KAMPALA, 5 marzo 2005 (IPS) – I rapporti: accumulano polvere sulle scrivanie di giornalisti e burocrati, dopo essere stati aperti con riluttanza e richiusi in tutta fretta. Forse ci sono voluti mesi per produrli ma, troppo spesso, l’unica funzione di questi pesanti fascicoli sembra essere quella di fermaporta.
E, cosa ancora peggiore, le conclusioni contenute nei rapporti vengono spesso ignorate da chi prende le decisioni politiche su diverse questioni sociali o economiche.
Oggi, l’Overseas Development Institute (ODI), un centro di ricerca indipendente con sede in Gran Bretagna, ha rivolto l’attenzione verso questa ed altre infelici combinazioni tra ricerca e formazione politica.
“L’ODI lavora oggi nel punto d’incontro tra ricerca e politica. Stiamo cercando di capire perché alcune ricerche nutrono i processi politici e altre no”, dichiara Naved Chowdury, coordinatore di progetto per il Research and Policy Development Programme dell’ODI.
“Per diverse ragioni, chi fa le politiche non usa (la ricerca) mentre svolge il suo lavoro. Noi cerchiamo di colmare questa lacuna”, ha detto all’IPS nel corso di un workshop organizzato su questo tema nella capitale ugandese, Kampala. Sono previsti incontri analoghi in Malawi, Mozambico, Tanzania, Ghana, Nigeria e Uganda.
Anche Julius Court, un altro ricercatore presso l’ODI, ha ribadito gli stessi concetti di Chowdury.
“In molte zone dell’Africa e in altre aree del mondo in via di sviluppo, questa capacità (di collegare ricerca e politica) non esiste in realtà”, ha affermato, mentre in altre regioni “è peggiorata, negli ultimi anni”.
Molti partecipanti al seminario di Kampala hanno osservato che spesso i funzionari diffidano dei risultati delle ricerche che gli vengono presentati, e sono perciò riluttanti ad utilizzarli per formulare le politiche.
In alcuni casi, ricercatori e politici sembrano addirittura avere priorità diverse.
“La nostra esperienza ci dice che quasi tutta la ricerca è slegata dalla politica”, sostiene Chowdhury. “Un tema centrale sono i contenuti. Ovviamente è necessario ..studiarli in profondità. Ma poi devono anche essere pertinenti all’interesse di chi decide le politiche”.
La presentazione dei risultati delle ricerche può, a sua volta, essere problematica. Di solito, i politici vogliono dei risultati presentati in modo chiaro e facile da capire. Invece, spesso quello che ottengono sono informazioni scremate, infarcite di termini tecnici, grafici e tabelle che le rendono ancora più difficili da digerire.
“Il punto centrale della ricerca dovrebbe essere comunicato in una forma breve, concisa e diretta”, osserva Chowdhury.
Anche se, in passato, Internet è stato indubbiamente celebrato come qualcosa che avrebbe reso il volume di informazioni della ricerca più facile da immagazzinare e gestire, anch’esso ha dei limiti, in particolare nei paesi in via di sviluppo che hanno ancora connessioni troppo lente alla rete.
Eppure, non tutti biasimano i voluminosi rapporti o la lentezza dei server, per la sconnessione tra ricerca e formazione politica.
Secondo Francis Byekwaso, capo progetto presso l’Ente di consulenza nazionale per l’agricoltura, alcune organizzazioni non governative (Ong) non hanno saputo mettere in atto le politiche. Pur conoscendo bene i risultati delle ricerche, questi gruppi non hanno le capacità per tradurli nella pratica.
Al riguardo, Byekwaso ha segnalato il caso di alcune Ong impegnate nello sviluppo agricolo in Uganda.
“Di solito non sono efficienti nel campo dello sviluppo d’impresa – ha aggiunto-. Anche se ci affidiamo a loro per sviluppare gruppi di agricoltori, tutto sommato le loro competenze nello sviluppo rurale sono ancora molto scarse”.
I partecipanti al seminario di Kampala hanno evidenziato casi in cui la ricerca ha alimentato lo sviluppo della politica con effetti benefici.
Michael Wandukwa, coordinatore di progetto presso la FARM-Africa, una Ong che lavora con gli agricoltori e i pastori poveri, dichiara che la ricerca dei bisogni degli allevatori di polli e capre nei distretti orientali ugandesi di Mbale e Sironko ha migliorato la vita di 375 individui.
“Oggi c’è una crescente domanda di attività di progetto nell’area”, ha aggiunto.
Ma i delegati hanno anche osservato che la mancata connessione tra ricerca e politica può rivelarsi catastrofica. Court cita ad esempio il caso dell’epidemia di Aids: “Ciò che emerge è che quando le cose vanno bene, possono funzionare. Ma quando vanno male, possono diventare disastrose”.
“L’Hiv è una questione molto complessa politicamente, poiché senza una conoscenza accurata e tempestiva della scienza, mentre moltissime persone soffrono e muoiono, la malattia continua a diffondersi tra la popolazione”, ha aggiunto.
L’Uganda è uno degli esempi positivi in Africa nella lotta contro l’Aids, avendo sperimentato una riduzione dell’Hiv dal 30 per cento nei primi anni ’90, al 6 per cento di oggi.
Ma il Sud Africa è diventato l’epicentro dell’epidemia, laddove uno dei paesi nella sub-regione, lo Swaziland, registra il più alto tasso di incidenza, con circa il 40 per cento.

