WASHINGTON, 16 febbraio (IPS) – Circa trent’anni fa, mentre l’esercito Usa era impantanato in Vietnam, alcuni eminenti intellettuali ebrei temerono che la visibilità degli ebrei nordamericani come leader del movimento contro la guerra, una volta terminato il conflitto, avrebbe riacceso l’antisemitismo
Nel 1971, Nathan Blazer scrisse sulla rivista neoconservatrice “Commentary”: “Credo che chiunque guardi al futuro in America debba considerare la possibilità – la forte probabilità – del successo del mito della ‘pugnalata alle spalle’, per cui non verranno attaccati solo studenti, docenti e intellettuali, e non solo gli ebrei in quanto membri di questa comunità generale, ma presumibilmente gli ebrei IN QUANTO EBREI”.
Gli avvertimenti di Glazer, un sociologo di Harvard secondo cui la gente non doveva trascurare con leggerezza i paralleli con la Germania di Weimar dopo la Prima guerra mondiale, non erano un caso isolato.
Walter Laqueur, autorevole storico dell’Olocausto e studioso del terrorismo presso il Centro per gli Studi strategici e internazionali (CSIS), aveva scritto sul tema: “Il fatto che gli ebrei siano stati prevalentemente associati a dichiarazioni e ad azioni aborrite dalla maggioranza degli americani, alimenta una reazione che non sarà solo anti-sinistra o anti-intellettuali, ma potenzialmente anche antisemita”.
“Non sarà necessaria – aggiungeva Laqueur – una particolare abilità demagogica, per identificare gli ebrei come principali colpevoli dei mali ricaduti sull’America negli ultimi tempi”.
I timori di Glazer e Laqueur si sono rivelati infondati, confermando a molti ebrei americani che gli Stati Uniti sono un paese “eccezionale” in cui l’antisemitismo, un fenomeno profondamente radicato in gran parte del mondo cristiano, non ha mai trovato un terreno particolarmente fertile.
Ma adesso, trent’anni dopo, questa eccezionalità potrebbe essere rimessa alla prova, per la convergenza di due eventi distinti – la guerra in Iraq e l’uscita del film della superstar di Hollywood, Mel Gibson, “The Passion” – entrambi suscettibili di riaccendere l’antisemitismo nel paese, secondo alcuni osservatori.
Così come gli ebrei di sinistra ebbero, allora, un ruolo di primo piano nel movimento contro la guerra, trent’anni dopo gli ebrei neoconservatori, dentro e fuori l’amministrazione del presidente George W. Bush, hanno avuto un ruolo fondamentale nel chiamare a raccolta il paese nella guerra contro l’Iraq.
Tra questi, il vicesegretario alla Difesa Paul Wolfowitz; il sottosegretario alle politiche per la Difesa Douglas Feith, e gran parte del suo staff, accusato dai critici di aver esagerato sistematicamente la minaccia posta dall’ex presidente iracheno Saddam Hussein; Eric Edelman, alto consulente per la politica estera del vicepresidente Dick Cheney; e l’alto consulente per il Medio Oriente alla Casa Bianca, Elliott Abrams.
Possono essere aggiunti alla lista anche diversi membri della Commissione di politica per la difesa al Pentagono (DPB), tra cui l’ex presidente Richard Perle; Kenneth Adelman ed Eliot Cohen.
Tra le persone esterne all’amministrazione, alcuni noti giornalisti e analisti della ricerca come l’editorialista del sindacato nazionale Charles Krauthammer; William Bristol, editor di “The Weekly Standard”; Max Boot, del Consiglio per gli affari esteri; e diversi membri dell’American Enterprise Institute (AEI) di Perle, come Michael Ledeen e Danielle Pletka.
La loro preminenza e ubiquità nei mass media durante la corsa alla guerra, e successivamente nel difendere la decisione di attaccare e di estendere l’azione alla Siria e all’Iran, hanno dato l’impressione che gli ebrei americani fossero prevalentemente favorevoli alla guerra, e presumibilmente a favore di Israele.
In realtà, è un’impressione sbagliata. Secondo dei sondaggi condotti da alcune società di statistiche, gli ebrei Usa erano tanto divisi sull’andare in guerra quanto il resto della popolazione. Per di più, gli ebrei hanno avuto un ruolo di spicco nel nuovo movimento contro la guerra, così come più di trent’anni fa durante la guerra del Vietnam.
E, come gli stessi neoconservatori non si stancano di ripetere, coloro che realmente determinano la politica, come il vicepresidente Dick Cheney, il capo del Pentagono Donald Rumsfeld, il consigliere nazionale per la sicurezza Condoleezza Rice, per non parlare dello stesso Bush, sono tutti non ebrei.
Eppure, questi fatti possono avere poco peso, per chi cercherà un capro espiatorio se la situazione in Iraq continuerà a peggiorare. Il rabbino Marvin Hier, fondatore e direttore del centro Simon Wiesenthal di Los Angeles, ha dichiarato all’IPS: “Visto che non si sono trovate armi di distruzione di massa, c’è molta più attenzione verso chi era pronto ad andare in guerra, e verso chi può esserne incolpato”.
“È l’anno delle elezioni. L’Iraq sarà il tema principale, e (non c’è) nessuna arma di distruzione di massa”, ha proseguito Hier. “Alcuni diranno ‘Aha, perché lo abbiamo fatto' E alcuni diranno ‘Israele’, e così si affermerà il tipico stereotipo che si è diffuso troppe volte nella storia”.
Ken Jacobson della Lega anti-diffamazione di New York (ADL), ha confermato lo stesso timore: “La gente nel mondo e in questo paese sembra farsi domande sul perché siamo andati in guerra, e questo crea il clima adatto alla diffusione del pensiero cospiratorio anti-semita”, ha detto all’IPS.
“Il fulcro dell’antisemitismo è accusare gli ebrei di problemi che sembrano senza senso”.
Anche l’uscita del film “Passion” di Gibson alimenta queste preoccupazioni. In tutti i sensi, un film magistralmente prodotto, che mette in scena le ultime ore della vita di Cristo e in particolare le agonizzanti sofferenze fisiche per mano dei suoi persecutori durante la crocifissione.
Il film è piaciuto al clero fondamentalista cristiano ed è stato visto come un’opportunità per evangelizzare milioni di persone negli Stati Uniti e all’estero.
La pellicola ha anche ricevuto ottimi apprezzamenti dai neoconservatori, tra cui il critico cinematografico ebreo Michael Medved e il teologo cattolico Michael Novak, che hanno entrambi elogiato Gibson nel “Weekly Standard”.
Ma per la maggior parte di ebrei, cattolici e protestanti, relativamente poco numerosi, impegnati negli sforzi di riconciliazione cristiano-ebraica, che lo hanno visto, il film dipinge gli ebrei come inesorabilmente viziosi e crudeli, molto peggio degli oppressori romani di Cristo.
“Ci sono i buoni e i cattivi, e gli ebrei sono i cattivi”, ha osservato Hier, che ha visto il film due volte.
Paula Fredriksen, studiosa della Bibbia presso la Boston University, che ha analizzato la sceneggiatura all’interno di un gruppo interreligioso di ricercatori convocati dal Vescovo cattolico Usa, ha commentato che il film “è nella cassa di risonanza dell’antigiudaismo cristiano tradizionale”.
“Anche prima del film di Gibson – ha segnalato Jacobson – abbiamo scoperto (grazie a un’inchiesta che verrà pubblicata alla fine di febbraio) che il 25 per cento degli americani ritiene gli ebrei responsabili della morte di Cristo”.
“Non stiamo dicendo che il film avrà come conseguenza pogrom e violenza contro gli ebrei, ma siamo molto preoccupati che gli enormi progressi compiuti nelle relazioni giudaico-cristiane possano risultarne compromessi”, ha detto Jacobson, aggiungendo che il suo gruppo in particolare teme l’impatto del film di Gibson sul pubblico straniero, dove l’antisemitismo ha raggiunto l’apice dopo la Seconda guerra mondiale.
Hier ha concordato, ribadendo che il film potrebbe essere “incendiario” in molte parti del mondo. Ha detto di essere anche preoccupato del suo possibile impatto, forse ritardato, su giovani e adolescenti suggestionabili negli stessi Stati Uniti.
Anche il rabbino Michael Lerner, editore del mensile liberale “Tikkun”, si è detto timoroso del possibile impatto di “Passion”, non tanto rispetto all’invasione irachena quanto per l’immagine dell’occupazione israeliana nei territori palestinesi.
“Non credo che ci saranno ripercussioni contro gli ebrei a seguito della guerra in Iraq”, ha detto all’IPS dal suo ufficio californiano. “Il vero problema è la convergenza di “Passion” con gli israeliani che si dimostrano moralmente insensibili nei confronti del conflitto palestinese”.
“Corrisponde molto chiaramente all’immagine negativa degli ebrei quella che emerge dal film di Gibson”, ha aggiunto Lerner, che condanna i media per aver escluso molte voci di ebrei contrari alle politiche di Israele, come la sua.
Anche Lerner, come Jacobson e Hier, ritiene che la convergenza tra “Passion” e i dubbi sulla politica Usa avrà un impatto all’estero maggiore che nel paese.
“Crediamo fermamente che l’America sia diversa”, ha detto Jacobson dell’ADL, “ma allo stesso tempo l’America non è immune, perciò non si può essere compiacenti sull’argomento”.

