misere condizioni è difficile immaginare di poter tornare a una vita normale però altri, come Mohammed, sognano di poter fare giustizia un giorno.

“Voglio giustizia. Voglio che i soldati vengano giudicati”, ha detto all’IPS. Mohammad vuole che il soldato che gli ha rovinato la vita compaia davanti al giudice.

“Ha ucciso la nostra gente, hanno preso le nostre terre e incendiato le nostre case. Hanno ucciso mia madre e mio padre. Adesso vivo con mia sorella”, ha raccontato.

Un anno fa, il 25 agosto 2017, le forze regolari della Birmania sferrarono una rappresaglia per un attacco dell’Esercito di salvezza dei rohingya contro una base militare birmana.

Ma secondo la commissione d’inchiesta ONU, “la natura, le dimensioni e l’organizzazione delle operazioni suggerisce un certo grado di preparazione, pianificazione e progettazione da parte del comando del Tatmadaw (esercito birmano)”.

Nel documento si specifica: “Le operazioni furono progettate per infondere terrore, e le persone furono svegliate dal frastuono delle armi da fuoco, dalle esplosioni e dalle grida della gente. Gli edifici furono incendiati e i soldati di Tatmadaw spararono indiscriminatamente contro le case, i campi e gli abitanti del villaggio”.

“Furono perpetrate violazioni su larga scala e altre forme di violenza sessuale” e “a volte fino a 40 donne e bambine furono violentate da uno o diversi soldati. Una sopravvissuta ha raccontato: “Ho avuto fortuna, sono stata violentata solo da tre uomini”, si legge nel rapporto.

Nel rapporto si richiede una inchiesta esaustiva per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, oltre a un’indagine contro i generali birmani per responsabilità nel genocidio dello stato di Rakhine.

Il generale Min Aung Hlaing compare nella relazione come presunto responsabile diretto dei crimini. E anche il capo di Stato Aung San Suu Kyi è stata duramente criticata per non aver usato la sua posizione “né la sua autorità morale per evitare o impedire lo sviluppo degli eventi né aver cercato alternative adempiendo alla sua responsabilità di proteggere la popolazione civile”.

D’altra parte, organizzazioni locali per i diritti umani hanno risposto al rapporto chiedendo agli organismi internazionali e all’ONU di assicurare alla giustizia i colpevoli, ma le istituzioni locali sollecitano soluzioni sul lungo periodo per assistere i bambini e le bambine rohingya.

Dal loro arrivo in Bangladesh, molti minori rohingya non ricevono un’istruzione e le strutture sanitarie sono travolte dall’enorme numero di persone bisognose di assistenza.

Molte organizzazioni locali, internazionali e agenzie dell’ONU, oltre al governo del Bangladesh, lavorano per sostenere i rifugiati, ma gli operatori umanitari sono preoccupati per il trauma che per molti minori è ancora vivo dopo le esperienze subite.

Ricevono assistenza psicologica, ma non è sufficiente.

“Nella notte ho paura e penso che qualcuno sta venendo a ucciderci; a volte sogno che la nostra stanza è piena di sangue”, ha raccontato all’IPS una bambina di 11 anni, che studia in una scuola islamica nel campo di Kutupalong, a Cox’s Bazar.

Secondo un documento dell’Unicef, negare i diritti fondamentali dei bambini rohingya potrebbe produrre “una generazione perduta”.

“Senza alcuna prospettiva imminente al loro cupo esilio, tra i rifugiati la disperazione aumenta, e ad essa si aggiunge un fatalismo verso ciò che li aspetta nel futuro”, si aggiunge.

Tanti bambini e bambine residenti nei campi hanno perso uno o entrambi i genitori.

A novembre, il Dipartimento dei servizi sociali del Bangladesh aveva registrato 39.841 minori rohingya che avevano perso la madre o il padre, o interrotto i contatti con loro durante l’esodo; mentre 8.391 avevano perso entrambi i genitori.

“La maggior parte dei bambini sono stati testimoni di orrori e brutalità, e se non ci sarà un’assistenza adeguata, potrebbero sviluppare un sentimento di vendetta”, avvisa l’Unicef.

“Uccideremo l’esercito perché ha ucciso la nostra gente”, dicono a volte i bambini. “Crescono con un sentimento di odio contro l’esercito del Myanmar”, ha spiegato l’operatore umanitario Abdul Mannan, intervistato dall’IPS.

Ci sono circa 136 aree specializzate per bambini e centinaia di centri d’istruzione a Cox’s Bazar, ma l’Unicef ha segnalato che solo da poco tempo “si sta elaborando una strategia per garantire l’affidabilità e la qualità dei programmi”.

BRAC, un’organizzazione del Bangladesh, segnala che i centri d’istruzione e altre strutture per i minori non sono sufficienti per un’adeguata scolarizzazione e per lo sviluppo dei giovani.

“Ciò che diamo ai bambini non è sufficiente per incamminarli sulla buona strada”, ha osservato Mohammad Abdus Salam, a capo del programma di gestione della crisi umanitaria di BRAC, parlando con l’IPS. Inoltre, bambini e bambine nei campi si trovano ancora in uno stato di estrema vulnerabilità, ha detto.

“Sono particolarmente vulnerabili i bambini che hanno perso i genitori e i loro tutori, perché non è previsto nessun programma a lungo termine per loro”, ha spiegato, aggiungendo che molti sono ancora sotto shock e in preda agli incubi.

Cox’s Bazar è un centro del narcotraffico e del traffico di persone, un forte rischio per i minori senza tutori.

Il governo del Bangladesh e i funzionari internazionali stanno facendo grandi sforzi per fronteggiare al meglio la situazione a Cox’s Bazar, l’insediamento di rifugiati più vasto e densamente popolato al mondo.

Ma secondo Salam occorre formulare urgentemente piani a lungo termine per l’educazione e l’assistenza sanitaria, se il processo di rimpatrio rimanesse ancora in stallo. “Altrimenti, se non riceveranno una adeguata protezione, molti bambini saranno perduti”.

*Il nome è fittizio per proteggere l’identità dei bambini

**Con contributi di Nalisha Adams da Johannesburg

(Traduzione e editing a cura di Francesca Buffo)

 

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