CAMBIAMENTO CLIMATICO: Chi pagherà il conto?

BUENOS AIRES, 23 dicembre 2004 (IPS) – Il Sud non è responsabile del cambiamento climatico e perciò non deve pagare ciò che hanno provocato i paesi industrializzati, ha segnalato Jafrul Islam Chowdhury, il ministro dell’ambiente del Bangladesh.

L’avvertimento del rappresentante del Bangladesh – dove quest’anno un’inondazione ha causato 1000 morti e notevoli perdite materiali – è stata la più drammatica all’incontro dei ministri riunitisi alla decima Conferenza Onu sul cambiamento climatico (COP-10) a Buenos Aires intitolato “Ripercussioni del cambiamento climatico, misure di adeguamento e sviluppo sostenibile”.

Secondo la Convenzione quadro dell’Onu sul cambiamento climatico, i due pilastri della lotta contro il surriscaldamento dell’atmosfera sono ridurre le emissioni di gas responsabili del cosiddetto “effetto serra” e aiutare i paesi in via di sviluppo a prevenirne l’impatto o ad adattarsi meglio alla trasformazione del clima.

Dall’entrata in vigore della Convenzione, dieci anni fa, l’impulso principale si è concentrato sulla riduzione delle emissioni. Questo ha portato alla firma del Protocollo di Kyoto, ratificato da una trentina di paesi industrializzati che entrerà in vigore il 16 febbraio.

Ma i delegati del mondo in via di sviluppo sono arrivati a Buenos Aires decisi a fare di questa Conferenza, conclusasi il 17 dicembre, la “COP dell’adattamento”, come ha indicato il delegato di Tuvalu, Enele Sopoaga, in cui si garantiscano risorse economiche per preparare i paesi a fronteggiare i cambiamenti che già si registrano.

Osvaldo Canziani, uno dei vicepresidenti del Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC, la sigla in inglese), ha persino suggerito a un quotidiano in circolazione all’incontro COP-10, che i governi dovrebbero portare avanti l’elaborazione di un protocollo specifico per l’adattamento, tema chiave per il mondo in sviluppo.

“C’è una forte protesta da parte dei paesi in sviluppo che sono le vittime principali del cambiamento climatico”, ha detto all’IPS Roque Pedace, dell’Ong Friends of the Earth International. Riguardano le richieste di adeguamento.

A suo giudizio, i paesi industrializzati devono capire che, se continuano con le emissioni, “il costo dell’adeguamento sarà sempre più alto”.

Secondo i dati della compagnia d’assicurazioni Munich Re, diffusi all’incontro dal Programma dell’Onu per l’ambiente (Pnuma), i disastri naturali del 2004 sono costati all’industria assicurativa internazionale più di 35 miliardi di dollari, il doppio della cifra sborsata per l’intero 2003.

Portavoci del Pnuma hanno spiegato che, se si aggiungono i costi dei disastri su beni non assicurati, la cifra salirebbe a 90 miliardi di dollari.

Ciononostante, gli impegni per ridurre le emissioni dei gas-serra procedono a rilento, e “non c’è la volontà dei delegati di riconoscere le urgenze in tema di adeguamento”, ha denunciato Pedace, ricordando che il fondo creato a questo scopo dai governi non riceve gli apporti necessari previsti.

La delegazione dell’Unione europea ha annunciato che aumenterà questi fondi da 100 a 360 milioni di dollari l’anno a partire dal 2005. Ma molti ritengono che questo importo non sia sufficiente.

Pedace ha precisato che l’ultima inondazione che ha colpito la provincia orientale argentina di Santa Fé ha provocato danni per 1 miliardo di dollari.

Una stima della Banca mondiale ha fissato a 2 miliardi di dollari le perdite del Bangladesh causate delle inondazioni.

Il governo di questo paese aveva calcolato che le perdite di raccolti, case, edifici, strade e ponti ammontavano a 7 miliardi di dollari, ma hanno ricevuto dalla Banca asiatica di sviluppo appena 237 milioni di aiuti.

“Abbiamo bisogno di più assistenza per adeguarci”, ha detto il ministro Chowdhury a Buenos Aires. “Il mio paese utilizza il gas come combustibile e ha le emissioni più basse del mondo, eppure è tra i paesi più vulnerabili al cambiamento climatico”, ha aggiunto.

Allo stesso Comitato sono intervenuti i rappresentanti di Tuvalu, una piccola isola dell’oceano Pacifico minacciata dall’innalzamento del livello del mare, di Ungheria, Messico, Gran Bretagna, Senegal e Australia, l’unico paese industrializzato oltre agli Stati Uniti a non aver ratificato il Protocollo di Kyoto.

Alla vigilia della chiusura, il ministro dell’ambiente olandese, Pieter van Geel, ha segnalato che anche il suo paese è vulnerabile, poiché il 50 per cento della superficie è al di sotto del livello del mare, ma ha ammesso che ha i fondi sufficienti ad affrontare le difficoltà, al contrario dei paesi in via di sviluppo.