USA: È la diplomazia, bellezza! Un rapporto americano su ‘come vincere la pace’ in Medio Oriente

Washington, 2 ottobre (IPS) – Gli Stati Uniti devono investire di più. E lo devono fare non solo per spiegare meglio la loro politica a un mondo islamico sempre più ostile, ma anche per colmare il divario che c’è tra i valori americani e l’effettivo comportamento di Washington nella regione mediorientale.

Queste sono le raccomandazioni che emergono da un rapporto su come comunicare meglio con i popoli musulmani – dall’Africa del Nord al Sudest asiatico – presentato al Dipartimento di Stato lo scorso mercoledì da Edward Djerejian, ex consigliere per il Medio Oriente di George Bush padre.

Il rapporto afferma che “la risposta non è nella propaganda, né in relazioni pubbliche caotiche e manipolatrici. Ciò che conta è la politica estera”.

“I sondaggi – si legge ancora nel rapporto – indicano che gran parte del risentimento verso gli Usa deriva dai conflitti reali e dalla delusione per le politiche portate avanti, come nel conflitto israelo-palestinese e in Iraq. La soluzione non è nei dialoghi rapidi e zuccherosi”.

Il messaggio sembra rivolto ai neoconservatori e ai falchi dentro e fuori l’amministrazione Bush. Secondo questi, infatti, le scelte di Washington vengono semplicemente fraintese mentre la chiave per conquistare menti e cuori del mondo islamico sarebbe nell’esprimerle in modo più creativo.

Lo stesso presidente Bush, parlando del crescente sentimento anti-americano nel mondo arabo, ha dichiarato:“Non posso crederci. Io so che siamo buoni, ma dobbiamo sforzarci di più per far capire la nostra posizione”.

“L’opinione pubblica nel mondo arabo e musulmano non può essere ignorata”, si legge nel rapporto che, tra le altre cose, sottolinea come il divario tra i valori retorici dichiarati dagli Usa e la loro politica reale sia spesso troppo ampio per essere ignorato.

“I cittadini di questi paesi – continua il rapporto presentato mercoledì scorso a Washington – sono seriamente preoccupati dalla situazione dei palestinesi e dal ruolo che vedono assumere dagli Usa. E sono seriamente preoccupati anche dalla situazione irachena”.

La pubblicazione del rapporto – intitolato “Cambiare le menti, vincere la pace” – coincide con la crescente preoccupazione di Washington per l’ondata di risentimento anti-americano nel mondo islamico.

La scorsa settimana, il Consiglio per le relazioni estere (CFR) ha riferito che la crescita dell’anti-americanismo nei paesi musulmani è così forte che “mette in pericolo la nostra sicurezza nazionale e compromette l’efficacia della nostra diplomazia”.

Peter Peterson, presidente del CFR ed ex segretario del Tesoro durante l’amministrazione Nixon, ha dichiarato che “il crescente anti-americanismo rende sempre più difficile ai leader stranieri cooperare con noi”.

Le preoccupazioni sono aumentate dopo la pubblicazione, lo scorso giugno (subito dopo la guerra all’Iraq), di alcuni sondaggi effettuati nei paesi in prevalenza musulmani. In quelle ricerche si rilevava un forte calo dell’opinione favorevole agli Usa all’interno del mondo islamico rispetto al 2000 e al 2002.

In Indonesia, per esempio, solo il 15% degli intervistati si è dichiarato a favore degli Stati Uniti (contro il 61% dello scorso anno). L’immagine di Washington nei territori palestinesi, in Giordania, Pakistan e Turchia risultava inferiore perfino al dato indonesiano.

“L’ostilità verso gli Usa ha raggiunto livelli allarmanti”, afferma ancora il rapporto di Djerejian, dopo le inchieste e gli incontri effettuati da un team di esperti in Egitto, Siria, Turchia, Marocco, Indonesia e Senegal.

Sulla falsa riga dello studio del CFR, il team di Djerejian ha indicato una serie di misure da adottare tra cui l’aumento dei fondi per Voice of American e altri servizi radiofonici internazionali; la moltiplicazione dei programmi di borse di studio e di interscambio con i paesi musulmani; l’insegnamento dell’arabo ai funzionari Usa e il miglioramento dell’uso di Internet e di altre nuove tecnologie della comunicazione.

Il documento evidenzia anche come il bilancio stanziato dal Dipartimento di Stato per i programmi di diplomazia pubblica sia stato ridotto del 30% dalla fine della Guerra Fredda, e che solo 150 milioni di dollari dei fondi disponibili siano destinati ai paesi in prevalenza musulmani.

Il risultato è che le risorse Usa stanziate per influenzare l’opinione pubblica nel mondo musulmano non solo sono insufficienti ma addirittura assenti soprattutto per quanto riguarda le televisioni satellitari.

Djerejian afferma: “Non siamo abbastanza presenti nel dialogo, nel discorso, nel dibattito”. Ma la principale raccomandazione è che vi sia una maggiore integrazione tra l’elaborazione delle politiche e la diplomazia pubblica, mediante la creazione di uno specifico incarico ministeriale con questa funzione, e “nuovi ed efficaci meccanismi di riscontro delle politiche formulate”.

Le conclusioni del rapporto-Djerejian sono esplicite. “Anche se gli Stati Uniti non possono né devono cambiare le loro politiche per adeguarsi all’opinione pubblica all’estero – si legge nel documento -, devono usare gli strumenti della diplomazia pubblica per valutare l’efficacia di determinate politiche. Senza questa valutazione, le nostre politiche potrebbero produrre conseguenze inaspettate”.