WASHINGTON, 10 agosto 2007 (IPS) – I leader dei litigiosi gruppi ribelli del Darfur hanno definito una posizione comune, negoziata dopo quattro giorni di colloqui tra i mediatori di Tanzania, Nazioni Unite e Unione africana terminati lunedì scorso.
I ribelli sperano che la loro posizione comune permetterà di avviare i colloqui di pace col governo del Sudan entro due o tre mesi, secondo l’inviato speciale dell’Onu in Darfur Jan Elliason.
Ma l’assenza nei colloqui dei principali leader dei ribelli rischia di togliere valore a quest’ultimo accordo, avvertono alcuni analisti.
“È un passo avanti, ma il vero lavoro deve ancora cominciare”, ha detto all’IPS Alex de Waal, esperto del Darfur presso il Social Science Research Council.
I colloqui, tenutisi nella città tanzaniana di Arusha dal 3 al 6 agosto, si sono svolti a meno di una settimana dall’approvazione da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu di una risoluzione che istituiva la più grande missione nel mondo di peacekeeping in Darfur.
Secondo Elliason e Salim Ahmed Salim, inviato dell’Unione africana, i negoziati hanno prodotto una piattaforma comune su “divisione del potere, divisione della ricchezza, accordi sulla sicurezza, terra/hawakeer [le terre di uno specifico clan o gruppo etnico], e questioni umanitarie”, benché Waal avverta che la posizione comune deve ancora essere sostanzialmente definita.
I negoziati di Arusha hanno riunito i rappresentanti dell’Esercito di liberazione del Sudan (SLA) e del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (JEM), entrambi divisi al loro interno in fazioni rivali sin dall’inizio del conflitto in Darfur, quattro anni fa.
Ma due importanti leader dei gruppi, Suleiman Jamous e Abdel Wahid Mohammed al-Nur, non erano presenti ad Arusha, e secondo gli esperti la loro assenza non promette nulla di buono riguardo all’esito dei colloqui.
Jamous, coordinatore umanitario dello SLA e figura molto ammirata tra i ribelli, è stato tenuto per oltre un anno in custodia di fatto presso un ospedale dell’Onu in Sudan. Il governo sudanese ha minacciato di arrestarlo se avesse lasciato l’ospedale.
”Jamous ha acquisito un certo profilo per la sua natura particolarmente conciliatoria, le sue qualità di statista tra i più affermati, il fatto che le sue mani non si sono mai macchiate di sangue”, ha spiegato all’IPS prima dell’inizio dei colloqui Eric Reeves, un accademico esperto del Sudan.
“La sua presenza sarebbe di estrema importanza e potrebbe avere un ruolo pacificatorio. Ma proprio per questo [il governo di] Khartoum lo tiene in prigione”.
Uno dei principali gruppi ribelli, SLA-Unity, ha minacciato di boicottare i colloqui se Jamous non fosse stato ammesso a partecipare, benché secondo l’agenzia Reuters il gruppo avrebbe poi fatto marcia indietro.
Anche Al-Nur, presidente fondatore dello SLA, non era presente ai negoziati. Ma in questo caso si trattava di una decisione personale.
Venerdì scorso, al-Nur aveva criticato i colloqui in un’intervista al Sudan Tribune, dichiarando che “i mediatori parlano di unità tra i ribelli, ma di fatto incoraggiano le divisioni al loro interno, perché invitano chiunque, che abbia una pistola, un automezzo, o un telefono satellitare, a partecipare”.
Benché adesso viva a Parigi e non comandi più un folto esercito in Darfur, al-Nur rimane una figura ampiamente rispettata dai 2,5 milioni di persone sfollate a causa del conflitto.
”Nur viene ancora visto dalla maggior parte [degli sfollati] dei campi come la voce degli sfollati”; ha detto Reeves all’IPS. “Il buon esito del meeting verrebbe seriamente compromesso se lui decidesse di boicottarlo”.
Reeves ha poi avvertito che “se prendessimo solo una minoranza, o anche un’ampia parte, dei gruppi ribelli per tentare di concludere un accordo, sarebbe la ricetta per un altro fallimento come quello dell’insediamento di Abuja”.
L’accordo di pace del maggio 2006 negoziato tra i ribelli e il governo sudanese ad Abuja, Nigeria, fu firmato solo da uno dei principali gruppi ribelli – la fazione dello SLA guidata da Minni Minawi – e divenne ben presto lettera morta.
I negoziati dello scorso weekend si sono tenuti appena pochi giorni dopo l’approvazione all’unanimità del Consiglio di sicurezza Onu della risoluzione per il dispiegamento di una missione “ibrida” Nazioni Unite/Unione africana in Darfur, composta da 26.000 unità, per il mantenimento della pace. La missione dovrebbe andare a sostituire l’esercito dell’Unione africana, composto di 7.000 persone, e da molti giudicato inefficace.
Benché diversi gruppi di pressione per il Darfur si siano detti cautamente ottimisti sul passaggio della risoluzione, secondo i critici i tempi necessari per dispiegare la nuova forza sarebbero inaccettabilmente lenti, e la risoluzione sarebbe stata fortemente indebolita per garantire l’approvazione della Cina. Jan Pronk, ex inviato dell’Onu in Sudan, ed espulso dal paese nell’ottobre 2006 per aver criticato il governo di Khartoum, ha espresso delle riserve riguardo alla risoluzione.
In un’intervista al quotidiano olandese Trouw, Pronk ha dichiarato che la risoluzione risulterebbe “enormemente” svuotata, osservando che i peacekeeper non potranno sequestrare o disfarsi delle armi illegali. Pronk ha poi ribadito le critiche sui tempi troppo lunghi necessari allo spiegamento, affermando che “ci vorrà moltissimo tempo prima che la missione diventi operativa”.
Il conflitto in Darfur è cominciato nel febbraio 2003, quando i membri delle tribù di etnia africana della regione imbracciarono le armi contro ciò ai loro occhi erano stati decenni di indifferenza e discriminazione da parte del governo di Khartoum, dominato dagli arabi.
Da allora è iniziata una campagna, appoggiata dal governo, fatta di sfollamenti, stupri e uccisioni per mano delle milizie Janjaweed, che ha provocato 450.000 morti e 2,5 milioni di sfollati, secondo i dati delle Nazioni Unite e dell’Unione africana.

