BELGRADO, 25 maggio 2005 (IPS) – Jenita Mehmeti, di quattro anni, è morta l’estate scorsa nel campo profughi di Zitkovci, in Kosovo. È la seconda bambina, tra i 60 nati nel campo dal 1999, a morire per presunto avvelenamento da piombo.
Da quella data, ventisette rom sono morti nei tre campi di Zitkovci, Cesmin Lug e Kablare nella provincia meridionale della Serbia. L’avvelenamento da piombo è la causa sospetta in molti di questi casi. Il piombo provoca notoriamente gravi danni al cervello e al sistema nervoso.
Circa 500 rom sono stati trasferiti nei campi dalla cittadina di Kosovska Mitrovica, a otto chilometri di distanza, dopo che gli estremisti albanesi avevano dato fuoco alle loro case. I Rom sono migranti provenienti dall’Asia, insediatisi in Europa dal quattordicesimo secolo. Nel continente, dai quattro agli otto milioni di rom sono minacciati dalla persecuzione dilagante. I campi offrono un quadro raccapricciante: bambini e adulti con difficoltà di coordinamento motorio, alcuni con disturbi del linguaggio.
I tre campi sono situati nei pressi di Trepca, il gigante industriale per la lavorazione del piombo, 320 km a sud della capitale serba Belgrado. Gli abitanti dell’area convivono con l’inquinamento da residui tossici di piombo.
Non è stata effettuata alcuna autopsia sui 27 morti ma, di fronte all’evidenza dell’avvelenamento, molte organizzazioni non governative (Ong) serbe e internazionali hanno avviato una campagna per dare un diverso alloggio ai profughi rom, accusando le autorità di grave negligenza e di tacere una tragedia che si sta consumando sotto i loro occhi.
”È un’emergenza sanitaria”, denuncia l’appello lanciato dall'Humanitarian Law Centre (HLC), un’importante Ong serba che, insieme al Centro europeo per i diritti dei rom, ha chiesto “l’evacuazione immediata dei campi: i bambini rom devono essere allontanati dalla fonte dell’avvelenamento, subito”.
Gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dopo aver visitato i campi lo scorso anno, hanno chiesto il trasferimento immediato dei rom.
I risultati degli esami del sangue effettuati su 75 persone, tra cui bambini e donne in gravidanza, rivelano che 44 persone su 75 hanno una concentrazione di piombo nel sangue di 65 microgrammi per decilitro, massimo livello rilevabile dalla loro strumentazione. I valori superiori a 10 microgrammi sono da considerare una minaccia per il cervello e il sistema nervoso.
Rokho Kim, esperto per avvelenamenti da piombo dell’OMS, ha visitato i campi nel febbraio di quest’anno, dichiarando di non aver mai riscontrato “livelli così elevati nel sangue di bambini”.
Paul Polansky, responsabile della missione in Kosovo dell’Associazione per i popoli minacciati (APM) e della Kosovo Roma Refugee Foundation, sostiene che le Nazioni Unite (Onu), “nella fretta di proclamare il buon esito del loro mandato, hanno ignorato o taciuto una tragedia sanitaria per la quale sono direttamente responsabili”.
Il primo ministro kosovaro Bajram Kosumi, guardato con chiara diffidenza dopo l’articolo di Polansky sull’avvelenamento da piombo dei profughi rom apparso sull’”International Herald Tribune”, ha dichiarato che il governo avrebbe stanziato 250.000 dollari per il re-insediamento dei profughi rom e la decontaminazione dei tre campi.
Tuttavia, sono pochi i segnali di una nuova sistemazione per i profughi. I bambini nei campi camminano ancora per le strade infangate, e crescono nella melma inquinata dal piombo.
Ma i funzionari e gli operatori di pace internazionali, dopo essere stati avvisati degli azzardi sanitari della Trepca, hanno smesso di fare jogging nei paraggi.
I rom, colpiti dalla violenza degli estremisti albanesi, sono stati portati nei tre campi frettolosamente allestiti alla fine del 1999 dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR). In quel momento, i funzionari dell’UNHCR dichiararono che i campi avrebbero ospitato i profughi solo per l’inverno ormai imminente. L’Onu assunse il controllo del Kosovo nel 1999, dopo la campagna aerea di 11 settimane condotta dall’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) contro la Serbia per la repressione degli albanesi, la maggioranza della popolazione nella provincia serba del Kosovo.
I funzionari UNHCR si sono dichiarati impotenti. “Abbiamo le mani legate”, ha detto uno di loro all’IPS, insistendo sull’anonimato.
I rom nei campi, ha proseguito, sono trattati come “profughi interni” (da una zona all’altra del Kosovo); nessuna comunità albanese della regione era disposta ad autorizzarne l’insediamento nei propri territori.
Oggi, nel vecchio quartiere rom di Mahala stanno costruendo un centro commerciale; si tratta di una zona a sud della cittadina di Mitrovica, divisa tra i serbi del nord e gli albanesi del sud. Neanche i serbi vogliono accogliere i rom.
”La ragione fondamentale per cui questa gente viene trattata così, è che sono rom”, ha dichiarato ai media serbi Marek Novicky, difensore civico per il Kosovo dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE).
I funzionari della Missione delle Nazioni Unite in Kosovo (United Nations Mission in Kosovo, UNMIK) dicono di aver iniziato a tenere “regolari meeting settimanali” per occuparsi dei rifugiati rom nei campi, ma non si conosce il risultato di questi incontri.
Il portavoce dell’UNMIK, Geogy Kupak, ha ammesso di fronte ai media che “l’amministrazione Onu era piuttosto riluttante ad occuparsi del problema”.
Il capo dell’UNMIK, Soren Jessen Petersen, ha dichiarato alla stampa kosovara che “l’unica soluzione sarebbe il ritorno protetto e dignitoso (dei profughi rom)”, dimenticando di specificare dove i profughi dovrebbero tornare.

