LONDRA, 10 febbraio 2005 (IPS) – Il gruppo dei sette (G7) paesi più ricchi del mondo ha deciso di esaminare caso per caso il debito estero delle nazioni più povere, il che rappresenta un successo parziale per la campagna condotta dall’ex presidente sudafricano Nelson Mandela.
”Ci siamo accordati su un’analisi caso per caso dei paesi poveri fortemente indebitati (HIPC, High indebted poor countries), basata sulla nostra volontà di ridurre fino al 100 per cento il debito multilaterale”, hanno dichiarato i ministri delle finanze del G7 al termine del loro incontro di due giorni a Londra.
Ciò significa che gli organismi multilaterali di credito, come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale (FMI), nei quali il G7 detiene la maggioranza al consiglio, valuteranno il debito di ciascuno dei 37 HIPC, proponendone l’eventuale cancellazione.
Manca un’analoga dichiarazione per l’insieme dei paesi a basso reddito, 61 in totale secondo le indicazioni della Banca Mondiale.
Nell’analisi caso per caso potrebbero esserci delle riserve, poiché il FMI ha vincolato i propri meccanismi di riduzione del debito all’attuazione di determinate riforme economiche.
La dichiarazione dei ministri del G7 – gruppo che comprende Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia e Giappone – lascia spazio sufficiente perché il FMI mantenga le sue condizioni.
”Questa dichiarazione è ben lontana da una cancellazione del debito”, ha detto all’IPS Romilly Grenhill, dell’organizzazione umanitaria ActionAid, uno dei promotori della campagna. “Il G7 deve dirci cosa intende esattamente per 'analisi caso per caso'”.
Ad ogni modo, ha proseguito Greenhill, la dichiarazione riconosce che l’annullamento del debito è necessario per alcuni paesi. “Segna un cammino e coinvolge il G7 al di là dell’incontro dei donatori che si svolgerà quest’anno”.
ActionAid e altre organizzazioni umanitarie come Oxfam e l’Agenzia Cattolica per lo sviluppo estero (CAFOD), hanno partecipato alla campagna condotta da Mandela per sollecitare i ministri del G7 a far sì che questo incontro cambi la vita di milioni di persone nel Sud del mondo.
Lo stesso Mandela era a Londra per promuovere l’iniziativa e, oltre a partecipare alla riunione ministeriale, ha tenuto un discorso pubblico, che ha visto una massiccia partecipazione.
Anche la dichiarazione ministeriale esprime la necessità di migliorare gli aiuti allo sviluppo, ma senza contraddire le pressioni del FMI per vincolare questi aiuti alle “riforme”.
“Per progredire nello sviluppo economico e sociale, riteniamo essenziale che i paesi poveri attuino strategie di sviluppo sostenibile. Istituzioni e politiche adeguate, responsabili e trasparenti, sono alla base della crescita economica sostenibile e della riduzione della povertà”, recita la dichiarazione ministeriale.
Il testo specifica poi il tipo di riforme richieste dal G7: “E indispensabile aumentare la trasparenza fiscale. Prioritario, per i paesi in via di sviluppo, è combattere la corruzione che rappresenta una barriera fondamentale alla crescita, al settore privato, all’investimento e alla riduzione della povertà”, affermano i sette.
La dichiarazione insiste sulle privatizzazioni, mentre manca un impegno ufficiale a devolvere lo 0,7 per cento del prodotto interno lordo dei paesi del Nord industrializzato negli aiuti allo sviluppo.
I ministri non hanno raggiunto un accordo neanche sull’istituzione di una Struttura finanziaria internazionale con la vendita di parte delle riserve auree del FMI, come aveva proposto il ministro delle finanze britannico Gordon Brown.
L’obiettivo auspicato dal ministro Brown era raccogliere 50 miliardi di dollari dai mercati con l’appoggio governativo, assicurandosi così le risorse per soddisfare gli Obiettivi del millennio, come ridurre la povertà del 50 per cento entro il 2015.
Gli Stati Uniti si sono fermamente opposti all’iniziativa. “Questo meccanismo può funzionare per altri paesi, e va bene”, ha dichiarato il sottosegretario al Tesoro, John Taylor, “ma non funziona per noi”.
A questo proposito, la dichiarazione si limita a menzionare l’accordo tra i ministri su un “programma di lavoro” per analizzare l’iniziativa britannica e altre analoghe di Germania e Francia, o il Fondo per le sfide del millennio, istituito dagli Usa per finanziare lo sviluppo.
Per Gordon Brown, in ogni caso, la dichiarazione rappresenta una grande svolta. “Potremmo trovarci nella fase finale di un processo in cui si riconosce che il debito dei paesi più poveri, consolidatosi nel corso di 20 o 30 anni, nel mondo reale semplicemente non può essere restituito”, ha affermato.
Greenhill ha spiegato che la dichiarazione è solo l’inizio di un processo che porterà all’incontro del G8 (i paesi del G7 più la Russia), previsto per il prossimo luglio in Scozia.
Ci saranno altri incontri ad aprile e a giugno in cui si esaminerà la cancellazione del debito e gli aiuti allo sviluppo, ha dichiarato l’attivista.
Le organizzazioni della società civile sperano che d’ora in poi le loro campagne per lo sviluppo del Sud povero e per la cancellazione del debito “siano sempre più forti”, ha concluso Greenhill.
Il G7, che controlla le decisioni degli organismi di credito, ha lanciato nel 1996 un’iniziativa per gli HIPC, designata a ridurre il debito di questi paesi a livelli praticabili, in cambio dell’applicazione da parte dei singoli governi di una serie di riforme economiche per attrarre gli investimenti stranieri.
Finora, 27 paesi con un debito totale di 100 miliardi di dollari verso gli organismi multilaterali hanno ridotto a 30 miliardi di dollari il loro onere, ovvero un taglio di almeno la metà degli interessi pagati annualmente.
Tuttavia, la maggior parte dei beneficiari dell’iniziativa continuano a pagare ogni anno di più in interessi sul debito di quanto investano in salute e istruzione per il proprio paese, il che, secondo gli attivisti, è moralmente insostenibile.
E la cosa peggiore è che nella maggior parte dei casi il debito originale di questi paesi è stato contratto da dittatori che hanno sprecato o investito scorrettamente quel denaro.

