LONDRA, 7 aprile 2008 (IPS) – È partita la scorsa settimana la missione umanitaria europea inviata in Colombia dal presidente francese Nicolas Sarkozy per fornire aiuto medico d’emergenza a Ingrid Betancourt, ostaggio delle FARC; ma ancora non si sa se e come verrà accolta dalla guerriglia colombiana.
La missione, formata da due medici e due diplomatici, è atterrata a Bogotà nelle prime ore di giovedì mattina. Non era presente il Comitato internazionale della Croce Rossa, che avrebbe dovuto accompagnare la delegazione, secondo quanto dichiarato da Parigi mercoledì.
Carlos Ríos, portavoce del CICR a Bogotà, aveva confermato all’IPS che il Comitato non avrebbe preso parte alla missione. “Per poter partecipare a qualsiasi iniziativa di questo tipo, noi dobbiamo considerare la richiesta di tutte le parti coinvolte, cioè sia i governi che i gruppi armati. È un punto essenziale in ogni situazione di questo tipo”, ha detto.
“In questo caso non abbiamo contatti con le FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia)”, ha segnalato Ríos.
Solo due entità riconosciute sono in contatto costante con le FARC: il CICR e il team franco-svizzero, che rappresenta il “gruppo dei paesi amici”, di cui fa parte anche la Spagna, che lavora per ottenere la liberazione di 39 ostaggi e prigionieri di guerra nelle mani delle FARC attraverso uno scambio con alcuni guerriglieri detenuti.
Due mediatori accompagnano la missione medica da Parigi: l’ex console francese a Bogotà Noel Saez e il rappresentante del governo svizzero Jean-Pierre Gontard.
È la squadra che ha lavorato più da vicino con le FARC negli ultimi sei anni di guerra totale ordinata dal presidente colombiano Alvaro Uribe, e che è riuscita a conquistare la loro fiducia dopo decine di incontri con la guerriglia contadina, nata nel 1964 e che controllerebbe il 35 per cento del territorio nazionale, soprattutto nelle aree rurali del sud del paese.
Ma lo scorso luglio, dopo l’uccisione di 11 deputati regionali ostaggi delle FARC, avvenuta in circostanze poco chiare, Uribe ha improvvisamente licenziato i negoziatori, per poi tornare a reclutarli ufficialmente poco prima del bombardamento aereo del 1 marzo contro un accampamento della guerriglia in Ecuador, dove è rimasto ucciso il capo delle FARC nei negoziati Raúl Reyes insieme ad altre 24 persone, tra cui quattro studenti messicani e un cittadino ecuadoriano.
I delegati francese e svizzero si erano incontrati allora in segreto a Panama con l’alto commissario per la pace del presidente Uribe, Luis Carlos Restrepo, concordando una visita degli europei a Reyes entro 10 giorni. Sarebbe stato il ventitreesimo incontro tra il ribelle e i mediatori europei.
Le FARC hanno fatto sapere che Reyes si preparava ad un incontro con i francesi, per poi coordinare una riunione tra il comandante della guerriglia e il presidente Sarkozy, per discutere una “soluzione definitiva” al caso Betancourt, ex candidata presidenziale colombiana e cittadina francese.
Non si è saputo molto delle conseguenze devastanti che il bombardamento contro Reyes ha avuto sugli ostaggi delle FARC.
I mediatori non danno generalmente il via a un’operazione di queste dimensioni senza prima avere avuto un contatto con le FARC, e l’IPS è venuta a sapere che dalla settimana scorsa la guerriglia aveva confermato il grave stato di salute di Betancourt.
A Parigi, Sarkozy ha giustificato con il pericolo di morte la missione umanitaria medica nell’accampamento della guerriglia in cui Betancourt è prigioniera da più di sei anni.
E questo dopo le continue voci, la settimana scorsa, sullo stato terminale della prigioniera più conosciuto, che si sono aggiunte all’esigenza di Uribe che le FARC autorizzassero una missione medica internazionale di assistenza agli ostaggi con problemi di salute.
Uribe ha accettato la scorsa settimana di sospendere le operazioni militari nelle aree in cui si sarebbe diretta la missione europea.
Questa decisione ha provocato in un primo momento il disappunto del comandante delle forze militari, il generale Freddy Padilla, che ha dichiarato alla stampa che le FARC stavano “abusando dei paesi amici allo scopo di conquistare uno spazio internazionale”.
”Continuiamo a lavorare”, aveva detto il generale, “stiamo facendo progressi nel rintracciare le persone sequestrate… per permettere che le istituzioni umanitarie possano liberarle, dopo che saremo riusciti a identificare con certezza dove si trovano esattamente”.
Questa “localizzazione umanitaria”, un’idea del presidente Uribe, implica che le “istituzioni umanitarie” verrebbero invitate nella foresta per “occuparsi della liberazione” in mezzo al fuoco tra esercito e guerriglia?
In ogni caso, giovedì scorso Padilla ha comunicato che le sue forze erano impegnate nell’individuare le “coordinate” del luogo dove sarebbe stata diretta la missione umanitaria, per poter concludere qui le operazioni militari.
Al tempo stesso, Uribe ha offerto una ricompensa, da un fondo di 100 milioni di dollari, ai guerriglieri che avessero disertato dalle FARC portando con sé i loro ostaggi.
Queste circostanze comportano un possibile rischio che la missione fallisca, visto che un accerchiamento militare potrebbe impedire che le FARC entrino in contatto con i delegati.
Le forze governative assediano tutti i territori controllati dalla guerriglia. Qualsiasi spostamento o consegna degli ostaggi costituisce una delle attività più pericolose per i guerriglieri della scorta, costretti ad abbandonare le loro postazioni sicure.
Da quando consiglieri israeliani, britannici e statunitensi partecipano nella guerra colombiana con i loro sofisticati sistemi di intercettazione delle comunicazioni e con i loro informatori in incognito, niente è semplice nella selva.
Ma se Betancourt dovesse morire, le FARC hanno tutto da perdere.
L’ex candidata presidenziale sembra sia affetta da una grave forma di depressione, oltre che dall’epatite B e da altre malattie tropicali. Non c’è da sorprendersi che le forze l’abbiano abbandonata. In una lettera commovente inviata ad ottobre alla madre, Betancourt si dichiara sconfitta e parla della morte come di una possibilità.
Ogni volta che la liberazione degli ostaggi è stata giudicata contraria alle scelte “patriottiche” favorevoli alla guerra, il suo caso è stato ignorato in Colombia. La lettera di Betancourt a la sua impressionante magrezza, evidente in un video girato lo stesso mese, non hanno cambiato nulla.
Anche se il presidente venezuelano Hugo Chávez ha perso a novembre il suo status di mediatore, insieme alla mediatrice colombiana Piedad Córdoba, entrambi hanno mantenuto i loro contatti con le FARC, e a gennaio e febbraio sono riusciti ad ottenere la liberazione di sei ostaggi, compagni di Betancourt.
Le “porte della speranza” che si erano aperte allora per una soluzione politica – secondo quanto dichiarato dal cancelliere venezuelano Nicolás Maduro – sembrano ormai chiuse.
All’inizio di gennaio, un gruppo di giovani filogovernativi ha convocato attraverso Internet una marcia “contro le FARC”. Il 4 febbraio, con l’appoggio del governo, due milioni di persone in Colombia e migliaia nel mondo hanno marciato sotto lo slogan “Un milione di voci contro le FARC”.
Nelle sfilate, alcuni manifesti dicevano: “Avanti, presidente”, mentre cominciava la raccolta di firme per una riforma costituzionale che dovrebbe permettere al presidente Uribe di puntare a un terzo mandato presidenziale a partire dal 2010. Le famiglie degli ostaggi e degli agenti di sicurezza pubblica detenuti dalla guerriglia non hanno partecipato alla manifestazione.
Per Betancourt, una delle politiche più brillanti della Colombia, le voci “contro le FARC”, seguite dalla morte del suo negoziatore internazionale più collaudato, devono essere state un duro colpo.
Se lei ha deciso che la morte è l’unica via d’uscita, le FARC e Uribe dovrebbero adottare delle misure urgenti per salvarla, per il suo stesso bene.
Mentre le FARC hanno bisogno di interlocutori su cui poter fare affidamento per sbarazzarsi di Betancourt, se Uribe non vuole essere ritenuto tra i responsabili della sua morte, deve prestare molta attenzione ai mediatori europei, e seguire i loro consigli velocemente e in buona fede, secondo alcune fonti vicine alla squadra dei negoziatori.
Un possibile segnale in questa direzione si è manifestato mercoledì scorso, quando il commissario Restrepo ha parlato di riconsiderare in agenda la proposta franco-svizzera del dicembre 2005, che prevedeva una richiesta chiave delle FARC: la smilitarizzazione di una striscia di 180 chilometri quadrati a occidente del paese andino, per negoziare lo scambio faccia a faccia con il governo.
In Francia è stata organizzata una “marcia bianca” per Betancourt. In Colombia, la citttadinanza è stata chiamata a scendere in piazza venerdì prossimo per la libertà e per l’accordo umanitario. Finché è ancora viva c’è speranza.

