ROMA, lug 2018 (IPS) – In Italia, più di 400.000 lavoratori agricoli rischiano di essere impiegati illegalmente da organizzazioni di stampo mafioso e oltre 132.000 lavorano in condizioni di estrema vulnerabilità, si legge nel quarto Rapporto Agromafie e Caporalato.

Il rapporto, pubblicato a luglio dal sindacato della CGIL Federazione Lavoratori Agroindustria (Flai Cgil) e l’istituto di ricerca Osservatorio Placido Rizzotto, fa luce su una amara realtà, definita nello stesso rapporto come “forma moderna di schiavitù”. Si stima che l’industria del crimine generi circa cinque miliardi di euro.

“Il fenomeno del Caporalato è un cancro per l’intera comunità”, ha detto all’IPS Roberto Lovino dell’Osservatorio Placido Rizzotto. “Le attività legali e illegali sono spesso collegate tra loro nel settore agroalimentare ed è molto difficile distinguere tra chi sta operando legalmente e chi no”.

La struttura criminale si chiama Caporalato o Agromafia quando riguarda una serie di aspetti legati alla catena agroalimentare, ed è amministrata da “caporali”, che stabiliscono orari di lavoro e salari dei lavoratori. Il fenomeno è diffuso in tutta Italia: dai pomodori siciliani all’insalata della provincia di Brescia, dalla vendemmia per la produzione dello spumante Franciacorta in Lombardia alle fragole raccolte in Basilicata – gran parte di queste colture sarebbero raccolte da braccianti impiegati illegalmente, secondo il rapporto.

Salari da fame e orari di lavoro eccessivi

Il salario medio dei lavoratori sfruttati, avverte il documento, oscilla tra i 20 e i 30 euro al giorno, con una paga di circa tre, quattro euro l’ora. Molti lavorano tra le otto e le 14 ore al giorno, sette giorni a settimana. Secondo la maggior parte delle testimonianze raccolte, molti braccianti sono pagati meno del lavoro effettivamente svolto e il loro salario è inferiore del 50 per cento rispetto di quanto previsto dal contratto nazionale dei lavoratori agricoli.

In alcune regioni, come Puglia o Campania, i braccianti sono quasi sempre pagati a cottimo o a prestazione.

Alcuni testimoni raccontano di essere retribuiti un euro l’ora e di dover sborsare ogni giorno 1,5 euro per una bottiglietta d’acqua, cinque euro per il trasporto al campo e tre euro per un panino nella pausa pranzo. I lavoratori giornalieri devono inoltre pagare 100 o 200 euro di affitto, spesso per abitazioni dismesse e fatiscenti, o in alberghi di periferia poco frequentati.

La paga viene corrisposta dal caporale o da un supervisore.

Secondo il rapporto, un caporale guadagna tra 10 e 15 euro al giorno per ogni lavoratore che gestisce, e ognuno di loro coordina tra i 3mila e i 4mila braccianti agricoli. Si stima che il loro profitto mensile possa variare tra le decine e le centinaia di migliaia di euro al mese, a seconda della loro posizione nella struttura piramidale del business illegale. La relazione riporta un’evasione fiscale sui profitti che comporta un costo allo Stato per mancato reddito e colpisce le imprese che operano nella legalità.

“Questi individui [i caporali] non sono affatto ingenui”, ha detto un lavoratore ai ricercatori del sindacato. “Conoscono la legge, e trovano il modo di falsificare i contratti di lavoro e i meccanismi per [aggirare] l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale [INPS]”.

“Rispondono a un preciso profilo criminale”, ha spiegato.

Tra le vittime, i migranti

I caporali non sono solo italiani ma anche rumeni, bulgari, marocchini e pachistani, che coordinano delle proprie organizzazioni criminali di reclutamento. Nel rapporto si legge che il reclutamento non avviene solo in Italia ma anche nei paesi d’origine dei migranti, come Marocco o Pakistan.

Nel 2017, su un milione di lavoratori, 286.940 erano migranti, ai quali bisogna aggiungere circa 220.000 stranieri clandestini stimati.

I migranti africani vengono pagati meno rispetto ai lavoratori di altre nazionalità.

Queste vittime dell’agromafia vivono in un continuo stato di vulnerabilità, impossibilitati e rivendicare i propri diritti. Dal rapporto emerge che in alcuni casi i caporali confiscano i documenti dei braccianti, che in questo modo restano intrappolati. Si riportano inoltre testimonianze di diverse forme di abusi, dalla violenza fisica allo stupro e all’intimidazione. Un migrante africano che chiedeva di essere retribuito dopo mesi senza stipendio, ha riferito di essere stato aggredito violentemente a seguito della sua richiesta.

Secondo il rapporto, 5000 donne rumene vivono segregate nella campagna siciliana, spesso sole con i loro figli. A causa dell’isolamento, molte subiscono violenza sessuale da parte degli agricoltori.

Luana ha raccontato il suo abuso: “Si offriva di accompagnare i miei figli a scuola, che è molto lontana da raggiungere a piedi”, ha detto. “Se non accettavo le sue avances, mi minacciava di non accompagnarli più e perfino di non darci acqua potabile”.

“Prima la vita delle persone, poi il profitto”

Molte delle vittime hanno paura di denunciare i loro sfruttatori perché temono di perdere il lavoro. Un ragazzo ghanese che lavora in Toscana ha raccontato alla Flai-Cgil che alcuni italiani gli hanno spiegato come sporgere denuncia ma lui non si decide a farlo perché deve continuare a mandare i soldi alla famiglia.

Alla pubblicazione del rapporto, la segretaria generale della CGIL Susanna Camusso ha detto: “Dobbiamo ricostruire una cultura del rispetto per le persone, compresi i migranti. Sono persone che si spezzano la schiena per raccogliere il cibo che noi mangiamo, e che muovono la nostra economia”.

“Dobbiamo aiutare queste persone a superare la paura, spiegando loro che non esiste solo l’aspetto economico del lavoro. Si può essere sfruttati anche se si guadagna un salario decente. Viene prima la vita delle persone, poi il profitto”.

(Traduzione e editing a cura di Francesca Buffo)

 

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