KATHMANDU, 3 marzo 2009 (IPS) – Sette giovani donne hanno da poco lanciato un nuovo progetto in Nepal, a prima vista niente di eccezionale: la diffusione di alcuni video nelle scuole; in realtà, i contenuti del programma sono unici.

Global Inclusive Adventures
Global Inclusive Adventures
Il video descrive l’impresa straordinaria di un team di 10 persone, formato da sole donne nepalesi tra i 17 e i 30 anni, che nel maggio 2008 hanno conquistato la vetta più alta del mondo, quella del monte Everest: un evento senza precedenti.
Si dice che una spedizione ha successo quando tutti i membri di uno stesso gruppo riescono a raggiungere una vetta. In questo caso, le scalatrici erano tutte donne.
Con la cima più alta del mondo, di 29,028 piedi, il monte Everest viene chiamato Chomolungma in Tibet e Sagarmatha in Nepal.
Chi osa sfidarlo va incontro ad enormi rischi: valanghe, crepacci, venti feroci, tempeste improvvise, temperature da gelo, e bassissimi livelli di ossigeno.
Anche se dotati di bombole di ossigeno, gli scalatori devono affrontare enormi fatiche, il deterioramento delle capacità razionali e di coordinazione, mal di testa, nausea, diplopia e perfino allucinazioni.
Le spedizioni ci mettono settimane, talvolta mesi, ad acclimatarsi, e in genere la scalata dell’Everest può partire solo a maggio e ad ottobre, per evitare i venti invernali e i monsoni estivi.
Dopo la missione, oggi in cima all’Everest sventola la bandiera degli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG) sulla parità di genere e l’empowerment delle donne, piantata dal team delle sette giovani donne.
La squadra era formata esclusivamente da donne, in tutte le fasi della spedizione: dal coordinamento, alle cuoche, ai guidatori di muli e al personale di supporto.
Di questa impresa, il rappresentante in Nepal del primo sponsor della spedizione, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (PAM), Richard Ragan, anche lui uno scalatore, ha definito la spedizione “un passo da gigante per le donne nepalesi”; mentre Anne-Isabel Degryse-Blateau, del Programma Onu per lo sviluppo (UNDP), l’ha definita “un’impresa straordinaria”.
Ragan ha anche dichiarato che l’iniziativa “smentisce l’idea che lo sport d’avventura sia riservato a determinati gruppi”.
Il gruppo delle giovani “donne dell’Everest” è formato da ragazze di diverse tipologie, da un’indossatrice, ad una giovane che per aiutare la famiglia e sostenere la propria istruzione lavora in una tintoria: sono Chunu Shrestha, Asha Singh, Nimdoma Sherpa, Maya Gurung, Pemadiki Sherpa, Nawang Sherpa, Shailee Basnet, Sushmita Maskey e Usha Bisht. Nimdoma Sherpa oggi è la donna più giovane ad aver mai scalato l’Everest.
La squadra oggi ha fondato una Ong, la Global Inclusive Adventures (GIA), che percorre le scuole del Nepal per parlare della spedizione, dei successi e delle lezioni apprese, cercando di trasmettere ai più giovani il senso di cambiamento per il futuro. Le divisioni all’intero della società nepalese, per caste, genere, etnia e retroterra socio-economico, hanno spinto la squadra dell’Everest a definirsi la Prima spedizione femminile Sagarmatha per l’inclusione (First Inclusive Women’s Sagarmatha Expedition).
Il termine “inclusione”, contenuto anche nel nome dell’Ong, sta ad indicare la speranza di raggiungere le pari opportunità per le donne di tutte le etnie.
“Il nostro obiettivo è trasmettere il messaggio che il successo arriva con il duro lavoro e con l’educazione; e che non conta l’età, la religione, la casta o la regione se davvero vuoi ottenere qualcosa”, spiega Shailee Basnett, 24 anni, membro della spedizione e giornalista dell’editrice nepalese Himalmedia.
”Ciò che conta davvero è un buon lavoro di squadra e una buona leadership”, ha detto Shailee al suo giovane pubblico.
Otto delle dieci componenti del team erano alla loro prima esperienza di scalata, con una semplice formazione di base alle spalle.
Le donne raccontano la loro esperienza e la loro storia ai ragazzi delle scuole, sottolineando il grosso impegno che hanno dovuto affrontare per prepararsi all’impresa. “Ci siamo impegnate moltissimo, cominciando la formazione dalle prime ore del mattino, fino ad occuparci delle pulizie del nostro piccolo ufficio a fine giornata, tutte con indosso le stesse magliette per sentirci una vera squadra e presentandoci senza essere invitate a conferenze, presso uomini d’affari e politici, arrivando a raccogliere 10 milioni di rupie nepalesi (131mila dollari Usa)”, racconta Shailee.
Raccogliere fondi si è rivelata una sfida enorme, perché la gente non credeva che saremmo sopravvissute alla spedizione.
Tra gli sponsor, l’UNDP, l’Agenzia danese per lo sviluppo internazionale (DANIDA), la Commissione europea, il governo e le Ong nepalesi.
L’idea di un’impresa portata avanti esclusivamente da donne è venuta però da un uomo, Pemba Dorje Sherpa, detentore del record mondiale di scalata dell’Everest in otto ore. Dorje Sherpa considerava “una sorta di disonore” che una montagna del Nepal, che attira alpinisti da tutto il mondo, fosse stata scalata da oltre 3mila persone da 20 paesi diversi tra il 1922 e il 2006, tra cui 75 donne, e che solo sette donne nepalesi fossero riuscite nell’impresa. Nel 2007, in una trasmissione radio diffusa in tutto il paese, Dorje Sherpa lanciò un appello alle donne nepalesi per unirsi all’impresa, e insieme a Da Gombu Sherpa, presidente fondatore della Nepal Mountaineering Association, cominciò a guidare la squadra femminile verso la vetta dell’Everest.
Dopo diversi ostacoli, la squadra lasciò Kathmandu il 17 aprile 2008, trascorrendo diversi giorni in ognuno dei diversi campi per acclimatarsi, ricevendo un forte incoraggiamento dall’esercito nepalese, di stanza nella zona.
”Il tratto che va dal campo base al campo 1 del ghiacciaio del Khumbu è il più pericoloso”, spiega Shailee; “il terreno è scivoloso e in estate i blocchi di ghiaccio si spaccano, mentre dal campo 2 al 3 c’è una zona scoscesa di ghiaccio blu che sembra uno specchio ed è difficilissimo riuscire a far penetrare i ramponi nel ghiaccio”. Nella “zona della morte”, oltre i 25mila piedi, l’ultimo campo prima della cima, il corpo comincia a deteriorarsi nell’aria priva di ossigeno, e aumentano i rischi di ipotermia, congelamento, edema polmonare da alta quota (o liquido nei polmoni, che porta alla morte).
Per questo gli alpinisti tentano la scalata cercando di evitare la “zona della morte”.
Shailee, che è rimasta per due ore nella zona della morte in attesa di aiuto, insieme al cadavere di un uomo di un’altra spedizione, ha spiegato che durante la scalata non è avvenuto “niente di rilevante”, e ha descritto la cima dell’Everest, raggiunta il 23 maggio 2008, come “qualcosa di magico”.
“Potevo vedere sotto di me tutte le cime di montagne che sembravano impossibili da scalare. La vetta finale ha una lieve pendenza, e un cornicione all’estremità; sembra come se l’Everest stesse continuando a crescere”.
Le donne dell’Everest sono anche molto preoccupate dell’impatto del riscaldamento globale sulle montagne dell’Himalaya, una delle principali risorse del Nepal e fonti di sussistenza della popolazione nepalese.
Il programma di presentazione nelle scuole parla anche del riscaldamento globale, e dei suoi effetti sul Nepal.
Sushmita Maskey, un’alpinista che ha raggiunto l’ultimo campo nel 2005 ma non è riuscita a conquistare la vetta, ha spiegato che dopo la sua ultima scalata, la quantità di neve si è molto ridotta.
Shailee spiega che i ghiacciai del campo base sono “quasi dei fiumi” durante il giorno, una cosa impensabile fino ad appena dieci anni fa.
La squadra ha trovato una quantità di immondizia sconvolgente in montagna durante la scalata, come bombole di ossigeno e resti di confezioni di cioccolato.
Il Nepal non ha altre attrezzature per la formazione oltre all’Institute for Mountaineering, e questo rende ancora più difficile per le donne le possibilità di addestramento, o di diventare guide alpine professioniste.
“Benché in Nepal si trovino otto delle 14 montagne più alte del mondo, che sono meta di alpinisti che hanno fatto leggenda, il paese non ha una scuola di alpinismo”, lamenta Shailee.
Oggi, il team GIA sta lavorando con le organizzazioni turistiche in uno studio di fattibilità per aprire una scuola di alpinismo in Nepal.

