POLITICA: Iraq e Afghanistan tra i primi dieci stati ‘falliti’

WASHINGTON, 3 agosto 2006 (IPS) – Nonostante abbiano ricevuto circa otto miliardi di dollari al mese in aiuti economici e militari nell’ultimo anno, Iraq e Afghanistan sono classificati tra i 10 stati più deboli del mondo, insieme a buona parte dell’Africa
centrale, stando al “Failed States Index” del 2006, la classifica degli stati falliti pubblicata di recente.

Secondo il nuovo indice, diffuso da Fund for Peace e dalla rivista Foreign Policy, con sede a Washington, l’Iraq si trova al quarto posto ­- lo stesso del 2005 ­- dopo il Sudan, in prima posizione, la Repubblica democratica del Congo (RDC), e la Costa d’Avorio.

Tuttavia, lo studio è stato chiuso prima dell’ultima escalation di violenza settaria seguita al bombardamento della Moschea d’oro di Samarra, che molti osservatori considerano la causa scatenante della guerra civile.

L’Afghanistan, che l’anno scorso era all’undicesimo posto, è passato quest’anno in decima posizione, subito dopo il vicino Pakistan sostenuto dagli Stati Uniti, e Haiti, il terzo paese occupato dalle forze Usa, e destinatario, negli ultimi due anni, di ingenti aiuti americani.

Tra Iraq e Haiti si posizionano tre stati sub-sahariani: lo Zimbabwe, che l’anno scorso era al quindicesimo posto; il Ciad, il cui governo è attualmente minacciato da una rivolta militare e da incursioni delle milizie arabe sostenute dal Sudan; e la Somalia, dove, a circa 12 anni dal ritiro delle forze di pace dell’Onu, non esiste ancora un governo centrale funzionante.

Sei dei 10 stati più vulnerabili e 11 dei primi 20 paesi definiti “critici” si trovano in Africa sub-sahariana. Ad eccezione di Haiti, gli altri sono sparsi intorno alla periferia dell’Eurasia — Iraq e Yemen in Medio Oriente; Afghanistan, Pakistan, Nepal, Bangladesh, e Birmania in Asia meridionale; e Corea del Nord in Asia orientale.

L’indice, la cui analisi poggia su una decina di indicatori sociali,economici e politici, è in parte concepito come strumento per assicurare un preavviso alla comunità internazionale sui possibili stati a rischio di fallimento, qualora la situazione non fosse già degenerata, come nel caso della Somalia.

Per ciascun indicatore, ai paesi viene assegnato un punteggio da uno (miglior rendimento) a 10 (peggior rendimento). Il Sudan, ad esempio, ha ottenuto 7,5 sulla sua crescita economica, e più di 9 sugli altri indicatori, per un totale di 112,3.

Lo studio di quest’anno riguarda 148 stati. Le 40 nazioni più vulnerabili sono state divise in due categorie: “critiche” e “in pericolo”. Il gruppo singolo più esteso, che copre la maggior parte del Terzo Mondo, oltre a Russia e Cina, è stato giudicato come “borderline”, mentre la parte restante è suddivisa in “stabile” e “più stabile”.

La conclusione forse inaspettata è che Stati Uniti e buona parte dell’Europa sono stati classificati come “stabili”, al pari di Costa Rica, Panama,Argentina, Cile, Uruguay, Sud Africa, Oman, Corea del Sud e Mongolia.

Il rendimento relativamente scarso degli Stati Uniti e dell’Europa si basa fondamentalmente sull’esistenza di “sacche di fallimento” nel loro territorio, come dimostrano le conseguenze dell’Uragano Katrina, durante il quale la “superpotenza mondiale ha abbandonato per giorni migliaia di suoi cittadini”, e i disordini delle comunità di immigrati esplosi in Francia l’anno scorso, come riferisce un’analisi dell’indice pubblicata su Foreign Policy.

Tra le nazioni ”più sicure”, figurano Canada, Giappone, Australia, Svizzera, Austria, Irlanda, Olanda, Belgio e i quattro paesi scandinavi.

L’indice ha definito come “stato fallito” quello in cui “il governo non ha effettivo controllo sul proprio territorio, non è percepito come legittimo da una parte significativa della sua popolazione, non garantisce sicurezza nazionale o servizi pubblici di base ai propri abitanti, e manca dell’esclusiva sull’uso della forza”.

Lo studio è pensato per valutare il rischio di conflitti violenti o di altre forme di debolezza dello stato, piuttosto che di fallimento reale.

L’ultimo indice sembra sollevare seri dubbi sui principi fondanti della politica estera del presidente Bush e sul fatto che le elezioni democratiche abbiano necessariamente rafforzato la stabilità dello stato. Malgrado il “successo” delle elezioni sia in Iraq che Afghanistan, la stabilità sembra diminuita in entrambi i paesi, secondo l’analisi di Foreign Policy.

Come era accaduto lo scorso novembre in Sri Lanka, le elezioni in Iraq sembrano aver acuito le tensioni settarie, puntualizza l’analisi, malgrado le ragioni fondamentali dello scarso rendimento dello scorso anno potrebbero essere dovute al declino della classe dirigente del paese, e all’intensificazione del conflitto settario. In totale, quest’anno l’Iraq ha ottenuto un punteggio di 109,0, superando il 103,2 dello scorso anno. I paesi che registrano differenze numeriche più significative da un anno all’altro sono lo Zimbabwe, il cui rendimento è peggiorato di 14 punti, passando dalla quindicesima alla quinta posizione, e il Pakistan, che è passato dal trentaquattresimo al quindicesimo posto, soprattutto a causa dell’impatto del terremoto dello scorso novembre, delle “crescenti tensioni etniche in Baluchistan e dell’incapacità del governo di controllare le zone tribali lungo il confine afgano”.

Tra i paesi più stabili, l’intensificarsi della guerra civile in Nigeria e Cina spiega l’aumento di 10 punti che ha fatto avanzare entrambi. La Nigeria, che l’anno scorso era al inquantaquattresimo posto, è passata in ventiduesima posizione e si trova quasi in cima alla categoria “in pericolo” di quest’anno. La Cina, che l’anno scorso al settantacinquesimo posto su un totale di 76, è salita al cinquantasettesimo posto, soprattutto per il crescente gap tra ricchi e poveri e le conseguenti tensioni.

Nella sfera più ‘positiva’ di questa equazione, i maggiori progressi verso la stabilità si attribuiscono al Venezuela, che è passato dal ventiduesimo posto e dalla categoria “in pericolo” del 2005, alla classe “borderline”.

”Nonostante la politica economica del presidente Hugo Chavez non abbia probabilmente giovato alla maggioranza dei venezuelani, la sua ardente retorica anti-americana e i prezzi elevati del petrolio lo hanno aiutato a consolidare il potere e a dare stabilità al paese, almeno a breve termine”, riferisce l’analisi di Foreign Policy, curata per lo più da Moises Naim, ex ministro venezuelano del commercio e dell’industria e critico dichiarato di Chavez.

Tra gli altri paesi che hanno visibilmente migliorato le loro performance nell’ultimo anno figurano Repubblica Dominicana, Guatemala e Bosnia.

Mentre Haiti è caduta nell’area “critica”, la Colombia è l’unico paese latinoamericano considerato “in pericolo”, pur avendo migliorato la sua posizione: l’anno scorso occupava il quattordicesimo posto, salendo quest’anno al ventisettesimo.

Oltre a Colombia, Bosnia e Nigeria, tra i paesi “in pericolo”, figurano Uzbekistan e Tajikistan nell’Asia centrale, Laos, Sri Lanka e Indonesia nel Sud e Sud-est asiatico; Egitto e Siria nel mondo arabo; Angola, Camerun e Burkina Faso nell’Africa occidentale; Etiopia, Kenya e Uganda in Africa orientale.

Diversi gli indicatori sociali utilizzati dallo studio, fra cui statistiche sulla densità di popolazione in relazione alle risorse per la sostenibilità; migrazioni forzate o fuga di ampie porzioni della popolazione; e l’esistenza, intensità, ed eredità di divisioni all’interno delle comunità.

Gli indicatori economici comprendono la percentuale di crescita (o di de-crescita) pro capite e la distribuzione non equa dei vantaggi portati dalla crescita fra i diversi gruppi.

Gli indicatori politici comprendono i criteri del buon governo, come l’esistenza e la portata della corruzione; l’efficienza dei servizi pubblici; lo stato di diritto; la frammentazione delle elite al potere in gruppi minori; il controllo dei civili sulle forze di sicurezza; e l’intervento degli stati esteri o di altre forze.