FINANZA: Le politiche dell’FMI ostacolano la lotta alla povertà

WASHINGTON, 26 settembre 2005 (IPS) – Se la scorsa settimana alle Nazioni Unite il presidente Bush era sincero a proposito del suo entusiastico abbraccio alla democrazia e agli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG, Millennium Development Goals) per ridurre nettamente la povertà globale, dovrebbe obbligare il suo ministro del tesoro e gli altri membri del consiglio d’amministrazione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), riunitisi a Washington questa settimana, a smettere di imporre severi limiti di spesa ai governi dei paesi poveri.

Questo è il messaggio di due recenti rapporti di ActionAid International (AAI), che denunciano le politiche anti-inflazione dell’FMI e accusano la Banca Mondiale, ad esse vincolata, di rendere impossibili ulteriori progressi ai governi del Terzo Mondo sia per raggiungere gli MDG che per promuovere istituzioni democratiche.

Gli MDG prevedono, tra l’altro, di assicurare l’istruzione primaria universale, dimezzare fame e povertà, e ridurre nettamente la mortalità materna e infantile, tutto entro il 2015.

”L’operato dell’FMI e della Banca Mondiale sta realmente strappando il cuore della democrazia”, ha dichiarato Rick Rowden, analista politico (del’AAI). “Tenere elezioni periodiche non significa molto quando la direzione economica di una nazione viene decisa da FMI, banche centrali e ministri della finanza dietro porte che rimangono chiuse agli elettori”.

Secondo i due rapporti, basati su casi presi inb esame in 13 paesi in via di sviluppo, il controllo indiretto esercitato dall’FMI sulle politiche macroeconomiche dei governi destinatari non immobilizza solo la loro capacità di affrontare le urgenti questioni sociali, sanitarie ed economiche, come l’epidemia dell’Hiv/Aids, ma anche la facoltà dei cittadini di influenzare quelle politiche.

L’AAI sostiene che nei governi maggiormente di transizione e democratici, l’elettorato favorisce notevolmente i grandi sforzi per migliorare la salute e il benessere dei poveri, se non altro perché costituiscono la grande maggioranza della popolazione, soprattutto in Africa, Asia meridionale e in gran parte dell’America Latina.

Tuttavia, nonostante i governi eletti democraticamente combattano per soddisfare tali richieste, nei fatti vengono ostacolati dalle politiche dell’FMI e dal suo potere, come hanno osservato gli stessi leader dei paesi in via di sviluppo in diverse circostanze. “Ci troviamo tra l’incudine e il martello quando si tratta di gestire i requisiti dell’FMI e di contrattare le richieste del nostro elettorato”, ha dichiarato lo scorso anno il presidente della Tanzania Benjamin Mkapa.

L’AAI ha anche citato l’istruzione keniota ufficiale, lamentando che “il sentimento diffuso nella popolazione è che le decisioni del governo siano subordinate alle regole e alle indicazioni dell’FMI, e che il paese sia prigioniero di queste decisioni senza trarne molto beneficio”.

Il primo rapporto, “Sostegni quadrati, buchi rotondi”, evidenzia una “contraddizione fondamentale tra il bisogno di aumentare progressivamente e in maniera significativa la spesa sociale per combattere l’Hiv/Aids e quanto può davvero essere speso secondo l’attuale politica monetaria a bassa inflazione dell’FMI”, che tende a mantenere i tassi annuali di inflazione sotto il cinque per cento.

”Come possono essere spese in queste economie cifre di denaro significativamente maggiori senza produrre livelli di inflazione più alti di quelli consentiti dalle politiche a bassa inflazione dell’FMI?” I governi donatori e altre istituzioni finanziarie, compresa la Banca Mondiale, trattano la conformità agli obiettivi dell’FMI come il Sigillo di buona gestione; se non soddisfano quegli obiettivi, i governi destinatari dei prestiti rischiano una sospensione del credito proveniente dall’estero.

Secondo l’AAI, ”il FMI può realmente 'interrompere' i flussi degli aiuti stranieri a tutti quei paesi che non ritiene soddisfino adeguatamente gli schemi macroeconomici convenuti“, e cita esempi recenti in Zambia e Honduras.

Il secondo rapporto, dal titolo “Impegni contraddittori: l’istruzione universale minacciata dal Fondo monetario internazionale”, rivela che gli MDG volti a garantire l’istruzione primaria universale entro il 2015 vengono insidiati anche dalle restrizioni dell’FMI sui bilanci.

Secondo il rapporto, per soddisfare gli MDG, i paesi poveri devono aumentare nettamente i loro investimenti nella costruzione delle scuole, nella formazione e nomina degli insegnanti e nel rendere l’istruzione più accessibile ai poveri e ad altri bambini svantaggiati eliminando, per esempio, le tasse scolastiche. Tuttavia, nella maggior parte dei casi non possono farlo senza superare i limiti di spesa imposti dall’FMI, rendendo realmente impossibile soddisfare gli impegni in favore degli MDG e contemporaneamente la richiesta degli elettori.

Il problema sollevato dai due rapporti non è nuovo. Lo scorso anno, l’AAI e diverse altre organizzazioni non governative (Ong) per lo sviluppo e la salute hanno pubblicato un importante studio intitolato “Fermare il progresso”. Secondo l’indagine, le politiche dell’FMI nell’Africa meridionale, che conta la maggior percentuale di contagi Hiv nel mondo, hanno avuto un impatto disastroso sulle capacità di quei paesi di frenare la diffusione della malattia e, allo stesso tempo, curare le vittime.

Le limitazioni dei governi vincolati all’approvazione dell’FMI sono sempre più evidenti da quando gli MDG sono stati approvati dai leader globali al Vertice del millennio nel 2000, e dopo la riconferma della settimana scorsa al Vertice Mondiale.

Se le agenzie multilaterali, compresa la Banca Mondiale, organizzazione sorella dell’FMI, avvertono che i progressi sulla maggior parte degli otto MDG sono estremamente lenti, l’insistenza dell’FMI a mantenere severe limitazioni sui budget appare sempre più anomala, soprattutto alla luce delle decisioni dei leader del Gruppo degli Otto (G8), compreso il presidente Bush, che esercita un’influenza decisiva sulle politiche dell’FMI.

L’AAI e altri gruppi hanno inoltre commentato che il cinque per cento del tetto di inflazione si basa su economie precarie e che gli economisti non sono d’accordo su quale sia il tasso a partire dal quale la crescita economica viene minacciata.

Secondo il primo rapporto, ”le attuali politiche monetarie dell’FMI potevano sembrare adeguate a combattere la crisi dell’iperinflazione di molti paesi in via di sviluppo alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80, ma la loro tattica di vincolare strettamente la spesa pubblica per diminuire l’inflazione e mantenerla bassa è in contraddizione con le esigenze odierne: nuove politiche monetarie che consentano un grande aumento della spesa pubblica”.

Il rapporto sostiene che, secondo i registri storici, l’America Latina negli anni ’50 e ’60 e l’est asiatico negli anni ’60 e ’70 hanno sperimentato tassi di crescita economica molto alti, nonostante i livelli di inflazione raggiungessero una media del 20 per cento annuo.

Come fa notare il Rapporto UNAIDS 2004 sull’epidemia globale, “gli effetti inflazionistici a breve termine prodotti da risorse accresciute e supplementari, impiegate per combattere l’epidemia di Hiv, scompaiono di fronte a quelli che saranno gli effetti a lungo termine di risposte poco determinate sulle economie di paesi devastati. L’Aids è una malattia eccezionale, e richiede una risposta eccezionale “.

Allo stesso tempo, secondo l’AAI, il fatto che i governi eletti siano realmente ingabbiati dalle regole dell’FMI non contribuisce a promuovere la fiducia nelle istituzioni democratiche in tutto il mondo in via di sviluppo.

”Tutto fa pensare che l’FMI agisca come il bullo di quartiere, appropriandosi del potere dei funzionari eletti pubblicamente, soprattutto nei paesi più poveri e più deboli”, ha dichiarato David Archer, direttore del gruppo per l’istruzione. “Non è certo una ricetta per la democrazia, piuttosto, potrebbe segnarne la fine”.