Nazioni Unite, 23 novembre 2010 (IPS) – Il Fondo ONU per lo sviluppo delle donne (UNIFEM) ha lanciato lunedì un'ambiziosa iniziativa per migliorare la sicurezza e il benessere delle donne in cinque grandi città – New Delhi, India; il Cairo, Egitto; Quito, Ecuador; Kigali, Ruanda, e Port Moresby in Papua Nuova Guinea.

UNIFEM
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Inés Alberdi, direttore esecutivo di UNIFEM, ha raccontato a IPS gli obiettivi e la storia dell'iniziativa “Città sicure”, partendo dai programmi pilota in varie città dell' America Latina, da Bogotà in Colombia a Rosario in Argentina e Santiago, Chile.
Questi programmi sono stati realizzati dopo le proposte di organizzazioni delle società civili per una campagna globale sulla sicurezza nelle città, un paesaggio, quello urbano, diventato una zona di guerra virtuale per milioni di donne.
Ispirati dal successo del programma in Argentina, Guatemala, El Salvador, Perù, Brasile, Cile e Colombia, UNIFEM e ONU Habitat hanno cominciato ad accarezzare l’idea di farlo diventare un progetto globale, lavorando a stretto contatto con i governi locali e i comuni per modificare il paesaggio urbano e renderlo più sicuro per le donne e le ragazze.
Le popolazioni delle cinque città scelte sono aumentate esponenzialmente negli ultimi cinquant'anni. Il Cairo e New Delhi, per esempio, sono passate rispettivamente da 2,4 e 1,4 milioni a 17 e 19 milioni di abitanti. Questa crescita senza precedenti ha determinato un intenso proliferare di baraccopoli urbane, rendendo il progetto “Città sicure” una necessità.
D: Quali sono i maggiori problemi che incontrano le donne negli spazi urbani?
R: Uno dei problemi più gravi che abbiamo è che la violenza contro le donne è generalmente intesa in due modi: ci sono i casi ‘eclatanti’, e quelli ‘quotidiani’, come per esempio le molestie sessuali per le strade, sui mezzi pubblici, a lavoro, a scuola, nei parchi e nei quartieri sovraffollati. Non è a rischio solo la sicurezza fisica delle donne, ma anche la loro dignità. Troppo spesso gli uomini riescono a offendere le donne trattandole come oggetti sessuali.
Questo progetto collabora con i comuni e gli enti locali per affrontare i casi più gravi di stupro e abusi sessuali ma anche quelli considerati più ‘comuni’ e meno ‘importanti’.
D: Perché pensa che questi problemi siano stati finora trascurati?
R: Tutte le nostre ricerche dimostrano che i comuni sono più attivi nella lotta contro la criminalità, si dedicano ai casi più estremi – furti e omicidi. Gli abusi sulle donne vanno avanti da anni, secoli. E' diventato normale, qualcuno potrebbe anche dire che è diventato uno stile di vita. La maggior parte delle persone aspetta che una donna sia uccisa prima di prendere il problema sul serio, e questo deve finire.
D: Come avete scelto queste cinque città?
R: Abbiamo fatto molte ricerche su statistiche e tendenze e alla fine, abbiamo deciso di puntare su grandi città e soprattutto sulle zone più povere e marginalizzate. La densità di popolazione è importante per due motivi – in primo luogo la presenza di più persone aumenta i rischi per la donna; in secondo luogo, un programma in un'area densamente popolata può raggiungere molte più persone.
A Kigali, per esempio, la nostra ricerca ci ha portato a due grandi quartieri, molto poveri e popolati – le circoscrizioni di Kicukiro e Nyarugenge. A Port Moresby, non ci stiamo concentrando sui quartieri ma sulle zone del mercato, frequentate da molte più donne esposte alla violenza e all'aggressione.
D: Quali strategie utilizzerete per realizzare “Città sicure”?
R: Cominceremo con il parlare alle autorità locali e proporre la messa in vigore delle misure più elementari – come migliorare l'illuminazione stradale, mettere in sicurezza le fermate degli autobus, le aree più affollate. La necessità più urgente è rendere le strade più sicure, e facilitare l'accesso alle linee telefoniche di emergenza.
Inoltre, è necessario chiedere alle autorità di approvare leggi contro la violenza negli spazi pubblici. In linea con questo, stiamo lavorando con la polizia e le forze militari per insegnare loro a gestire le situazioni, a rispondere più efficacemente alle denunce mostrando maggiore comprensione per le donne che denunciano gli abusi.
C' è anche un grosso problema con il sistema giudiziario – dobbiamo cambiare il modo in cui le donne vengono trattate nei tribunali, la rapidità con cui ricevono ricompense per le denunce. La magistratura deve essere pronta a trattare efficacemente con le donne vittime di abusi.
D: Quali obiettivi specifici si pone il programma?
R: E' difficile, e quasi impossibile, misurare l'impatto della violenza contro le donne in termini quantitativi. Abbiamo fatto alcune indagini quantitative e qualitative per capire quante donne e ragazze sono state coinvolte in un' aggressione per strada, o hanno subito uno stupro, o quante hanno paura di rimanere sole in luoghi pubblici – ma sapremo il vero impatto solo più avanti.
Stiamo valutando il programma molto seriamente, perché sappiamo che questa iniziativa può essere un processo da cui imparare e replicare in altri luoghi. ©IPS

