SVILUPPO: In India il più vasto piano di garanzie per i lavoratori

Nuova Delhi, 3 settembre 2005 (IPS) – La coalizione di governo indiana sostenuta dai comunisti e guidata dal Partito del congresso, ha varato di recente in parlamento una legge rivoluzionaria che assicura 100 giorni di lavoro all’anno ad ogni famiglia contadina in India, ignorando le critiche che accusano il provvedimento di essere impraticabile e di alimentare la corruzione.

”Questa è la legge più importante a favore dei milioni di indiani impoveriti da quando l’India ha ottenuto l’indipendenza nel 1947”, ha dichiarato in un’intervista all’IPS Prabhat Patnaik, professore di economia alla prestigiosa Jawaharalal Nehru University (JNU).

La Legge di garanzia nazionale per l’impiego rurale promette un salario minimo ad ogni famiglia contadina nella quale i membri adulti si offrano volontariamente per un lavoro manuale non specializzato – una forma di intervento diretto inteso ad alleviare la povertà nell’interland rurale indiano a lungo trascurato, dove, secondo il censimento del 2001, vive più del 72 per cento del suo miliardo di abitanti.

Patnaik sostiene che, per le sue enormi proporzioni, il programma potrebbe essere considerato, ad oggi, uno dei più passi più importanti verso la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG) dell’Onu – che includono la riduzione del 50 per cento di fame e povertà globale entro il 2015, “anche se non è esattamente questo l’obiettivo della legge”. Il governo, ha proseguito, sostanzialmente si impegnerebbe a spendere 10 miliardi di dollari all’anno (poco più dell’uno per cento del prodotto interno lordo, PIL) per assicurare alle famiglie povere rurali un minimo di 60 rupie al giorno (circa 1,50 dollari Usa), per almeno 100 giorni all’anno.

”Personalmente, avrei preferito che il programma si basasse su individui anziché su famiglie“, ha dichiarato Patnaik, indicando le diverse pressioni che hanno contribuito a dare forma alla “legislazione di riferimento”.

L’economista di destra Surjit Bhalla sostiene che la legge spalanca la porta alla corruzione attraverso la “falsificazione degli elenchi”, pratica fin troppo diffusa in India.

Al contrario, secondo Patnaik, questa importante legislazione, che rafforza le masse rurali, non dev’essere fermata per paura della corruzione. ”La corruzione è ovunque e questo paese ha già le sue leggi per contrastarla, come il diritto all’informazione, che viene usato per monitorare gli enti preposti all’attuazione. Ci vorrà tempo, ma alla fine le cose funzioneranno”.

La legge nasce da un’idea dei più importanti assistenti sociali e di alcuni economisti indiani, tra cui Patnaik e Jean Dreze, belga di nascita e professore di economia alla Delhi School of Economics, riuniti nel potente Consiglio di consulenza nazionale (NAC, National Advisory Council), organo di consulenza per Sonia Gandhi, capo della coalizione di governo UPA.

Molte delle raccomandazioni originali del NAC sono state successivamente annacquate da burocrati impazienti di limitare le responsabilità del governo; tra queste, il principio di auto-selezione e universalità per decidere chi è ammesso al programma.

La recente legislazione obbliga il governo a fornire impiego oppure a pagare un’indennità lavorativa, anche se le regole per l’attuazione possono cambiare da stato a stato. Anziché una tariffa fissa di 60 rupie, Patnaik propone che i salari minimi vengano decisi autonomamente dai singoli stati, dato che alcune amministrazioni progressiste, come nel Kerala meridionale, hanno già un salario minimo di 134 rupie, circa tre dollari, ovvero più del doppio della somma stabilita.

Un passo chiave della nuova legge è che la sua attuazione verrà affidata ad appositi enti locali e ad organizzazioni non governative (Ong), a differenza dei precedenti programmi per combattere la povertà, che erano strettamente controllati dal governo centrale o dalle amministrazioni locali.

Inizialmente, ne trarrebbero beneficio circa 200 distretti, 150 dei quali sono già coperti da un programma esistente di “cibo-per-lavoro”. Nei successivi cinque anni, il numero verrebbe gradualmente esteso, fino a ricoprire tutti i 600 distretti del paese.

La definizione dei reali benefici delle famiglie rimane tuttavia vaga, per via delle diverse valutazioni sulle condizioni di indigenza e su quale sia esattamente la soglia di povertà.

Secondo la Banca Mondiale, in India più del 30 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, ma gli economisti indiani sostengono che la percentuale potrebbe superare il 40 per cento, soprattutto nelle aree rurali.

Assicurare 60 rupie al giorno per 100 giorni all’anno significa una media di 500 rupie (12 dollari) al mese per ogni famiglia considerata povera, cifra considerata dagli oppositori assolutamente insufficiente.

Il ministro federale per lo sviluppo rurale Raghuvansh Prasad Singh, durante il dibattito parlamentare che ha preceduto l’approvazione del provvedimento, ha dichiarato che la legge è solo un inizio destinato a colpire la povertà rurale e a proteggere quelle popolazioni dalla fame, soprattutto nelle stagioni di carestia.

Secondo Dreze, una delle importanti conseguenze della legge sarebbe quella di arginare la continua migrazione in larga scala dalle aree rurali verso le città dell’India, dove la ricerca di lavoro si trasforma spesso in sfruttamento.

Il fatto che una grande percentuale di lavoratori impiegati grazie alla legge di garanzia dell’impiego sarebbero donne, rappresenterebbe – secondo l’economista – anche un grosso contributo per contrastare la disparità di genere, il che è uno degli MDG.

Infine, prosegue Dreze, la legge “offrirebbe un’opportunità per creare risorse utili nelle aree rurali”; dato “l’elevato potenziale di impiego nel settore pubblico, come protezione ambientale, sviluppo dei bacini idrici, rigenerazione della terra, prevenzione dell’erosione del suolo, ripristino dei serbatoi, protezione delle foreste e altre attività simili”.

Secondo l’economista, la legge rappresenta anche un’occasione per favorire un ordine sociale più giusto nelle società rurali e rafforzare enti locali come il panchayat, nel quale un terzo dei seggi è riservato alle donne, che iniziano ad affermare la loro autorità.

Recentemente, ad esempio, un panchayat a Kerala ha revocato la licenza per un impianto di imbottigliamento di 25 milioni di dollari allestito dalla Coca-Cola, che estraeva acqua dolce dalle falde acquifere sotterranee e inquinava l’ambiente con gli scarichi.

Dreze ha dichiarato che negli ultimi venti anni, il fior fiore della società indiana si era “letteralmente trapiantato nel primo mondo, senza neanche bisogno del visto”; è ora di condividere parte di quella ricchezza.

L’attuale Primo Ministro Manmohan Singh è andato inaspettatamente al potere a maggio dello scorso anno, sull’onda della diffusa convinzione che il precedente governo del partito di destra Bharatiya Janata Party (BJP) fosse interessato solo ad arricchire ulteriormente le elite urbane.

Poco dopo l’approvazione del decreto, il portavoce del BJP, Vijay Kumar Malhotra, ha dichiarato che il suo partito approvava la nuova legge, ma si aspettava garanzie simili a favore dei “poveri urbani”.

Il decreto rappresenta l’adempimento di una promessa fondamentale fatta nell’ambito del “programma minimo comune”, che riunisce i partiti politici di diverse ideologie nella coalizione UPA guidata da Singh.

Tuttavia, il merito del decreto deve andare ai partiti comunisti che garantiscono la continuità del governo Singh al potere. “La legge è un appello a tassare i ricchi e persegue una politica a favore dei poveri e orientata alla crescita. Il suo fallimento avrebbe eroso la legittimità del governo UPA e minato il suo mandato”, ha dichiarato D. Raja, segretario nazionale del Partito comunista indiano (CPI), che aveva originariamente proposto 180 giorni di lavoro annuale garantito.