BELGRADO, 12 aprile 2007 (IPS) – La condanna di quattro persone a un totale di 58 anni di carcere per il massacro di uomini e ragazzi musulmani a Srebrenica nel 1995 è considerata un verdetto importantissimo, anche se non del tutto soddisfacente.
Il tribunale di Belgrado ha stabilito che i quattro, tutti membri della nota unità paramilitare “Scorpions”, fucilarono sei prigionieri musulmani tra i 16 e i 36 anni, dopo l’incursione dell’esercito serbo bosniaco nell’enclave musulmana di Srebrenica nel luglio 1995, alla fine di una guerra in Bosnia durata tre anni.
Unica prova contro quegli uomini, una videocassetta dell’esecuzione filmata da uno di loro. Il nastro del massacro, avvenuto solo qualche giorno dopo la caduta di Srebrenica, mostra gli uomini dell’unità “'Scorpions” che ordinano ai prigionieri musulmani di inginocchiarsi, con le mani legate dietro la schiena, e li fucilano a morte.
Nella cassetta, il cui contenuto circolò pubblicamente, gli assassini ridono, fumano e urlano alle loro vittime, mentre le picchiano brutalmente.
I due assassini, Slobodan Medic e Branislav Medic (parenti), sono stati condannati a 20 anni di carcere. Per Pero Petrasevic, loro aiutante, e l’unico a mostrare rimorso durante il processo, la condanna è di 13 anni.
Aleksandar Medic, altro parente di Slobodan e Branislav, che piantonava i sei musulmani per evitarne la fuga, è stato condannato a cinque anni. Aleksandar era anche l’autista del gruppo.
Un quinto accusato, Aleksandar Vukov, è stato lasciato in libertà perché il tribunale speciale per crimini di guerra di Belgrado non ha rilevato prove sufficienti della sua partecipazione al massacro.
Secondo gli avvocati, questo caso rappresenta una pietra miliare in molti sensi. Innanzitutto, perché l’esecuzione è stata videoregistrata. La cassetta era stata scoperta solo nel 2005, dieci anni dopo l’esecuzione.
È stata ritrovata da un attivista per i diritti umani di Belgrado nella cittadina occidentale di Sid, dove membri dell’unità “Scorpions” continuavano a vivere in libertà malgrado fossero sospettati di crimini di guerra in Bosnia. Il nastro era disponibile per il noleggio da anni in un negozio locale di video.
”Questa gente (i massacratori) ha vissuto tranquillamente in mezzo a noi per 10 anni”, ha detto all’IPS Bruno Vekaric, portavoce del tribunale serbo per crimini di guerra. “Questo è un caso importantissimo, perché, come società, dovevamo dimostrare di saper prendere le distanze da chi aveva partecipato al genocidio”. Il processo si è aperto solo dopo mesi dalla decisione della Corte penale internazionale (CPI) secondo cui la Serbia non era responsabile del genocidio avvenuto durante la guerra in Bosnia del 1992-1995. Tuttavia, il verdetto stabiliva che la Serbia non aveva fatto nulla per evitare il massacro.
L’CPI ha inoltre dichiarato che il genocidio non era stato commesso nell’intera area della Bosnia, come accusava la Bosnia-Herzegovina, costituitasi parte civile, ma solo a Srebrenica.
L’esercito serbo bosniaco e il suo comandante Ratko Mladic, ancora latitante, sono stati giudicati responsabili del massacro di 8.000 uomini e ragazzi musulmani a Srebrenica.
Il video dell’esecuzione a sangue freddo dei sei uomini – due ragazzi di 17 anni, e gli altri tra i 20 e i 30 anni – era stato già mostrato durante il processo di Slobodan Milosevic, il primo luglio 2005.
Milosevic è stato processato dal Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia (ICTY) dell’Aia, in Olanda. È morto nel marzo del 2006, e il processo non si è mai concluso.
Solo pochi giorni dopo essere stato presentato all’ICTY, il filmato è stato trasmesso da tutti i canali televisivi della regione.
In Serbia, ha messo a tacere molta gente che aveva creduto alla propaganda di Milosevic durante la guerra, secondo cui il massacro di Srebrenica non era mai accaduto.
In Bosnia quel video aveva portato all’identificazione dei sei uomini uccisi. I loro corpi erano stati ritrovati nel 1999 in una fossa comune.
Tuttavia, la sentenza è stata contestata dalle famiglie delle vittime, presenti al processo dal quando è iniziato, nel dicembre 2005.
Safeta Muhic, cugina di Azmir Alispahic (17 anni), una delle vittime, ha detto ai giornalisti che “la sentenza è vergognosa”. “Siamo venuti qui per cercare giustizia, ma non l’abbiamo trovata”, ha aggiunto.
“Tutta questa gente un giorno camminerà libera, ma nulla riporterà in vita mio figlio”, ha detto la mamma di Azmir, Nura Alispahic. L’attivista serba per i diritti umani, Natasa Kandic, che rappresenta le famiglie delle vittime, ha commentato all’IPS che “le sentenze non hanno restituito giustizia ai morti. Sono semplicemente inaccettabili”.
Vi sono state reazioni analoghe nella vicina Bosnia, dove la presidente dell’Associazione delle madri di Srebrenica, Munira Subasic, ha dichiarato alla radio di Sarajevo che “la sentenza non ha ridato giustizia a chi soffre, e si somma all’umiliazione delle vittime”.
Molti dei giornalisti che hanno seguito il processo dall’inizio erano nauseati per l’assoluta assenza di rimorso tra i principali imputati. Durante il processo, Slobodan Medic ha dichiarato che “avrebbe ucciso come un coniglio chi ha girato quel video”, se solo avesse saputo che qualcuno stava riprendendo la scena. Neanche una parola per coloro che ha assassinato.

