HARARE, 21 luglio 2008 (IPS) – In Zimbabwe è opinione generale che l’unica via d’uscita dalla crisi attuale sia il dialogo fra i due principali schieramenti politici, il Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC) e il Fronte Patriottico dell’Unione Nazionale Africana dello Zimbambwe (ZANU PF).
Ma a quanto pare, le divergenze sugli obiettivi di questo dialogo restano enormi. C’è chi invoca un governo di unità nazionale sullo stile del Kenya, composto dal ZANU PF e dalle due formazioni del MDC – una guidata da Morgan Tsvangirai e l’altra da Arthur Mutambara. Altri sostengono che i negoziati debbano portare al varo di una nuova costituzione, con cui procedere a nuove elezioni.
Tuttavia, i colloqui formali tra gli opposti schieramenti non sono ancora ripresi, a causa delle precondizioni poste dai due partiti. Il MDC ha chiesto la fine delle violenze in corso in alcune zone del paese come il Manicaland, dove le popolazioni dei villaggi vengono sistematicamente prese di mira per il loro sostegno all’opposizione. Il partito ha anche proposto che tutti gli accordi vengano stabiliti in base al risultato ottenuto da Tsvangirai alle elezioni presidenziali del 29 marzo. Da parte sua, il ZANU PF insiste sul riconoscimento di Mugabe come leader dello Zimbabwe regolarmente eletto.
Il 15 luglio, più di 200 dirigenti di diverse organizzazioni della società civile si sono incontrati nella capitale Harare, e hanno convenuto sulla necessità di una presidenza di transizione per lo Zimbabwe. Secondo le organizzazioni della società civile, guidate dall’avvocato Lovemore Madhuku, attivista per la riforma costituzionale, il governo di transizione dovrebbe essere affidato a una persona super partes.
“Del governo di transizione dovrebbero far parte ampi settori della società civile, come rappresentanti delle organizzazioni sindacali, associazioni per i diritti delle donne e dei bambini, chiese e altri gruppi di interesse”, ha dichiarato Madhuku.
In una successiva intervista con l’IPS, Madhuku ha affermato che una divisione di poteri tra il ZANU PF e le due formazioni del MDC “non servirebbe a risolvere l’inadeguatezza dell’attuale regime costituzionale”.
“Noi crediamo che l’alternativa migliore sia un governo di transizione guidato da una persona che non faccia parte né al ZANU PF né al MDC. Al momento, non penso a nessun nome in particolare, ma ci sono sicuramente molti cittadini dello Zimbabwe con queste credenziali. Non si tratta di un accordo permanente, ma di una transizione per un arco di tempo limitato e con un mandato preciso: condurci a nuove elezioni con una nuova costituzione democratica stabilita dal popolo”, spiega Madhuku.
Questa proposta, però, è stata respinta dal portavoce del MDC, Nelson Chamisa, secondo cui i leader della società civile “non sono realistici”.
Chamisa ha aggiunto: “Il presidente Tsvangirai ha vinto le elezioni presidenziali, in base ai risultati del 29 marzo. A tutti gli effetti, deve essere lui a condurre qualsiasi intesa di transizione. Per quale motivo bisognerebbe affidare l’incarico a una persona neutrale, che non è stata votata dal popolo, quando i fatti sono che il popolo dello Zimbabwe ha già fatto una scelta il 29 marzo, con un’elezione legittima?”
Chamisa ha incassato l’appoggio di Clever Bere, leader dell’Unione Nazionale degli Studenti dello Zimbabwe. “Con il dovuto rispetto, qualsiasi governo d’intesa dovrebbe essere guidato da Tsvangirai, o i negoziati saltano. È stato lui a vincere l’ultima elezione attendibile, il 29 marzo”, ha dichiarato.
Madhuku accusa però il MDC, che in passato ha goduto di un forte sostegno della società civile, di dare tutto per scontato senza far capire cos’ha in agenda.
“Anche se siedono al tavolo delle trattative, ancora non si capisce cosa vogliono. Il loro programma non è affatto chiaro. L’MDC è arrivato in un momento di forte malcontento e così è riuscito a guadagnare un enorme sostegno senza troppi sforzi. Non hanno mai imparato a guadagnarsi il rispetto della gente, ed è per questo che molti politici del MDC trattano certe questioni in modo sconsiderato”.
Secondo l’ex ministro dell’Informazione Jonathan Moyo, “non c’è futuro per lo Zimbabwe senza un governo di unità nazionale”.
“Il motivo principale della necessità di una trattativa per un governo di unità nazionale è che in Parlamento nessun partito ha il numero di seggi necessario per avere la maggioranza o formare un governo… Resta da vedere chi farà cosa, in un governo di unità nazionale”, ha detto Moyo.
Secondo la costituzione dello Zimbabwe, per legiferare un partito deve avere almeno due terzi dei 210 seggi del parlamento. (L’ala del MDC di Tsvangirai ha conquistato 100 seggi nelle elezioni di marzo, contro i 99 dello ZANU PF. La fazione del MDC di Mutambara ha ottenuto 10 seggi; e c’è anche un deputato indipendente).
Anche se questo ancora non gli conferirebbe la maggioranza assoluta, Moyo ha esortato le due formazioni del MDC a formalizzare il loro accordo per operare come unica entità.
“Un chiaro fallimento del MDC di Tsvangirai è che ancora oggi non hanno un’intesa funzionale o vincolante con l’MDC di Mutumbara per collaborare in parlamento. Anzi, l’MDC di Mutambara continua a partecipare al dialogo del SADC come partito d’opposizione in piena regola, con tutti i suoi diritti. Tsvangirai avrebbe fatto una mossa strategica, se fosse riuscito a far sì che i due MDC partecipassero al dialogo con una voce sola. Ha sprecato l’occasione e così probabilmente ha perso anche l’opportunità di controllare il parlamento, dopo aver già perso la presidenza.”.
Prima delle elezioni di marzo, Moyo aveva stretto un’intesa con il MDC di Tsvangirai: il partito non avrebbe schierato nessun candidato contro di lui, e questi a sua volta avrebbe appoggiato la corsa di Tsvangirai alla presidenza.
Secondo Eldred Masunungure, stimato professore di scienze politiche all’Università dello Zimbabwe, la posizione poco chiara dell’MDC sui colloqui sarebbe dovuta alle divergenze tra i maggiorenti del partito.
“Queste contraddizioni confondono l’elettorato, i sostenitori del partito, coloro che dovrebbero mediare, e altre parti in causa. Il partito deve snellire la comunicazione e avere un solo portavoce e una posizione chiara e univoca”, spiega Masunungure.
Per quanto riguarda la proposta di scegliere una figura super partes che guidi un ordinamento di transizione, Masunungure afferma che “considerata l’attuale polarizzazione della politica, potrebbe essere difficile trovare una figura neutrale che svolga il suo mandato in modo indipendente”.
“I partiti devono frenare il proprio orgoglio e trovare una soluzione pratica per la nazione. Certo, ci saranno rischi e vittime da una parte e dall’altra, ma è l’unica via d’uscita. La natura della transizione: questi sono gli estremi del dialogo, e a questo devono rispondere i colloqui”, continua Masunungure.
Entrano in scena le attiviste. Rita Nyamuranga, della Women’s Coalition of Zimbabwe (WCoZ) – una coalizione di organizzazioni di donne dello Zimbabwe – ha dichiarato che le donne “non sono adeguatamente rappresentate nei negoziati”.
“Senza una presenza femminile, i colloqui non hanno possibilità di riuscita. Le donne costituiscono la parte più ampia dell’elettorato del paese, e dovrebbero ricoprire un ruolo chiave nei negoziati”, ha affermato.
Priscilla Misihairabwi-Mushonga è l’unica donna che partecipa ai colloqui grazie alla mediazione del presidente sudafricano Thabo Mbeki.

