LIBANO: Uscire dalla devastazione richiede tempo

BEIRUT, 3 agosto 2005 (IPS) – Beirut è una città segnata dalla guerra civile e contrassegnata da divisioni che sopravvivono nelle fondamenta del paese e nell’assetto della società. Con il tipico entusiasmo libanese, negli ultimi 15 anni è stato fatto molto per riparare i danni materiali, ma è stato fatto ancora di più per mascherare quei problemi che erano stati all’origine del conflitto.

Ai libanesi piace vedersi come commercianti a ruota libera con un’inclinazione per la bella vita, e la capitale Beirut ne è la prova.

Dove prima sfrecciavano i proiettili, oggi pullulano grandi magazzini moderni. Dominano il centro città botteghe di designer esclusivi, e non più edifici distrutti e sacchetti di sabbia. E il buon cibo, per chi conosce la capitale, è tornato a caratterizzarla più di ogni altra cosa, al posto dei sequestri e dei bombardamenti.

Qui e nella periferia circostante vivono oggi 1,4 milioni di persone. Se si considerano anche le zone più remote, il conglomerato conta più di due milioni di persone, sulla popolazione totale libanese di quattro milioni di abitanti.

Gran parte della rinascita di Beirut viene associata all’ex primo ministro e miliardario Rafiq Hariri. È morto al limitare dell’area ricostruita del centro città, dove la sua impresa per lo sviluppo Solidère regna sovrana. Ironicamente, è stato colpito il giorno di san Valentino di quest’anno, proprio davanti alla sola proprietà su cui non riuscì mai a mettere le mani: il lussuoso hotel St George di prima della guerra, sul lungomare.

Hariri e la Solidère hanno dominato la Beirut del dopoguerra. Lui era in grado di ottenere ciò che nessun altro poteva avere: costruì un nuovo eccellente aeroporto, eliminò vasti campi di grano per fare spazio alle autostrade, attraverso le bidonville che erano sorte durante la guerra, e restituì il centro alla sua città.

Ma il progetto del centro città ha anche ricevuto molte critiche sin dall’inizio. Gli si obietta soprattutto che mentre gli antichi edifici sono stati sontuosamente rinnovati, l’anima del luogo è andata perduta e i suoi abitanti originari non hanno potuto farvi ritorno. Gli affitti di uffici e negozi erano inizialmente così alti che pochi potevano permetterseli, e alla fine degli anni ’90 il centro aveva l’aspetto e lo spirito di un museo all’aria aperta.

Michael Stanton, a capo del dipartimento di architettura dell’Università americana a Beirut, concorda che il concetto iniziale è stato frainteso, ma si dice ottimista sul fatto che la compagnia stia imparando. “Il potenziale è immenso, e sembra che ci sono stati sviluppi nel progetto per l’area”, ha detto.

L’università è uno dei principali tratti distintivi della città, con un campus che occupa una proprietà immobiliare di prim’ordine lungo la cornice del lungomare a Beirut ovest. Fa anche parte della struttura sociale e culturale della città, oltre ad essere l’unica area verde importante della zona centrale.

Negli anni ’90, sorsero diverse località su entrambi i lati della “green line” di separazione tra cristiani e musulmani durante la guerra civile, che continuano ad attirare molte nuove imprese, negozi e vita notturna lontano dall’area sempre più affollata del centro città.

In entrambi i lati della città ci sono oggi quartieri per shopping e intrattenimento, e la gente attraversa ormai con facilità la sbiadita linea verde. Che però è ancora lì. Più ci si avvicina, più si possono contare i fori dei proiettili nei muri degli edifici ancora da ristrutturare.

Le divisioni nella città risalenti al periodo della guerra civile, anche se non assolute, permangono ampiamente. I cristiani possono fare acquisti a Beirut ovest, in particolare nell’area chic di Verdun, ma pochi vi si sono trasferiti. I musulmani vivono la vita notturna nella zona di via Monot, nel quartiere cristiano di Ashrafiyeh, ma non vi si stabiliscono facilmente.

Le divisioni si fanno più evidenti a sud e a nord lungo la costa. Il quartiere sciita di Beirut sud gode di uno status virtualmente autonomo, dove il movimento degli Hezbollah sostituisce efficacemente l’autorità del governo centrale. Qui, nelle occasioni speciali, legioni in marcia di Hezbollah sventolano la loro bandiera contro Usa e Israele.

Anche il nord, verso il centro portuale di Jounieh, ha le sue peculiarità. Qui, le forze cristiano-libanesi e la Falange (un gruppo paramilitare cristiano-libanese) continuano a dominare.

Nonostante le apparenze, Beirut, così come tutto il paese, è ancora molto divisa. E anche qui permangono alcune eredità del tempo della guerra civile libanese, seppure la presenza, negli ultimi anni, dei soldati siriani accampati tra i palazzi del centro semi ristrutturati sia diventata un ricordo del passato. Adesso, anche i vecchi quartieri generali dei servizi segreti siriani, in un complesso condominiale di Beirut ovest, sono deserti.

Ma altri problemi consolidatisi in 15 anni sin dalla fine della guerra, sono dovuti di più agli stessi libanesi, ed è difficile liberarsene. Colpiscono tutti i servizi di base.

Quasi tutti gli edifici di Beirut sono collegati a generatori elettrici, perché i tagli alla corrente sono frequenti e durano per più di un’ora. E qui va meglio che nel resto del paese, dove talvolta la luce può andare via per ore. Le bollette sono alte, e spesso i conti non vengono saldati.

Date in concessione, le centrali elettriche furono bombardate dagli israeliani nel 1999, ma furono ricostruite in fretta, con gli aiuti finanziari di Saddam Hussein.

L’acqua è un altro dei problemi. In estate può arrivarne meno che nel resto dell’anno, e spesso la pressione non basta neanche a portarla ai piani alti dei grandi edifici.

In questi giorni i telefoni funzionano, la rete è gestita da un’impresa di Hariri. Ma i costi, soprattutto per le chiamate internazionali, sono così alti e poco competitivi da escludere decisamente Beirut dal mercato internazionale.

Internet ad alta velocità è disponibile solo su alcune linee particolari e non su quelle normali del telefono, e funziona male. Si sospetta che i servizi segreti controllino il traffico sul web.

La televisione via cavo è un altro campo assai sregolato e caotico. Osservando tutti i cavi di elettricità, telefono, Internet e televisione che collegano gran parte dei palazzi, alcune zone della città sembrano davvero tenute insieme dai fili.

Se si aggiungono poi l’inquinamento, il traffico infernale e il recente aumento della violenza, diventa ancora più difficile capire perché tante persone rimangano così attratte dal posto.

Ma le montagne circondano la città e i complessi sciistici sono ad appena un’ora di viaggio dalla sporca costa mediterranea. Cibo, musica, shopping e una popolazione dinamica fanno sì che rimanga tra le cose che il Medio Oriente ha di meglio da offrire.

È uno dei luoghi più liberali della regione, e gode di libertà d’espressione e di qualcosa affine alla democrazia, più di ogni altro paese arabo. Il Libano si percepisce talvolta come un’enclave a rischio nella regione, con Beirut che è il suo cuore cosmopolita.