PECHINO, 19 giugno 2007 (IPS) – Un recente scandalo nazionale di abusi su larga scala di lavoratori minorenni nell’industria delle fornaci per laterizi solleva dubbi sull’adeguatezza di nuove leggi sul lavoro, in via di approvazione, destinate a colpire le industrie che sfruttano la manodopera e a tutelare i diritti dei lavoratori.
I primi segnali dello scandalo sono venuti alla luce all’inizio di giugno, quando i quotidiani locali hanno riportato la foto di un gruppo di lavoratori migranti barcollanti, liberati dopo oltre un anno di lavoro in schiavitù in una fabbrica di mattoni nella Cina centrale.
Per gli standard della stampa cinese ufficialmente riconosciuta, che condanna ogni sensazionalismo, la fotografia era a dir poco scioccante, mostrando persone ammaccate, con lividi, ferite, ustioni e chiari segni di malnutrizione, e un’espressione confusa e incredula di fronte all’improvvisa liberazione.
Eppure, l’articolo che accompagna la foto è ancora più stupefacente, in un paese dove il Partito comunista al governo è salito al potere proprio per le sue promesse di creare un paradiso per i lavoratori.
Ai 32 migranti era stato fatto credere che avrebbero ottenuto un lavoro remunerato, ma una volta entrati nella fabbrica di laterizi del villaggio di Caosheng, nella provincia dello Shanxi, sono stati costretti a lavorare sotto lo sguardo vigile di guardie e di cani per 18 ore al giorno. Nessuno ha ricevuto un compenso per l’intero periodo di schiavitù, e sono sopravvissuti solo con acqua e panini cotti al vapore.
Quando la polizia ha fatto irruzione per liberare i migranti alla fine del mese scorso, si è scoperto che uno degli uomini era stato colpito a morte con un martello. Altri otto erano talmente traumatizzati che riuscivano appena a ricordare il loro nome. Tutti avevano bruciature sulle mani e sul corpo, per aver trasportato i mattoni ardenti senza alcuna protezione. I loro vestiti erano ridotti a brandelli, e “la sporcizia sui loro corpi era talmente spessa che poteva essere grattata via con un coltello”, secondo i resoconti del Shanxi Evening News.
La fabbrica di mattoni era gestita da un capofficina identificato come Heng Tinghan, ma era di proprietà del figlio del dirigente locale del Partito comunista. Secondo molti abitanti del villaggio, la fabbrica era illegale ma continuava a funzionare grazie al tacito accordo della polizia e dei funzionari locali, di proprietà del figlio del capo del partito.
Alle straordinarie rivelazioni è seguita una lettera aperta, circolata in Internet sui blog cinesi, in cui si sosteneva che almeno 1000 bambini di età compresa tra gli otto e i 16 anni erano stati ridotti in schiavitù nelle fornaci di mattoni della provincia dello Shanxi.
La lettera, firmata da 400 padri di famiglia della provincia centrale di Henan, chiedeva di sostenere la campagna autogestita per riscattare i bambini rapiti. Si diceva che i minori erano stati rapiti o costretti a salire su un’auto in alcuni centri urbani di Henan, come la capitale Zhengzhou, per poi essere venduti ai capi delle fabbriche per circa 500 yuan (65 dollari Usa) ciascuno.
Il territorio, molto accidentato, della provincia di Henan, veniva usato un tempo dagli strateghi militari di Mao Tse-Tung per nascondere le migliaia di fabbriche che producevano grandi quantità di armi e munizioni alla fine degli anni ’60. Oggi, molte di quelle grotte ospitano le fornaci illegali, secondo i padri di Henan, dove i migranti e i bambini rapiti lavorano in condizioni terribili.
“I luoghi in cui questi bambini vivono sono peggio di canili”, ha raccontato al giornale ‘Xinjingbao' Chai Wei, uno dei padri di Henan che è riuscito ad entrare in diverse decine di fabbriche per cercare il figlio disperso. “Non c’erano letti – dormivano su assi di legno, con i muri ricoperti di escrementi. Ciò che abbiamo visto ci ha spaventati a morte”.
Chai ha guidato le iniziative di soccorso di quasi cento genitori che hanno raccolto del denaro per noleggiare un’auto e fare il giro delle fornaci di mattoni nello Shanxi. La loro ricerca ha permesso di salvare circa 100 minori, ha riferito Chai, ma ne rimangono ancora altre centinaia. Suo figlio, di 17 anni, scomparso da Zhengzhou lo scorso aprile, non è stato ancora ritrovato.
“Neanche la polizia locale ci ha aiutati”, ha lamentato Chai con amarezza. “Molte questure locali sono vicine ai proprietari delle fornaci, e li avvertono appena sanno dell’arrivo di una gruppo di ricerca. Abbiamo imparato a non affidarci a loro (alla polizia), e a girare fabbrica per fabbrica da soli”.
La scoperta di reti provinciali di lavoro in schiavitù è stata resa pubblica proprio adesso che la Cina si prepara ad adottare una nuova legge sul lavoro, in discussione da diversi mesi. La nuova legge prevede di usare il braccio di ferro contro le fabbriche che sfruttano la manodopera e abusano dei lavoratori, attribuendo un potere reale ai sindacati controllati dallo Stato, per la prima volta dopo l’introduzione delle riforme del mercato da parte di Pechino negli anni ’80 del ‘900.
Negli ultimi dieci anni, l’economia cinese ha raddoppiato la sua crescita, grazie al lavoro di milioni di lavoratori migranti che producono in grandi quantità merci per l’esportazione in cambio di bassi salari. Ma con il boom economico, anche le vertenze sul lavoro si sono moltiplicate. Sempre più lavoratori sono ricorsi in tribunale o sono scesi in piazza per protestare contro le misere condizioni di lavoro e i salari arretrati.
Il governo ha definito la nuova legislazione un rinnovato tentativo di migliorare la tutela dei lavoratori e di mettere fine agli abusi sul lavoro. Ma non è chiaro quanto possa essere efficace, in questo vastissimo paese dove molti funzionari locali tendono ad ignorare o ad eludere le direttive del governo centrale.
Secondo i 'difensori' dei lavoratori, le forze dell’ordine migliorerebbero solo se Pechino accettasse la presenza di sindacati indipendenti.
“Senza la supervisione o le pressioni del potere collettivo di un movimento dei lavoratori, le leggi e le risoluzioni del governo centrale non verrebbero rispettate né amministrate”, sostiene Cai Chongguo, esperto dei diritti del lavoro presso il China Labour Bulletin, con sede a Hong-Kong.
Dopotutto, la Cina ha già una legislazione sul lavoro e sulla tutela dei minori, che però non è riuscita ad impedire lo scandalo del lavoro forzato nello Shanxi, si osserva in un commento firmato della agenzia stampa Xinhua di domenica scorsa.
”La ragione per cui sono state commessi simili reati comprovati nelle fornaci dello Shanxi è che imprenditori e funzionari locali sono pappa e ciccia”, si legge nel commento.
Il ‘China Youth Daily' va oltre, definendo lo sfruttamento in schiavitù venuto alla luce una “scioccante disgrazia”, che ha smascherato la grave negligenza dei funzionari. “Quando l’attuazione di una legge viene sostanzialmente sottovalutata, al punto da diventare solo un pezzo di carta senza valore, allora è necessario ripensare la legge stessa”, scrive il giornale.

